18 ottobre 1985
Incontri
Ivan Illich, il plurilingue
Non si definirebbe certo un "ecologo" o un "verde". Eppure la sua visione delle cose è un forte punto di riferimento per molti verdi, e parecchie sue speranze sono legate ai movimenti verdi. Nei confronti dei quali, però, sa anche essere molto scettico. Soprattutto per quella loro tendenza a voler costruire a tavolino il nuovo mondo, guardando solo al futuro e non tenendo conto del passato. E forse anche perchè attingono troppo dai libri e troppo poco dagli usi e costumi e dalle saggezze popolari. E per certe tentazioni al ritorno alla natura che saltano a piè pari cultura e civiltà. Ma, infine, parla di "ecologia politica" in tutto il mondo, dal Messico al Giappone, dagli Stati Uniti all'India ed all'Europa, ed insiste su quel "politico" con fermezza, tacciando di ingenuità molti verdi. Perchè chi non sa vedere la storia, non capisce la dimensione politica dei rapporti tra gli uomini, e neanche con la natura, par di capire
L'uomo di cui si parla è Ivan Illich, prete - anzi, col grado di "monsignore" - cattolico, ex-rettore (a meno di 30 anni) dell'Università di Puerto Rico, attualmente professore di non so quante e quali discipline (tra cui "Storia del sistema fognario") in non so quante Università, iniziatore del Centro di documentazione inter-culturale di Cuernavaca (Messico), autore di numerosissimi libri e saggi, in varie lingue, ed uno dei più radicali critici della civiltà tecnologica, cui oppone una visione di convivialità, non elaborata nel quadro di alcuna utopia, bensì ricavata da una attenta esplorazione storica di quanto nelle diverse civiltà si è sviluppato prima che il mercato mondiale tutto mangiasse e tutto omologasse. Illich non vive in una caverna, non disdegna in assoluto l'automobile o l'aereo per spostarsi (anche se preferisce il treno), non sembra praticare nessun genere di salutismo nella sua alimentazione e nel suo stile di vita. Ma da anni non legge i giornali: si vede che l'attualità quotidiana gli appare fatua ed inconsistente, mentre nella ricerca - che so - sulla formazione del vincolo coniugale nel diritto canonico del XII° secolo riesce ad illuminare più aspetti della vita (dalla considerazione del corpo ai rapporti interpersonali o al governo delle coscienze..) che non nella quotidianità politica.
Quando Illich si trova a contatto con il suo pubblico, preferisce in genere una forma seminariale. Aborrisce e rifiuta i mass-media (persino un fotografo non-avvoltoio può farne le spese), non rilascia interviste, e non accetta il ruolo di conferenziere che "dà la linea". Piuttosto cerca un dialogo che sarà tanto più ricco quanto più i diversi partecipanti interverranno con domande o proprie osservazioni, basate però su precise conoscenze (indagini, letture, esperienze dirette, riferimenti pratici - non luoghi comuni sentiti dire o leggiucchiati da qualche parte). Trovano poca grazia, invece, opinioni ed idee, tanto meno se espresse con termini alla moda. Si tratta, nel caso di Illich, di un maestro che svolge con gusto una funzione didascalica, e che pretende che si intervenga in maniera fondata e documentata. Non è un "tuttologo", per quanto ampi e vari siano i suoi campi d'indagine (dalla scuola alla salute, dall'acqua al computer, dai diritti civili alla percezione del corpo..). Qualcuno ne rimane deluso e lo trova "poco organico", altri ne ricavano spunti decisivi per orientare o correggere la propria visione del mondo.
Un incontro che Ivan Illich ha accettato di tenere con un ampio pubblico a Bolzano, nel giugno 1985, conferma le caratteristiche del protagonista. Dovunque egli trova pane per i suoi denti, si sveglia subito la sua lucida curiosità. Ed invece che parlare di ambiente, di risorse, di tecnologia o di sanità - argomenti che almeno una parte dei convenuti si aspettava - Illich percepisce subito l'importanza fondamentale che nel Sudtirolo riveste il problema della lingua, dei confini tra lingue e culture, del confronto tra loro, delle reciproche pretese di superiorità o di esclusività.
E così comincia a raccontare di un aspetto particolare di se stesso, che diventa poi anche il centro della discussione: si parla del pluri-linguismo.
"'Ivan, come mai non sei pazzo? Come mai non risenti della schizofrenia tipica dei plurilingui?' Così mi sento domandare sempre più spesso, da quando sono in voga certe teorie secondo le quali il possesso contemporaneo di più lingue porta alla scissione della personalità. Ed io ci ho pensato e voglio formulare proprio qui un'ipotesi che vorrei approfondire: che cioè l'uomo non sia naturalmente destinato ad apprendere una sola lingua, ma sia - per così dire - naturalmente plurilingue. Homo naturaliter pluri-linguis, invece che naturaliter mono-linguis.. Come in tutti gli altri campi si tratta di rovesciare una presunta ovvietà o verità lapalissiana, dimostrando che essa viene smentita dalla storia, che non si tratta di qualcosa di metafisico che deve essere così, ma di qualcosa di assai storico, che ad un certo punto è diventato così, per determinate ragioni ed in determinate circostanze, ma che potrebbe essere anche altrimenti, e che spesso è relativamente recente, nella storia, e non 'da sempre così', come spesso si pretenderebbe.
Ed infatti l'idea dell'uomo 'naturalmente monolingue' è un'idea moderna, europea e colonialista. E così come solo molto tardi il confine dell'uomo viene fatto coincidere con i confini della sua pelle (così che egli 'finisce', 'termina' con essa), perdendo via via tutta quell'aura intorno, fatta di odori personali, di specifiche forme di appartenenza e così via, anche il confine tra le lingue è diventato cartesianamente netto ed artificioso. Come in tanti altri campi: per esempio con la recinzione ed appropriazione privata dei pascoli o di altri usi civici.."
Ivan Illich sviluppa una sua idea-forza: la maggiore ricchezza, complessità e varietà delle società più conviviali contrapposta alla forzosa riduzione a linearità, ad univocità, a fungibilità, a risorsa amministrata e mercificata che si ritrova nelle società dominate dal mercato, eretto a dimensione e parametro principale o addirittura unico.
Lo stesso discorso che vale sui rapporti tra uomo ed il resto della natura: finché gli uomini si trovano inseriti in un contesto ambientale di dimensioni conviviali (pre-industriali, sostanzialmente), non esiste la scarsità, se non in occasione di particolari eventi calamitosi, e - per converso - i bisogni umani sono commisurati a ciò che la terra può offrire, quantitativamente e qualitativamente, con una grande ed irripetibile varietà da luogo a luogo. Lo spazio vernacolare - nella lingua, negli usi, nei costumi, nell'accesso comunitario a beni comuni come aria, acqua, bosco, pascolo.., ma anche nei rapporti umani, nel perimetro delle amicizie, e così via - è per Illich la dimensione naturale dell'uomo e delle cose. Dove naturale non è una nozione biologica, ma eminentemente storica. La scarsità, la necessità di scavalcare tempo e spazio con le tecnologie della velocità e della comunicazione, gli squilibri.. tutto questo è il frutto velenoso di un processo di rottura, di separazioni, di definizione dei confini nitidi tra "proprio" ed "alieno", tra lingua e dialetto, tra bene d'uso e bene di scambio, tra ambiente e risorsa, tra norma e devianza, tra salute e malattia, tra comunità ed istituzione.
"Ricreare un'aura di convivenza, di tolleranza dell'alterità (anche linguistica) è il presupposto per la riscoperta del plurilinguismo, e questo conta molto di più che non i corsi di lingua o le invenzioni scolastiche. Pensate quante caratteristiche del parlare si sono cancellate ed uniformate: dall'intonazione agli accenti, dal tono alla voce, dalla melodia alla frequenza dei vocaboli... le lingue sono molte di più di quanto non ne registrino la linguistica o i dizionari, o le grammatiche di Stato. Bisogna smascherare le pretese ideologiche di chi crede di aver stabilito quali sono le lingue, e quali i dialetti o gli idiomi.. come tutte le altre pretese di definizione scientifica, avanzate in realtà in nome di interesse economici e politici e per poter meglio occupare le cose, rendendo misurabile, amministrabile e dominabile il mondo", dice Illich. Ed aggiunge: "quello che ho detto delle mille caratteristiche del parlare che si sono cancellate o uniformate, lo si potrebbe dire altrettanto dei modi di accendere una luce o percorrere un cammino o arredare una casa.."
Ecco un esempio - particolarmente inconsueto - di un'opera di "ecologia politica", come Ivan Illich la definisce: ripristinare, nelle nostre menti, prima di tutto, con una solida base storica (di quello che è stato, non di quello che potrebbe essere!) la multiforme varietà del mondo, senza cedere al ricatto della semplificazione distruttiva, che sempre risponde ad imperativi economici o politici assai poco ecologici.
(pubblicato su "Nuova Ecologia", 1985)