Marino Vocci: Siamo tutti persiani
Penso che, in questo momento, se vogliamo ritrovare la speranza nel futuro, così come nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, molti di noi si sono sentiti americani, oggi dobbiamo sentirci tutti “iraniane”. Si iraniane al femminile, perché oggi negli scontri che avvengono in Iran le protagoniste, oltre ai giovani iraniani, sono soprattutto le donne. Neda in primo luogo, la ragazza brutalmente e barbaramente assassinata nella grande e colta capitale, Teheran. Lo ha capito in anticipo la Fondazione Alexander Langer di Bolzano che già a gennaio ha deciso di assegnare all’iraniana Narges Mohammadi il “Premio Langer 2009”. La consegna del premio, come è ormai tradizione, è stata fatta nel corso della manifestazione “Euromediterranea” che si è tenuta a Bolzano, nei primi giorni di luglio. Giornalista, vicepresidente e portavoce del Centro dei difensori dei diritti umani e presidente del comitato esecutivo del Consiglio Nazionale della pace, Narges Mohammadi è nata nel 1972: ingegnere di professione, si è laureata in fisica all’Università Internazionale “Imam Khomeini” . Ha scritto articoli per giornali indipendenti a favore del rispetto dei diritti delle donne e degli studenti, e per questo suo impegno è stata due volte arrestata nel corso di riunioni all’università. Divenuta giornalista, ha scritto articoli su diverse riviste riformiste, tra le quali Payam e Hajar. Questa pubblicazione è stata poi messa al bando, perché si batteva per l’uguaglianza delle donne e per i diritti di tutti i cittadini indipendentemente dal genere, dalle opinioni politiche o religiose. E ’ anche autrice di saggi politici, tra cui, in persiano, Le riforme, la strategia e la tattica. Appassionata di montagna, ha organizzato e partecipato alla scalata delle cime più importanti in Iran, ma in seguito, a causa della sua attività politica, le è stato negato il permesso di far parte di cordate ufficiali e spedizioni. Oggi è anche stretta collaboratrice di Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace nel 2003, e vicepresidente e portavoce del Centro dei difensori dei diritti umani, di cui è presidente proprio la Ebadi. Dopo l’illegale chiusura del centro, il 21 dicembre 2008, la stampa internazionale ha riportato le sue denunce e dichiarazioni di protesta. Il 7 settembre 2008 Narges Mohammadi è stata eletta presidente del comitato esecutivo del Consiglio Nazionale della pace in Iran, una vasta coalizione contro lo scontro militare e a favore della promozione dei diritti umani. Ne fanno parte scrittori, artisti, giuristi, attivisti sociali, donne, studenti, sindacalisti, rappresentanti delle minoranze etniche e gruppi politici che si oppongono principalmente a ogni logica militare o terroristica, ma si dichiarano contrari anche ad azioni armate preventive contro l’Iran, in quanto non risolverebbero la crisi nucleare, anzi potrebbero destabilizzare la già fragile situazione della regione del Golfo Persico e aggravare ulteriormente la situazione dei diritti umani.
Il “National Peace Council” vuole far conoscere al mondo l’esistenza di “un altro Iran”, un Iran che si oppone a ogni azione violenta e s’impegna per la costruzione della pace, sicurezza, stabilità e benessere, attraverso rapporti caratterizzati da tolleranza e amicizia. Narges Mohammadi è convinta che la società iraniana desideri profondi cambiamenti verso la democrazia e verso il pieno rispetto dei diritti umani: “La società iraniana sta rivendicando con forza il proprio diritto alla democrazia. Studenti, lavoratori, insegnanti, donne, giovani avanzano richieste precise e il Governo dovrà dare loro una risposta. Una risposta soddisfacente. Non è un problema di un’élite, è il problema di un’intera nazione”.
Oggi dopo il contestato esito delle elezioni presidenziali, a ulteriore testimonianza della drammaticità della situazione iraniana, Narges Mohammadi è costretta agli arresti domiciliari e gli è stato inoltre sospeso il passaporto. Ad aggravare la sua già difficile situazione personale è stato pure l’arresto del marito Taghi Rahmani: un apprezzato docente universitario, molto stimato sia all’interno del paese che all’estero. Infatti per sostenere le sue idee e la speranza in un Iran libero e democratico ha già trascorso in prigione un terzo della sua vita.
La situazione iraniana deve essere oggi al centro della nostra attenzione e non possiamo e soprattutto non dobbiamo rifugiarsi nel disinteresse, o peggio nella tutela dei piccoli e grandi affari e interessi di bottega e nel realismo politico. Questo è un rischio reale se pensiamo che l’Italia, tra i paesi europei, è il primo partner commerciale dell’Iran, con un interscambio di quasi sette miliardi di euro all’anno! Anche per questo oggi dobbiamo essere tutti “iraniane” e ce lo ricorda benissimo Adriano Sofri in un articolo apparso sul quotidiano italiano “La Repubblica”:
” Nelle strade di Teheran si misura adesso quello che c'è di più minaccioso e quello che c' è di più promettente per il destino del nostro mondo. La minaccia ha la divisa nera dei picchiatori e degli sfregiatori arruolati a milioni dal delirio khomeinista. La promessa ha un viso scoperto di ragazza. A vederla così, è facile dire chi è più forte. Ma la questione della forza è complicata. Abbiamo visto ieri la giovane Neda morire sull' asfalto, jeans e sneakers, il bel viso che si riempiva di sangue, il padre che le ripeteva «Non aver paura», prima di gridare di disperazione”
Ma la storia di ieri non si ripeterà” . Quella di ieri, di trent’anni fa quando : “Una rivoluzione giovane e sostanzialmente incruenta andò a estrarre, da un sobborgo parigino e dal suo tappeto di preghiera, un vegliardo senza tempo e gli consegnò un' onnipotenza capricciosa. Nel culto della sua ieratica crudeltà gli uomini accuratamente mal in arnese braccavano le ragazze libere dal viso scoperto, le assalivano a bastonate, oppure strappavano loro di dosso il chador per smascherarne il rossetto o una lacca sulle unghie”. Oggi in Iran c’è qualcosa di coinvolgente e commovente “lo spettacolo di un popolo che si desta e riempie le strade, a costo della vita, per amore delle libertà, della libertà…Dio è grande, gridano gli uni e gli altri, le une e le altre. Eppure mai una separazione è stata così netta, mai è stato così chiaro da che parte stare. Di un Dio che bastona e stupra e lapida, o di un Dio che sorrida del vento tra i capelli delle ragazze e poi sotto il fatuo e superstizioso potere assoluto della "Guida Suprema", maggioranza o minoranza che sia, il regime di Ahmadinejad vuole decidere brutalmente dei capelli delle ragazze, cioè della vita e della libertà di tutti gli iraniani. Mentre i giovani, che a rischio della vita riempiono le strade di Teheran e hanno trovato un provvisorio riferimento nel candidato Moussavi, non impedirebbero a nessuno e nessuna di disporre del proprio abbigliamento e della propria libertà. Questa è la partita democratica che riguarda l'Iran, e non consente più al mondo che ha la fortuna della democrazia, una volta che in quel grande paese Neda e le altre abbiano fatto il loro passo, di barcamenarsi, se non rinnegando il proprio vanto e il proprio privilegio. Privilegio enorme è infatti quello di scegliere che uso fare del vento fra i capelli a Teheran e Kabul, e a Bari e Casoria e in ogni luogo del pianeta. Quanto al vanto, è tutto un altro affare”
Qualunque cosa accada nulla sarà come prima, a Teheran il re è nudo e il regime degli ayatollah è condannato, a breve o a lungo periodo che sia, a scendere a patti o a scomparire. Questo ha voluto dirci Bernard-Henry Levy in un articolo apparso sul “Corriere della sera” (24 giugno 09) dal titolo “”Il re è nudo e i giovani lo sfidano….Questo anche grazie a Neda Soltani uccisa a bruciapelo, e ai ragazzini pestati a morte dai crudeli squadroni dei miserabili guardiani della “rivoluzione” e dai disgustosi acrobati in motocicletta. Con sincera emozione, un’immensa riconoscenza e un grazie di cuore a queste nostre figlie vicine/lontane! Un grido echeggia nelle strade delle città iraniane in questi giorni, bye bye dictator!.
Siamo tutti persiani.
Ma non solo siamo tutti iraniani. Siamo tutti iraniane.
Sono le donne iraniane il futuro dell'umanita'.
Peppe Sini