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Caro San Cristoforo
 

Sterzing/Vipiteno - Neustadt/Città Nuova
non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all'esterno di tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu - omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio - trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all'altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gioia. Mi feci raccontare tante volte la storia da mia madre, che non era poi chissà quale esperta di santi né devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Così non ho mai saputo il tuo vero nome né la tua collocazione ufficiale tra i santi della chiesa (temo che tu sia stato vittima di una recente epurazione che ti ha degradato a santo minore o di dubbia esistenza). Ma la tua storia me la ricordo bene, almeno nel nocciolo. Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo aver militato - rispettato e onorato per la tua forza e per il successo delle tue armi - sotto le insegne dei più illustri e importanti signori del tuo tempo, ti sentivi sprecato. Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare - grazie alla tua forza fisica eccezionale - i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella "Grande Causa" della quale - capivo - eri assetato. Ma so bene che era in quella tua funzione, vissuta con modestia, che ti capitò di essere richiesto di un servizio a prima vista assai "al di sotto" delle tue forze: prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall'altra parte, un compito per il quale non occorreva certo essere un gigante come te e avere quelle gambone muscolose con cui ti hanno dipinto. Solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti che avevi accettato il compito più gravoso della tua vita e che dovevi mettercela tutta, con un estremo sforzo, per riuscire ad arrivare di là. Dopo di che comprendesti con chi avevi avuto a che fare e che avevi trovato il Signore che valeva la pena servire, tanto che ti rimase per sempre quel nome.

Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell'anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinanzi a noi.

Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle quali senz'altro importanti e illustri, siano state servite, anche con dedizione, e abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti inganni e auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute (e non più reversibili) di scelte e invenzioni ritenute generose e provvide.

I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per "migliorare" la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce, e ha dunque un suo prezzo: si può comperare, vendere, affittare. Persino il sangue (dei vivi), gli organi (dei morti e dei vivi) e l'utero (per una gravidanza in "leasing"). Tutto è diventato fattibile: dal viaggio interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla neve artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in laboratorio.

Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata: citius, altius, fortius, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi... competere, insomma. La corsa al "più" trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile e incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell'utilità definita "economia" e da una legge della scienza definita "tecnologia" - poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato.

Che cosa resterebbe da fare a un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? Qual è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva di un fiume? Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?

Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del "di più" a una del "può bastare" o del "forse è già troppo". Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di "regredire", cioè di invertire o almeno fermare la corsa del citius, altius, fortius. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai molti intuiscono e devono ammettere (e sono lì a documentarlo l'effetto-serra, l'inquinamento, la deforestazione, l'invasione di composti chimici non più domabili... e un ulteriore lunghissimo elenco di ferite della biosfera e dell'umanità).

Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero "regresso", rispetto al "più veloce, più alto, più forte". Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi.

Tant'è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di "sviluppo sostenibile" o di "crescita qualitativa, ma non quantitativa", salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell'inversione di tendenza.

E invece sarà proprio ciò che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco e industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri.

La traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell'autolimitazione, dell'"enoughness", della "Genügsamkeit" o "Selbstbescheidung", della frugalità sembra tanto semplice quanto immane. Basti pensare all'estrema fatica con cui il fumatore o il tossicomane o l'alcolista incallito affrontano la fuoruscita dalla loro dipendenza, pur se magari teoricamente persuasi dei rischi che corrono se continuano sulla loro strada e forse già colpiti da seri avvertimenti (infarti, crisi...) sull'insostenibilità della loro condizione. Il medico che tenta di convincerli invocando o fomentando in loro la paura della morte o dell'autodistruzione, di solito non riesce a motivarli a cambiare strada, piuttosto convivono con la mutilazione e cercano rimedi per spostare un po' più in là la resa dei conti.

Ecco perché mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha saputo rinunciare all'esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza e di auto-disciplina al servizio di una Grande Causa apparentemente assai umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un po' abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall'automobile passa alla bicicletta, al treno o all'uso dei propri piedi! E il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella dell'autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dalle tante alle poche kilowattore, da una super-alimentazione artificiale a una nutrizione più equa e più compatibile con l'equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti a un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti a un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione sempre più spinta a una riscoperta di semplicità e di frugalità.

Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell'Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strada. Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita e un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offrono una bella parabola della "conversione ecologica" oggi necessaria.

Lieber Christophorus!
 

Sterzing/Vipiteno - Neustadt/Città Nuova
Ich weiß nicht, ob Du Dich an mich erinnern wirst, so wie ich mich an Dich erinnere. Als Junge sah ich Dich an den Außenwänden vieler Bergkapellen abgebildet. Die Fresken waren oft verblasst, dennoch sichtbar. Du – ein riesengroßer, kräftiger, bärtiger, alter Mann – hattest ein Kind auf deinen Schultern, das Du gerade von einem Flussufer zum anderen getragen hast. Dabei sah man Dir an, dass Dir das die größte Anstrengung und gleichzeitig die größte Freude bereitete. Ich hab mir Deine Geschichte sehr oft von meiner Mutter erzählen lassen. Sie war zwar keine Expertin in Heiligenlegenden, aber ihren Erzählungen hörten wir immer gerne zu. So hab ich eigentlich nie Deinen richtigen Namen oder Deinen offiziellen Platz innerhalb der Kirchenheiligen in Erfahrung bringen können (und ich fürchte, du bist einer kürzlich durchgeführten Säuberung zum Opfer gefallen, die Dich zu einem zweitrangigen oder gar erfundenen Heiligen degradiert hat), aber an Deine Geschichte kann ich mich noch gut erinnern, zumindest an deren Kernpunkte.
Du warst einer, der in sich viel Kraft verspürte und große Lust zum Handeln hatte, der, nachdem er lange Zeit den berühmtesten und mächtigsten Herrschern seiner Zeit treu und ehrenvoll als Soldat gedient hatte, sich plötzlich nicht mehr am richtigen Platz fühlte. Du wolltest nur einem Herrn dienen, der die Mühen wirklich wert war, Du wolltest dich nur in den Dienst einer wirklich ehrenvollen Sache stellen, einer Sache, die wertvoller war als alle anderen. Vielleicht warst Du des falschen Ruhmes überdrüssig geworden und sehntest Dich nach wahrer Ehre. Ich weiß zwar nicht mehr, wie Du dazu kamst, dich am Ufer eines gefährlichen Flussüberganges niederzulassen, um Wanderer dank Deiner übermenschlichen Kraft ans andere Ufer überzusetzen, die alleine dazu nicht imstande gewesen wären. Auch hab ich vergessen, aus welchem Grund Du akzeptiert hattest, eine derart bescheidene Arbeit zu verrichten, die wohl kaum der von Dir so ersehnten ehrenvollen Aufgabe entsprach. Aber ich weiß noch genau, wie Du während Deiner stets mit Bescheidenheit verrichteten Arbeit als Fährmann eines Tages um einen Dienst gebeten wurdest, der beim ersten Blick weit unter Deinen Fähigkeiten lag: ein Kind auf Deine Schultern zu nehmen und es ans andere Ufer zu bringen. Dazu bedurfte es sicher nicht eines Riesen wie Dich, mit derart kräftigen Beinen, wie sie in zahlreichen Christophorus-Darstellungen zu sehen sind.
Erst beim Überqueren war Dir bewusst geworden, dass Du damit die schwierigste Aufgabe übernommen hattest, die jemals an Dich herangetragen worden war, und dass Du all Deine Kraft würdest aufbringen müssen, um ans andere Ufer zu gelangen. Da erst erkanntest Du, mit wem Du es zu tun gehabt hattest und dass Du den Herrn gefunden hattest, dem Du dienen wolltest. So warst Du schließlich auch zu deinem Namen gekommen.

Wieso wende ich mich an Dich, kurz vor dem Jahr 2000? Weil ich glaube, dass sich heutzutage viele von uns in einer ähnlichen Situation befinden und fühlen, dass die ihnen bevorstehende Überquerung derart viel Kraft erfordert, dass sie - ähnlich wie Du in jener Nacht - daran zweifeln, ob sie es schaffen. Mir scheint dein Erlebnis wie eine Parabel dessen, was uns heute bevorsteht.

Alle hehren Ziele und ehrenvollen Anliegen, die als durchaus wichtig und bedeutend angesehen wurden und für die sich viele eifrig eingesetzt hatten, haben letztlich tief enttäuscht. So viele Entscheidungen und Erfindungen, zunächst als nützlich und fruchtbar erachtet, haben sich schließlich als Fehleinschätzungen erwiesen, als Täuschungen und Selbsttäuschungen, als Misserfolge mit ungewollten Folgewirkungen (die zudem nicht mehr wiedergutzumachen sind).

Die Chemie, die wir in Böden und Gewässern eingesetzt haben, um die Natur zu „verbessern“, fällt mittlerweile wieder auf uns zurück und wird in unseren Körpern endgelagert. Alles ist Handelsware geworden und hat seinen Preis: Es kann gekauft, verkauft, angemietet werden - sogar das (menschliche) Blut, die Organe (sowohl der Lebenden als auch der Toten) und der Mutterleib (für eine sog. Leihmutterschaft). Alles ist machbar geworden: von der Weltraumfahrt bis zur perfekten Tötungsmaschinerie in Auschwitz, vom künstlichen Schnee bis zur genetischen Manipulation des Lebens im Labor.

Das Motto der neuzeitlichen Olympischen Spiele ist zum obersten allgemein gültigen Gesetz unserer Zivilisation geworden, die sich der unbegrenzten Expansion verschrieben hat: citius, altius, fortius, schneller, höher, stärker... produzieren, verbrauchen, sich bewegen, sich ausbilden - kurz gesagt: Konkurrenz und Wettkampf. Der Drang nach mehr herrscht bedenkenlos vor, der Wettkampf bildet den allgemein anerkannten und emphatisierten Daseinsgrund. Diese Entwicklung scheint irreversibel und unaufhaltbar zu sein. Das Überschreiten von Limits, die ständige Erweiterung von Grenzen und die laufende Wachstumsförderung kennzeichnen diese Zeit des Fortschritts, in der das Gesetz von Kosten und Nutzen - „Wirtschaft“ genannt - sowie das Gesetz der Wissenschaft - „Technologie“ genannt - vorherrschen; da kümmert es auch wenig, wenn es sich häufig um eine Wirtschaft und Technologie des Verderbens handelte.

Was, lieber Christophorus, müsste heute jemand tun, der Deinem Beispiel folgen möchte? Welches wäre die ehrenvolle Aufgabe, für die es sich lohnen würde, alle seine Kraft einzusetzen, auch auf die Gefahr hin, in den Augen der Menschen Ruhm und Ansehen zu verlieren und in einer Hütte am Flussufer zu leben? Welches ist der Fluss, der sich nur schwer überqueren lässt, welches das Kind, das nur auf den ersten Blick leicht zu sein scheint, in Wirklichkeit aber mit äußerster Kraft und Willensstärke über den Fluss zu tragen ist?

Der Kernpunkt der Überfahrt, die uns bevorsteht, ist wahrscheinlich der Übergang von einer Zivilisation des „immer mehr“ zu einer des „es genügt“ oder gar des „vielleicht ist's schon zu viel“. Nach Jahrhunderten des Fortschritts, in denen der Sinn der Geschichte und der irdischen Hoffnungen in Wachstum und im Vorwärtsschreiten gesehen wurden, mag es tatsächlich unsinnig erscheinen, nun „zurückzuschrauben“, d.h. umzukehren oder jedenfalls den Hang zum citius, altius, fortius zu bremsen. Denn wie viele mittlerweile erahnen und zugeben müssen, ist dieser Hang selbstzerstörerisch geworden (dies bezeugen der Treibhauseffekt, die Umweltverschmutzung, die zunehmende Rodung der Wälder, die Flut von Chemikalien, die sich unserer Kontrolle entziehen - und eine lange Liste weiterer Schäden, die der Umwelt und der Menschheit bereits entstanden sind).

Wir müssen wieder lernen, uns zu mäßigen und zu begrenzen. Dazu gehört: die Geschwindigkeit von Wachstum und die Förderung zu drosseln, die Umweltverschmutzung, die Produktionsrate sowie den Konsum zu reduzieren, die Belastungen für die Umwelt zu vermindern sowie jede Form der Gewalt abzubauen. Wir müssen dem Motto „schneller, höher, stärker“ einen Schritt in die entgegengesetzte Richtung gegenüberstellen, wir müssen einen Gang zurückschalten. Es ist schwer, dies zu akzeptieren und umzusetzen, ja, es fällt sogar schwer, dies auszusprechen.

Wohl deswegen werden weiterhin Wege beschritten, die eine Quadratur des Kreises versuchen: so ist etwa von „Nachhaltigkeit“ oder von „qualitativem und nicht quantitativem Wachstum“ die Rede, wobei letztlich alles verschwommen bleibt, sobald es darum geht, konkret den Fluss der Umkehr zu überqueren...

Aber genau das ist es, was von uns zum Schutz unseres Planeten und aus Gründen der Gerechtigkeit verlangt wird: Wir können nicht einfach die durchschnittliche Umweltbelastung eines Menschen der westlichen industrialisierten Welt weiterhin x-fach erhöhen, ohne den völligen Zusammenbruch der Umwelt zu riskieren. Und wir können uns auch nicht weiterhin erlauben, dass 1/5 der Menschheit auf Kosten der restlichen 4/5 (und darüber hinaus auf Kosten der Natur und unserer Nachkommen) lebt.

Der Übergang von einer vom Wettkampf und von ständiger Grenzüberschreitung geprägten Zivilisation, zu einer Zivilisation des „enoughness“, der Genügsamkeit und Selbstbescheidung, der Schlichtheit und Einfachheit, scheint im Grunde ganz einfach und doch gleichzeitig fast undurchführbar zu sein. Es genügt an die enorme Herausforderung zu denken, der sich ein/e Raucher/in, eine Drogenabhängige/r oder ein/e Alkoholiker/in stellt, der/die von seiner/ihrer Abhängigkeit loskommen möchte. Daran ändert auch nichts, dass sie sich möglicherweise der Gefahren ihres untragbaren Lebenswandels durchaus bewusst sind, und vielleicht bereits deutliche Warnzeichen ihres Körpers (Herzinfarkt, Krisen ...) erhalten haben. Auch dem Arzt gelingt es im Allgemeinen nicht, sie zur Umkehr zu bewegen, indem er ihnen die tödlichen und selbstzerstörerischen Gefahren ihrer Sucht vor Augen führt. Lieber leben sie mit ihrer Selbstverstümmelung und versuchen, mit irgendwelchen Mittelchen die unvermeidlich bevorstehende Abrechnung ein wenig hinauszuschieben.

Siehst Du, lieber Christophorus, deshalb bist Du mir eingefallen: Du hast darauf verzichtet, Dich Deiner ganzen Kraft zu bedienen und hast Dich damit begnügt, einen bescheidenen und nicht sonderlich ruhmreichen Dienst zu verrichten. Du hast deine felsenfeste Überzeugung, deine enorme Kraft und deine ganze Selbstdisziplin in den Dienst eines hohen Anliegens gestellt, das nach außen hin bescheiden und einfach erscheinen mochte. Man hat dich – wohl nicht ganz zu Recht – zum Schutzpatron der Autofahrer gemacht (nachdem du vorher richtigerweise der Schutzpatron der Träger gewesen warst). Heutzutage solltest du wohl eher als Vorbild jener gelten, die auf das Auto verzichten und lieber das Rad und den Zug benutzen oder zu Fuß gehen. Und der Fluss, den es zu überqueren gilt, ist jener, der das Ufer des technischen Perfektionismus von jenem der Unabhängigkeit von technologischen Hilfsmitteln trennt. Wir werden lernen müssen, von vielen auf wenige Kilowattstunden überzuwechseln, von einer künstlich geschaffenen Überernährung auf eine gerechtere, sozial und ökologisch verträglichere Ernährung, von der Ultraschallgeschwindigkeit auf menschlichere und sparsamere Rhythmen, von einem Zuviel an Wärme- und Abfallproduktion zu einer besseren Harmonie mit der Natur. Kurz gesagt: wir müssen lernen, Grenzen nicht ständig zu überschreiten, sondern diese zu respektieren und im Gegensatz zum immer mehr Künstlich-Artifiziellen unserer Gesellschaft, das Einfache und Schlichte wiederzuentdecken.

Allein die Angst vor der Umweltkatastrophe oder die ersten Zeichen des Zusammenbruchs unserer Zivilisation (man denke an Tschernobyl, die Algen im Adriatischen Meer, das Klima, das verrückt spielt oder die Erdölmengen, die bei Unfällen ins Meer gelangen) werden uns nicht zur Umkehr bewegen. Was es braucht ist vielmehr einen positiven Impuls, jenem gleich, der dich dazu führte, dein Leben zu ändern und nach einem neuen und höheren Sinn zu suchen. Deine Entscheidung, auf Muskelkraft zu verzichten und dich in den Dienst des Kindes zu stellen, ist eine schöne Parabel auf die „ökologische Wende“, die heute unausweichlich ist.

(Übersetzung von Christine Stufferin, Martin Silbernagl)
Caro San Cristoforo,
 

Sterzing/Vipiteno - Neustadt/Città Nuova
Ne sei nia sce tu te lecordes de mé sciche ie me lecorde de té. Fove n mut che te udova depënt sui mures dedora de truepa pitla dliejes da mont. Afrësć suvënz smarii, ma for da recunëscer. Tu - ël grant, ghert, dala berba y vedl – purtoves sun ti sciables l mënder da una na pert al'autra dl ruf, y n capiva che chëla fova per té la majera fadia y la majera legrëza. Me ove fat cunté n grum de iedesc la storia da mi oma, che ne fova pa chissà tan esperta de sanc, o cetina, ma la fova bona de nes maruië cun si cuntedes. Inscì ne n'ei me audì ti drë inuem, y nianca ti post ufiziel tla schira di sanc dla dlieja (é tëma che te sibes povester stat vitima de na epurazion che te à fat arbassé al livel de n sant de mënder valor o nia stat dessegur).
Ma ti storia, chëla me lecordi bën, almanco si strutura.
Tu foves un che sentiva te sé dedite n grum de forza y de ueia de fé, che, do avëi servì – respetà y unerà per ti forza y l suzes de ti ermes – sota la bandieres di senieures plu cunesciui y mpurtanc de ti tëmp, te sentives sprecà.
Te oves fat ora de serví mé un n patron a chël che l paiessa la mueia ti jì do, na Gran Causa che valëssa propi deplù dl'autres.
Povester foves stanch de gloria fauza, y oves ueia dla drëta. Ne me lecorde nia plu coche l te fova unì cunsià de jì a sté dlongia la rives de n ruf periculëus per mené via – de gra a ti forza fisica de maureia – i viandanc che ne fossa nia stac boni de ti la fé dassëui, y nianca coche la fova jita che te oves azetà n servij tan da nia, che ne semiova defin nia chëla „Gran Causa“ a chëla – l capive – che ti stajoves do.
Ma sé pu che l fova te chëla funzion, vivuda cun umeltà, che l te fova capità de unì damandà do n servij do la rata cis „plu bas“ de ti forza: tò n mënder sula sciables y l purté sun l autra pert, na ncëria per chëla che l ne jiva dessegur nia debujën de vester n gigant sciche tu y de avëi chëla gran giames da muscules cun chëles che i ti ova depënt. Permò do avëi scumencià a passé via l ruf t'oves ntendù che te oves azetà la ncëria plu pesocia de ti vita, y che te messoves propi te purvé dassën, fé n sforz nchersceul, per vester bon de ruvé via.
Dedò permò oves capì cun chi che t'oves abù da nen fé, y oves abinà l Senieur che l paiova la mueia de servì, tan che l inuem te fova restá per for.

Ciuldì rejoni pa cun té, al scumenciamënt dl ann 2000?
Ajache pënse che aldidancuei sons de trueps che ie te ti situazion, y che la traverseda che nes aspieta damanda forzes massa grandes, de velch tan grandes sciche te a ti te messova semië la gran ncëiria n chëla nuet, tant che te oves dubità de ti la fé. Y tan inant che chëla ti ntraunida pudëss' semië na parabola de chëla che on mo dan nëus.

Ntant iela tan inant che duta la gran causes recunesciudes sciche teles, truepes de chëstes zenzauter mpurtantes y nëubles, sibe unides servides, nce cun dedizion, y che les ebe scialdi crià mueies. Tan de tarluies, tan de ngians y auto-ngians, tan de faledes, tan de cunseguenzes nia uludes (y nia plu da fé bones) de dezijions y nvenzions de bon cuer y minedes bon.

I tuessesc dla chimica, scirmei tla tiera y tl'eghes per „miuré“ la natura, ruva ntant inò zeruch: nosc corps ie i deposic finei. Uni avëi y uni atività ie deventeda marcanzia, y à perchël si priesc: n possa l cumpré, vënder, fité. Nchinamei l sanch (di vives), i organns (di morc y di vives), y la mer (per na gravidanza mpresteda). Dut ie mesun: dal viac nterplaneter al perfezion assassina de Auschwitz, dala nëif artifiziela al frabiché y manipulé zënza regules dla vita ti labors.

L moto di juesc olimpics moderns ie deventà lege suprema y universela de na ziviltà che se ngrandësc zënza lims: „"citius, altius, fortius", plu debota, plu auc, plu gherc tochen da perdujer, cunsumé, se spusté, mparé, garejé, de velch. La garejeda de vieres dl „plu“ la vënc zënza se daudé, l model de garejeda ie deventà l sistem recunesciù y enfatisà de n stil de vita che semea da nia pudëi mudé y da śaré ite. Jì sëura si lims, slargë i cunfins, sburdlé inant la chersciuda ie ciche ha caraterisà a na maniera stramba l tëmp dl progres, cumandà da na lege dl'utilitá tlameda „economia“ a da na lege dla scienza tlameda „tecnologia“ – unfat sce l se tratova suvënz de necro-economia y de necro-tecnologia.

Ce restëssa pa mo da fé a un che te fajëss do ncuei, caro San Cristoforo? Ciuna ie la pa Gran Causa per chëla che n pudëssa adurvé la mieura forzes, nce a cost de pierder gloria y prestisc ti uedli dla jënt y de se archité te n medel sula riva de n ruf? Ciun ie pa l ruf rie da traversé, ciun sará pa l mënder lesier ala semea, ma per drët pesoch y che l se paiessa da purté via?

L cuer dla traverseda che nes aspieta ie bonamënter l passé da na ziviltà dl „de plu“ a una dl „povester iel assé“ o dl „povester iel bele de massa“. Do cënc de ani de progres, ulache l jì inant y la chersciuda fova la tle dl sentì la storia y la speranzes de chësta tiera, possel semië propi per nia l pensé a „ji zeruch“, o sciche de dì almanco fermé l muvimënt dl „citius, altiu, fortius“. Che se desdruj dassëul, sciche bele trueps sënt y muessa dé pro (y chësc ie demustrà dal efet-serra, l empaziamënt, l murì di bosc, invajion de combinazions chimiches nia plu da avisé... y mo da na lingia zënza fin de pleies dla biosfera y l'umanità).

L ie debujën de abiné ora da nuef y pratiché lims nueves: śaré (i ritms de chersciuda y de sfrutamënt), arbassé (i liviei de empaziamënt, de produzion, de cunsum), smendrì (nostra prescion sun la biosfera, uni forma de viulënza). N vëir „jì zeruch“, sce l cunfrunton cun l „plu debota, plu insù, plu dassën“. Rie da azeté, rie da fé, rie monce da dì.

Tan inant che n vá inant cun l cunté formules che proa a fé na quadratura ntorta dl cërtl, rujenan de „svilup sustenibl“ o de „chersciuda qualitativa ma nia quantitativa“, per po mucé te n nibl puech tler pernanche la se trata de traversé cuncretamënter l ruf dl jì de n auter vieres.

Ma l sarà propi chël che nes unirà damandà, sibe per rejons de sanitá dl planet, sibe per rejons de giustizia: ne pudon nia multipliché per 5-6 miliardes l pëis ambientel dla persona blancia y ndustriela, sce ne ulon nia che l suzede l bot dla biosfera, ma ne pudon nianca pensé che 1/5 dla umanitá posse viver inant a spëisa di auter 4/5, ora che dla natura y de chëi che vën do.

La traverseda da na ziviltà che proa a ti vester ai lims, a una dl' autolimitazion, dl „enoughness“, dla „Genügsamkeit“ o dla „Selbstbescheidung“, dl scëmpl, semea saurì o nia da pudëi fé. L tleca pensé ala gran fadia che l fumadëur o l drogà o alcolist fej canche l prova a ti vester al viz, nce sce teoricamënter segur dla risia a chëla che l ti và ancontra o monce sce si sanitá (bot, crises, ...) se à bele fat sentí. L dutor che prova a i fé capí i sprigulan cun la tëma dla mort y dla autodistruzion, ne n'ie suvënz nia bon de i mutivé a mudé streda; plu gën cunvivi cun la mutilazion y prova medejines per spusté n pue' inant la conta.

Chësta ie la guaja ciuldì che te me ies tumá ite, San Cristoforo: tu ies un che ie stat bon de renunzië a mustré ti forzes y che à azetà n servij che pieta puecia gloria. Te es metù ti gran avëi de cunvinzion, de forza y de autodisciplina al servij de na Gran Causa, che semea perdrët omla y da nia. Y te à fat – povester zënza te damandé – deventé l patron di automobilisć (do vester stat inant l prutetëur de chëi che fej fadia: aldidancuei messësses inant ispiré chiche passa dal'auto ala roda, ala ferata y al jì a pe! Y l ruf da traversé ie chël che spartësc la spuenda dla perfezion tecnica for plu fina da chëla dla autonomia, dala proteses tecnologiches: messesan mparé a tragheté dai truep ai puec chilovat, da na alimentazion super artifiziela a na alimentazion plu rëidla y compatibla cun l balanz ecologich y soziel, dal sgors supersonich a tëmps y ritms plu umans y che magia de manco energia, dala produzion de massa ciaud y de massa resć ntussienc a n ziclus plu n armonia cun la natura. Passé, sce se capion, dal purvé a superé i lims a n si nuef respet, y da na ziviltà dla artifizialisazion for plu sterscia a na abineda nueva dl scëmpl y dl puech.

L ne tlecherá nia la tëma da catstrofes ecologiches y dai prim boc de nosta sozietá (da Cernobyl ala alghes dl Adriatich, dal tlima unì mat al sparpaniamënt de uele te nosc meres) a nes fé mudé streda. L sarà debujën de na sburdla positiva, che semea a chëla che te à fat crì na vita y n sentì la vita desferënt y plu aut, de chël de ti vita da dant plëina de forza y gloria.
Ti renunzië ala forza y la dezijion de te mëter al servij dl mënder nes pieta na parabola dla „converjion ecologica“ de chëla che l ie ncuei debujën.

(translazion de Leander Moroder)
zeruch
Cher Saint Christophe
, Publié dans „Lettera 2000“, Eulema Edizioni, février-mars 1990
 

Sterzing/Vipiteno - Neustadt/Città Nuova
Je ne sais pas si tu te souviendras de moi comme moi je me souviens de toi. J’étais un jeune garçon et je t’apercevais sur les murs extérieurs des chapelles de montagne. C’étaient des fresques souvent ternies, mais encore parfaitement lisibles. Tu étais un géant barbu qui portait un enfant sur ses épaules et l’aidait à traverser un fleuve. On voyait bien que cet acte te demandait un effort suprême, mais il te donnait à la fois un sentiment de joie suprême. J’ai demandé maintes fois à ma mère de me raconter ton histoire. Elle n’était ni spécialiste de l’hagiographie ni particulièrement pieuse, mais ses récits étaient passionnants … C’est pourquoi je n’ai jamais su ni ton véritable nom ni ta place officielle parmi les saints de l’église (et je crains que tu aies été victime d’une épuration récente, suite à quoi tu as été dégradé au rang de saint de moindre importance et ils en sont même arrivés à mettre en doute ton existence). Néanmoins je me souviens bien de ton histoire, au moins des traits essentiels. Tu sentais en toi une grande force et une réelle volonté d’agir. Après avoir combattu et avoir été respecté et honoré pour ta force et les victoires remportées, sous les enseignes des seigneurs les plus importants de ton époque, tu avais le sentiment d’avoir perdu ton temps. Tu avais décidé de te mettre au service d’un seigneur qui valait vraiment la peine d’être suivi, d’une Grande Cause qui méritait plus que les autres. Tu étais peut-être fatigué de la fausse gloire et tu voulais acquérir la vraie gloire. Je ne me souviens plus comment tu es arrivé à t’installer près d’un fleuve dangereux pour aider les gens à le traverser - grâce à ta force exceptionnelle - ni comment tu as pu accepter un service si humble qui ne correspondait pas à la Grande Cause que tu cherchais. Par contre je sais encore très bien que ce fut là qu’on te demanda un service qui de prime abord paraissait bien “au-dessous” de tes forces: prendre un enfant sur tes épaules et l’emmener de l’autre côté, une tâche qui ne nécessitait pas un géant comme toi avec tes grosses jambes bien musclées. Ce n’est qu’au milieu de la traversée que tu t’es rendu compte que tu avais accepté la tâche la plus difficile de ta vie. Tu as eu bien du mal et tu as dû déployer toute ta force pour arriver sur l’autre rive. Ce n’est qu’après que tu as compris qui tu avais porté et que tu avais trouvé le seigneur qu’il valait vraiment la peine de le servir. C’est ainsi que tu as reçu ton nom …

Pourquoi m’adresser à toi au seuil du XXIe siècle? Parce que je pense qu’aujourd’hui beaucoup de gens se retrouvent dans une situation semblable à celle que tu as connue. Et puis parce que je crois que la traversée qui nous attend demande des forces incroyables comme la tâche que tu as dû accomplir cette nuit-là, si bien que tu as eu peur de ne pas réussir à l’accomplir. Je voudrais tant que le récit de ton aventure fût une parabole qui nous montre ce qui nous attend.

Malgré les efforts considérables déployés, toutes les grandes causes ont déçu (et beaucoup d’entre elles étaient sans doute nobles et importantes). De nombreuses bévues ont été commises et de nombreuses illusions et auto-illusions ont été générées. Il y a eu beaucoup d’échecs. Des choix et des inventions, que l’on croyait utiles, ont eu des conséquences non voulues (et irréversibles).

Les poisons chimiques utilisés pour « améliorer » la nature reviennent en boomerang: ils s’accumulent ou se déposent dans nos organismes. Tout devient marchandise qui a un prix: on peut tout acheter, tout vendre ou tout louer. Même le sang (des vivants), les organes (des morts et des personnes vivantes) et l’utérus (des mères porteuses – la gestation pour autrui).

Tout est devenu faisable: du voyage interplanétaire à la perfection meurtrière d’Auschwitz, de la neige artificielle à la création et à la manipulation arbitraire de la vie en laboratoire.

La devise olympique est devenue la loi suprême et universelle d’une civilisation vouée à l’expansion illimitée: citius, altius, fortius, plus vite, plus haut, plus fort, il faut produire, consommer, se déplacer, s’instruire …. bref, être en compétition. La course au « plus » l’emporte, sans entraves et sans retenue, le modèle de la compétition est la matrice établie et exagéré d’un style de vie qui paraît irréversible et sans bornes. Le progrès, caractérisé par le dépassement des limites, l’élargissement des frontières et la poussée de la croissance, était dominé par la loi de la rentabilité appelée “économie” et par la loi de la science appelée “technologie” - peu importe s’il s’agissait souvent de nécro-économie et de nécro-technologie.

Cher Saint Christophe, que devrait faire de nos jours celui ou celle qui voudrait suivre ton exemple? Quelle est la Grande Cause pour laquelle il faudrait s’engager corps et âme, quitte à perdre sa gloire et son honneur, en acceptant de s’installer dans une cabane près d’un fleuve? Quel est le fleuve difficile à traverser? Quel est l’enfant en apparence léger, mais en réalité bien lourd qu’il faut impérativement transporter?

Le cœur de la traversée qui nous attend est vraisemblablement le passage d’une civilisation du “davantage” au “c’est suffisant” ou bien “c’est peut-être déjà trop”. Après des siècles de progrès au cours desquels la croissance et la fuite en avant étaient la quintessence du sens de l’histoire et des espoirs des hommes, envisager une “régression”, c’est-à-dire une inversion ou au moins un arrêt de la course folle du citius, altius, fortius, peut effectivement sembler inégal. Beaucoup pressentent et doivent bien admettre que cette course est devenue autodestructrice (l’effet de serre, la pollution, la déforestation, l’invasion des composés chimiques incontrôlables ainsi que de nombreuses autres blessures infligées à l’homme et à l’environnement en témoignent).

Il faut donc réintroduire et s’imposer des limites: ralentir le rythme (de croissance et d’exploitation), réduire (la pollution, la production et la consommation), atténuer (notre pression sur la biosphère et toute forme de violence). Il faut une véritable « régression » par rapport au « plus vite, plus haut, plus fort »: c’est difficile à accepter, difficile à faire, voire même à dire.

C’est pourquoi on radote des formules pour tenter de résoudre la quadrature du cercle en parlant de « développement soutenable ou durable » ou bien de « croissance qualitative et pas quantitative », sauf que l’on se réfugie derrière de vagues propos lorsqu’il s’agit concrètement de traverser le fleuve de l’inversion de tendance.

Et pourtant c’est bien ce qui nous est demandé, pour des raisons de santé de la planète et pour des raisons de justice: si nous ne voulons pas que la biosphère s’écroule, nous ne pouvons pas multiplier par 5-6 milliards l’impact environnemental de l’homme blanc et industrialisé; de la même façon nous ne pouvons pas croire qu’un cinquième de l’humanité puisse continuer à vivre au détriment des quatre cinquièmes restants, de la nature et des générations à venir.

Le passage, de cette civilisation, focalisée autour du dépassement des limites à une civilisation de l’autolimitation, du « enoughness », de la « Genügsamkeit » ou de la « Selbstbescheidung », de la frugalité, est une tâche qui paraît aussi simple que démesurée. Il suffit de penser aux difficultés que peuvent éprouver un fumeur, un toxicomane ou un alcoolique perdu qui veut sortir de sa dépendance, malgré la connaissance des risques s’il continue et malgré les avertissements préalables (infarctus, crises etc.). Le médecin a beau essayer de les convaincre, en instillant la peur de la mort ou de l’autodestruction, il n’arrive pas à les faire changer. Ils préfèrent encore vivre avec la mutilation et chercher de quoi repousser l’heure des comptes.

Voilà la raison pour laquelle j’ai pensé à toi, Saint Christophe: tu as su renoncer à l’emploi de la force et tu as accepté un service de peu de gloire. Tu as mis toute ta conviction, toute ta force et toute ton autodiscipline au service d’une Grande Cause d’apparence humble et modeste. On t’a fait devenir – peut-être un peu abusivement - le patron des automobilistes (après avoir été - de façon plus appropriée - le patron des portefaix): de nos jours tu devrais inspirer ceux qui laissent leur voiture et passent au vélo, au train ou à la marche! Le fleuve qu’il faut traverser est celui qui sépare le bord de la perfection technique, de plus en plus sophistiquée, du bord de l’autonomie à l’égard des prothèses technologiques: il faudra apprendre à passer de « beaucoup de kWh à peu de kWh », d’une suralimentation à une alimentation plus équitable, de la vitesse supersonique à des rythmes plus humains et moins consommateurs d’énergie, de la surproduction de chaleur et de déchets polluants à un rapport plus harmonieux avec la nature. Autrement dit, il faut passer de la recherche du dépassement des limites à un nouveau respect des limites, d’une civilisation de l’artificialisation toujours plus poussée à une redécouverte de la simplicité et de la frugalité.

Cependant la peur d’une catastrophe écologique ou les premiers signes d’écroulement de notre civilisation (de Tchernobyl aux algues dans la mer Adriatique, du climat devenu fou aux déversements de pétrole dans la mer) ne réussiront pas à provoquer un changement d’attitude. Il nous faut quelque chose qui nous pousse positivement, qui rassemble à ce qui t’a amené à chercher une autre vie et à donner un autre sens à ta vie, plus élevé par rapport à ton existence précédente seulement placée sous le signe de la force et de la gloire. Ton renoncement à la force et la décision de te mettre au service de l’enfant, forment une belle parabole illustrant la “conversion écologique” devenue nécessaire aujourd’hui.

(traduction de Christine Stufferin)
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Querido San Cristóbal,
1.3.1990, publicado en "Lettere 2000", Ed. Eulema
 

Sterzing/Vipiteno - Neustadt/Città Nuova
No sé si tú te acordarás de mí como yo de ti. Era entonces un chico joven y te veía representado en el exterior de muchas capillas de montaña. En frescos a menudo desvaídos pero perfectamente reconocibles. Tú -hombretón alto, grande, robusto, barbudo y viejo- transportabas al niño sobre tus hombros de una orilla a otra del río, y se veía que aquello significaba para ti un supremo esfuerzo y una suprema alegría. Hice que mi madre me contase muchas veces esta historia y, aunque ella no era experta en santos ni devota, sabía fascinarme con sus relatos. Así, nunca llegué a saber tu verdadero nombre, ni tu lugar oficial entre los santos de la iglesia (temo que hayas sido víctima de una reciente depuración que te ha degradado a santo menor o de dudosa existencia). Pero tu historia la recuerdo bien, al menos en lo esencial. Eras alguien que sentía dentro de si tanta fuerza y tantas ganas de hacer cosas que, después de haber combatido -y de ser respetado y honrado por tu fuerza y por los éxitos de tus armas- te sentiste desaprovechado. Decidiste entonces que querías servir a un único señor al que verdaderamente mereciese la pena seguir, una Gran Causa que en verdad fuese más valiosa que las otras. Quizás estuvieses cansado de la falsa gloria y deseases sólo la verdadera. No recuerdo ya como llegaste a establecerte en la orilla de un peligroso río para ayudar a atravesarlo -gracias a tu fuerza física excepcional- a los transeúntes que no eran capaces de hacerlo solos, ni como habías aceptado un servicio tan humilde que no se asemejaba mucho a aquella "Gran Causa" de la cual -creo- estabas sediento. Lo que sí recuerdo es que en el ejercicio de tu función, vivida con modestia, fuiste requerido para un servicio que, a primera vista, estaba muy "por debajo" de tus fuerzas: tomar en tus hombros a un niño para llevarlo a la otra orilla, tarea para la cual no era necesario ser un gigante como tú ni tener unas piernas tan musculosas como aquellas con las que te han representado. Sólo una vez iniciada la travesía te diste cuenta de que habías aceptado la tarea más difícil de tu vida y que debías realizar un esfuerzo extremo para lograr alcanzar la otra orilla. Más tarde comprendiste a quien habías transportado, y que habías encontrado al Señor a quien valía la pena servir, de tal manera que por siempre conservaste tu nombre.

¿Por qué me dirijo a ti, en el umbral del año 2000? Porque pienso que hoy muchos de nosotros nos encontramos en una situación parecida a la tuya, y que la travesía que se nos presenta requiere fuerzas inmensas, no muy diferentes de tu tarea en aquella noche, en la que llegaste a dudar de poder realizarla. Que esta aventura tuya pueda ser una parábola de las que están ante nosotros.

Diríase que todas las grandes causas reconocidas como tales, muchas de las cuales, importantes e ilustres, fueron servidas con abnegación, decepcionaron grandemente. Cuántos deslumbramientos, cuántos engaños y auto-engaños, cuántos fracasos, cuántas consecuencias no queridas (e irreversibles) de elecciones e inventos que se pensaba generosos y providenciales.

Los venenos de la química, vertidos en la tierra y en las aguas para "mejorar" la naturaleza, ahora retroceden: sus depósitos últimos son nuestros cuerpos. Todo bien, toda actividad se transforma en mercancía y tiene por tanto un precio: se puede comprar, vender, alquilar. Incluso la sangre (de los vivos), los órganos (de los muertos y de los vivos) y el útero (para un embarazo "de alquiler"). Todo es factible: del viaje interplanetario a la perfección homicida de Auschwitz, de la nieve artificial a la construcción y manipulación arbitraria de la vida en el laboratorio.

El lema de los modernos juegos olímpicos se ha convertido en ley suprema y universal de una civilización en expansión ilimitada: citius, altius, fortius, más veloces, más altos, más fuertes; se debe producir, consumir, desplazarse, instruirse... competir, en definitiva. La carrera hacia lo "más" triunfa sin pudor, el modelo de la competición se ha convertido en la matriz reconocida y enfatizada de un estilo de vida que parece irreversible e incontenible. Superar los límites, ampliar los confines, empujar hacia adelante el crecimiento ha caracterizado el tiempo del progreso dominado por una ley de la utilidad definida como "economía" y de una ley de la ciencia definida como "tecnología" -poco importa que muchas veces se trate de necro-economía y de necro-tecnología.

¿Qué le quedaría hoy por hacer a un émulo tuyo, querido San Cristóbal? ¿Cuál es hoy la Gran Causa en la que empeñar las mejores fuerzas, aunque sea a costa de perder gloria y prestigio a los ojos de la gente y de agazaparse en una cabaña en la ribera de un río? ¿Cuál es el difícil río a atravesar, cuál será el niño aparentemente ligero, pero en realidad pesado y decisivo, que haya que transportar?

El corazón de la travesía que está ante nosotros probablemente sea el paso de una civilización de lo "más" a otra del "puede bastar" o del "quizás ya es demasiado". Después de siglos de progreso, en los cuales el avanzar y el crecimiento fueron la quintaesencia misma del sentido de la historia y de las esperanzas terrenales, puede parecer efectivamente instructivo pensar en "retroceder", es decir en invertir o al menos parar la carrera del citius, altius, fortius. Ésta se ha vuelto autodestructiva, como ya muchos intuyen y tienen que admitir (y ahí están para documentarlo el efecto invernadero, la polución, la deforestación, la invasión de compuestos químicos incontrolables... e una ulterior y larguísima lista de heridas de la biosfera y de la humanidad).

Es pues necesario redescubrir y practicar los límites: ralentizar (los ritmos de crecimiento y explotación), rebajar (las tasas de polución, de producción, de consumo), atenuar (nuestra presión hacia la biosfera, toda forma de violencia). Un verdadero "retroceso", con respecto al "más veloz, más alto, más fuerte". Difícil de aceptar, difícil de hacer, difícil incluso de decir.

Hay tantos que se siguen recitando fórmulas que intentan una retorcida cuadratura del círculo, hablando de "desarrollo sostenible" o de "crecimiento cualitativo, pero no cuantitativo", para luego ampararse en la vaguedad cuando se trata de atravesar en concreto el río de la inversión de tendencia.

Y sin embargo será justamente esto lo que se nos pida, bien por razones de salud del planeta, bien por razones de justicia: no podemos multiplicar por 5-6 mil millones el impacto ambiental medio del hombre blanco e industrializado, si no queremos el colapso de la biosfera, pero no podemos tampoco pensar que un 1/5 de la humanidad pueda seguir viviendo a expensas del otro 4/5, más allá de la naturaleza y de los que vendrán.

El tránsito de una civilización impregnada de competitividad para superar los límites, hacia una civilización de la auto-limitación, del "enoughness", del "Genügsamkeit" o "Selbstbescheidung", de la frugalidad, parece tan simple como desmesurada. Basta pensar en la extrema fatiga con que el fumador, el toxicómano o el alcoholizado empedernido afrontan la salida de su dependencia, incluso cuando a lo mejor están teóricamente persuadidos de los riesgos que corren si continúan por ese camino y aún cuando a veces ya fueron golpeados por serias advertencias (infartos, crisis...) sobre lo insostenible de su condición. El médico que intenta convencerlos invocando o fomentando en ellos el miedo a la muerte o a la autodestrucción, no suele lograr motivarlos a cambiar de camino, más bien conviven con la mutilación y buscan remedios para aplazar un poco más la rendición de cuentas.

Por esto me acordé de ti, San Cristóbal: tú eres uno de los que has sabido renunciar al ejercicio de su fuerza física y que ha aceptado un servicio de poca gloria. Has puesto tu enorme patrimonio de convicción, de fuerza y de auto-disciplina al servicio de una Gran Causa aparentemente muy humilde y modesta. Te han convertido -quizás de manera un poco abusiva- en el patrón de los automovilistas (después de haber sido en realidad el protector de los maleteros): hoy deberías inspirar a aquellos que del automóvil pasan a la bicicleta, al tren ¡o incluso a los mismos pies! Y el río por atravesar es el que separa la orilla de la perfección técnica cada vez más sofisticada de aquella otra de la autonomía de las prótesis tecnológicas: tendremos que aprender a atravesar de muchos a pocos kilowatios, de una superalimentación artificial a una nutrición más ecuánime y compatible con el equilibrio ecológico y social, de la velocidad supersónica a tiempos y ritmos más humanos y menos energívoros, de la producción de excesivo calor y escorias contaminantes a un ciclo más armonioso con la naturaleza. Pasar, en fin, de la búsqueda de la superación de los límites a un nuevo respeto de ellos, y de una civilización de la artificialización cada vez más osada a un redescubrimiento de la sencillez y de la frugalidad.

No bastarán el miedo a la catástrofe ecológica o los primeros infartos y colapsos de nuestra civilización (de Chernóbil a las algas del Adriático, del clima enloquecido a los vertidos de petróleo en los mares), para convencernos de cambiar el rumbo. Necesitaremos un impulso positivo, más parecido al que te hizo buscar una vida y un sentido diferente y más alto al de tu anterior existencia de fuerza y de gloria. Tu renuncia a la fuerza y la decisión de ponerte al servicio del niño nos ofrece una hermosa parábola de la "conversión ecológica" hoy necesaria.

(traducción de María Lopo)
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