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Narges Mohammadi oggi

Narges Mohammadi: una lotta che non si arresta

Dalle prime denunce contro la pena di morte al Nobel per la Pace, dagli anni di carcere alla nuova detenzione del dicembre 2025: la storia di un impegno che continua a sfidare la repressione.

 

2009–2013 | I primi riconoscimenti, le prime reclusioni

Nel 2009 Narges Mohammadi riceve il Premio Alexander Langer per il suo impegno nella difesa dei diritti umani in Iran. Seguono il Premio Per Anger nel 2011 e il PEN/Oxfam Novib Award nel 2013.

Nel frattempo, arresti e condanne segnano la sua attività. Le autorità iraniane la perseguono per il lavoro a sostegno dei prigionieri politici e per la sua collaborazione con organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. Le sue condizioni di salute peggiorano durante la detenzione; nel 2012 viene rilasciata su cauzione.

Dopo il rilascio, intensifica la campagna contro la pena di morte, destinata a diventare uno degli assi centrali del suo impegno.

 

2015–2022 | Il carcere e la denuncia della violenza

Nel 2015 Mohammadi viene nuovamente arrestata e condannata a una lunga pena detentiva. In carcere denuncia l'uso dell'isolamento, le violenze contro le persone detenute e le condizioni delle prigioni iraniane.

Nonostante le restrizioni, continua a documentare gli abusi e a sostenere le campagne per l'abolizione della pena capitale. Nel 2022, dopo la morte di Mahsa Jina Amini e l'esplosione delle proteste raccolte sotto lo slogan «Donna, vita, libertà», esprime solidarietà alle manifestanti anche dalla prigione di Evin.

Il suo impegno contribuisce a rendere visibile la condizione delle donne iraniane e di chi rischia la libertà per aver contestato le autorità.

 

2023 | Il Nobel per la Pace

Il 6 ottobre 2023 le viene assegnato il Premio Nobel per la Pace per la lotta contro l'oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani e della libertà.

Al momento dell'annuncio, il Comitato norvegese per il Nobel ricorda che Mohammadi è stata arrestata tredici volte, condannata cinque volte e condannata complessivamente a 31 anni di carcere e 154 frustate, secondo il bilancio allora disponibile.

Mohammadi è ancora detenuta e non può ritirare personalmente il premio. Il Nobel porta la sua vicenda al centro dell'attenzione internazionale e riconosce anche la lotta collettiva delle donne iraniane.

Nello stesso anno riceve il Premio Olof Palme, il Premio mondiale UNESCO-Guillermo Cano per la libertà di stampa e il PEN/Barbey Freedom to Write Award.

 

2024 | Una libertà provvisoria

Nel novembre 2024 Mohammadi rientra in carcere dopo un intervento per la rimozione di una lesione ossea. Il 4 dicembre viene temporaneamente rilasciata per motivi medici.

La liberazione, accolta con sollievo dalle organizzazioni per i diritti umani, non è definitiva. Le condizioni di salute restano motivo di forte preoccupazione e le richieste di porre fine alla sua detenzione proseguono.

 

2025 | Il ritorno in carcere

Dopo aver ripreso le proprie attività pubbliche, Mohammadi torna a denunciare le violazioni dei diritti umani e le esecuzioni in Iran.

Il 12 dicembre 2025 viene arrestata a Mashhad durante una cerimonia commemorativa per l'avvocato Khosrow Alikordi. Secondo le testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani, durante l'arresto subisce violenze fisiche.

Il nuovo arresto segna l'inizio di un'altra fase di detenzione, accompagnata da appelli internazionali per la sua liberazione e per la tutela della sua incolumità.

 

2026 | La salute, le nuove condanne, la voce ritrovata

Nel febbraio 2026 viene condannata a sei anni di carcere per accuse relative alla sicurezza nazionale e a un anno e mezzo per propaganda contro il sistema iraniano. Le condanne si aggiungono a quelle precedenti.

A marzo subisce un grave episodio cardiaco; a maggio, dopo il ricovero in ospedale, viene temporaneamente rilasciata su cauzione per motivi di salute. Il rilascio le consente di proseguire la convalescenza fuori dal carcere, ma non cancella le condanne né il rischio di una nuova reclusione.

Nell'autunno 2026 torna a parlare pubblicamente delle violenze subite durante l'arresto e della detenzione in isolamento. Continua inoltre a denunciare la repressione, le esecuzioni e le conseguenze della crisi politica sulla popolazione iraniana.

La sua libertà resta precaria, così come la possibilità di raggiungere la famiglia, che vive in Francia. La sua testimonianza, tuttavia, continua a circolare oltre i confini iraniani.

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