Letter from NY
April 2025
È un caldo pomeriggio di primavera. Mentre saliamo le scale della metropolitana, iniziamo a sentire i cori che echeggiano in superficie. Uno sguardo veloce con la mia amica ci basta per capirci: è il momento di coprirsi il viso. Indossiamo mascherine sanitarie, lei si avvolge i capelli in uno scialle, io abbasso il cappello nero sulla fronte. Sappiamo bene che, una volta in strada, non possiamo rischiare di essere riconosciuti né dalla polizia né dalle telecamere.
Diverse file di poliziotti affollano la strada. L’attenzione di macchine e passanti si concentra sulla folla riunita sul marciapiede davanti all’entrata di una delle università più note al mondo: ci troviamo a New York, davanti alla Columbia University.
Oggi è il 14 marzo. Siamo qui per protestare l’arresto di Mahmoud Khalil, studente palestinese della Columbia, prelevato senza mandato d’arresto l’8 marzo dal suo alloggio universitario. Nelle ultime settimane, Mahmoud era stato vittima del cosiddetto “doxxing”: diversi individui da gruppi di estrema destra e sostenitori del sionismo avevano pubblicato sue foto e informazioni personali sui social media, accusandolo di rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale e chiedendo la sua deportazione. Queste persone si riferivano alla sua attività di attivismo in sostegno alla Palestina, attività che questi gruppi hanno etichettato come antisemita e filo-terroristica.
Preoccupato per la propria sicurezza, Khalil si era rivolto all’università. Il giorno dopo, quattro agenti dell’ICE si sono presentati in borghese alla sua porta, sostenendo che il suo visto fosse stato annullato. Khalil ha spiegato di essere titolare di una green card, un permesso di residenza permanente, ma gli agenti hanno risposto che anche quella era stata revocata. Senza mostrare alcun mandato, lo hanno portato via, minacciando lui e sua moglie, senza fornire informazioni sul luogo di detenzione o sulle accuse formali.
Mahmoud è ancora detenuto, senza accusa formalizzata o processo, il che rende il tutto estremamente irregolare e illegale. A quanto pare, l’unico “processo” ritenuto necessario è stato il “processo” tenuto dai sionisti sui social media. Il giorno dopo l’arresto, il Presidente Trump ha voluto aggiungersi ai loro cori su internet, postando su X una foto di Khalil con il sottotitolo “Shalom, Mahmoud”, ovvero: arrivederci, Mahmoud.
Ci avviciniamo alla folla radunata davanti all’entrata della Columbia con circospezione. I poliziotti ci guardano male, ma per fortuna non fanno cenno di volerci bloccare la strada, il che è un sollievo. Controllo che la mascherina non mi sia scivolata giù e mi affretto a nascondere i capelli sotto il cappello. In quanto studente internazionale, non si può mai essere troppo cauti.
ICE, le forze di sicurezza del dipartimento d’immigrazione, non se la sono presa solo con Mahmoud Khalil. Hanno arrestato anche Badar Khan Suri, uno studente della Georgetown University, il quale presenta la stessa identica storia: dopo un periodo di doxxing sui social media da parte di gruppi di estrema destra, è stato prelevato dalle forze di sicurezza e il suo fermo viene giustificato con gli stessi toni ambigui di “sicurezza nazionale” e “antiterrorismo”. Ranjani Srinivasan, una studentessa indiana della Columbia, è fuggita a bordo di un aereo appena ha saputo che il suo visto è stato revocato, sfuggendo per un soffio all’arresto. Quello che lega tutti questi studenti è la partecipazione ad attivismo in sostegno alla Palestina.
Questa serie di azioni illegali di ICE sono state preparate da un ordine esecutivo annunciato da Trump a gennaio, che ordina l’espulsione dagli Stati Uniti di tutti gli studenti internazionali coinvolti in attività "terroristiche" o “pro-Hamas”. Nessuno studente internazionale coinvolto in attivismo pro-Palestina può più dirsi al sicuro. Diverse università, invece che proteggere i propri studenti, stanno collaborando con ICE per tracciare studenti internazionali che hanno partecipato nell’attivismo.
Questa collaborazione tra università e governo avviene in modo più o meno volontario: l’amministrazione Trump ha compilato una lista di 60 università indagate per “antisemitismo”, le quali rischiano la cancellazione dei fondi federali da cui dipendono se non riescono a dimostrare il loro sostegno a Israele. Questo ricatto del tutto legale palesemente vuole costringere le università a dimostrare la propria fedeltà al nuovo governo espellendo studenti coinvolti in attivismo pro Palestina, revocando i diplomi, e segnalandoli alle autorità.
Ci addentriamo nella folla. Tutte le persone intorno a me hanno volto e capo coperti - tutti, tranne un uomo sulla trentina che porta un kippah e una spilla con la stella di David sul petto. Poco più oltre vedo altre persone con indosso la stella di David, tutte a volto scoperto. La loro è una scelta consapevole: controbilanciare l’equazione distorta che vede ogni critica a Israele come antisemitismo. La loro presenza rende evidente una verità scomoda: l’opposizione al genocidio del popolo Palestinese è spesso guidata da ebrei e da organizzazzioni ebraiche, come Jewish Voice for Peace ad esempio.
Una persona dal centro della folla dirige i cori. “We want justice, you say how?” grida, e noi ripetiamo. “Free Mahmoud Khalil now!” aggiunge, e noi le facciamo eco.
È un’esperienza particolare, vivere sotto un governo che sta facendo di tutto per criminalizzare l’opposizione ad un genocidio. L’amministrazione Trumpiana sta prendendo una svolta autoritaria, usando metodi sempre più estremi e violenti. In un certo senso, però, il nuovo governo ha reso facilissimo distinguere il giusto dallo sbagliato e fare la scelta responsabile. Se un governo tendente al fascismo criminalizza il sostegno alla Palestina, allora ci sono pochi dubbi sulla legittimità della causa.