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Lettere dall'Italia

Alex Langer ebbe un rapporto molto intenso con il mondo germanico, dove visse per alcuni anni dopo il servizio militare, tessendo legami tra la sinistra italiana e quella tedesca. Dopo la crisi del movimento comunista tedesco, sorse in Germania una rivista mensile “Kommune” che affiancava l'eredità diciamo così “buona”, cioè indenne dalla contiguità con lo statalismo sovietico imperialista, alle nuove tematiche verdi. Nel dibattito in cui entrarono voci quali Daniel Con Bendit, e Joscka Fischer, ebbe rilievo anche quella di Alex Langer. Tornato in Italia mantenne i contatti con la rivista di Francoforte e a partire dal 1984 tenne mensilmente una sorta di riassunto della vita politica italiana, fino al 1995. Una selezione di tali articoli è stata raccolta nel libro “Lettere dall'Italia” edito nel 2005 come allegato alla rivista “Diario”.

Si tratta a nostro avviso di un testo veramente interessante in cui in capitoli densi e efficaci si può rivivere la storia italiana durante un decennio cruciale. Inoltre è un occasione per comprendere direttamente la qualità di Langer giornalista. Rapido e diretto, riesce a cogliere con semplicità il nucleo del problema sia esso di natura economica, etica o di politica sia interna che estera.

Tra i tanti articoli ne abbiamo selezionato uno tra i primi a comparire sulle pagine di “Kommune”: si tratta del testo del dicembre 1984 titolato “Il fenomeno Pertini”. Il mix di aneddotica, analisi politica e psicologica rendono il testo che, ricordiamo ha un target preciso "la nuova sinistra tedesca", rende una raffigurazione ben delineata e allo stesso tempo efficace del personaggio nelle sue sfaccettature.

E' chiaro che leggere un testo di commento politico su fatti e temi vecchi più di 40 anni presta il fianco a facili critiche ma credo che vadano evidenziate alcune attente previsioni e valutazioni che oggi risultano assolutamente acute, ad esempio la sottolineatura delle tendenze populiste, benché “buone” di Sandro Pertini, il pericolo insito nella sua sottovalutazione del protocollo, ricordiamo che il successivo  presidente sarà Cossiga, certo non un alfiere del bon-ton istituzionale, la ironica considerazione sulla “egemonia... strumentario di certa sinistra” ed infine la valutazione non certo positiva dei leader della sinistra in fatto di appeal. Cose non da poco in fatto di fiuto politico.

Vorrei inoltre invitare alla lettura di tutto il libro: una scorribanda decennale nella vita politica italiana: per i più giovani un vademecum su un periodo ricco di eventi, per tutti gli altri un'occasione per far riaffiorare vecchi nomi, vecchie storie.

S.P.E.S.

 

Il fenomeno Pertini

“Osservatori maliziosi suggeriscono che partecipare ai funerali sia la sua attività preferita, alla quale infatti indulge abbastanza.  Quando recentemente il radicale Pannella ha lodato i suoi predecessori ed ha criticato lui, gli è stato impartito un severo rabbuffo ed il divieto di varcare in futuro la soglia del palazzo presidenziale. D'altra parte questo presidente viene a capo del suo lavoro senza grande dispendio di mezzi e senza pompa, ed è spesso ospite delle osterie romane.

Di chi stiamo parlando? Naturalmente di Sandro Pertini, vecchio socialista  ottantottenne presidente della Repubblica Italiana, il cui settimo ed ultimo anno scade il prossimo giugno. Solo un paio di settimane fa alcuni reporter ascoltarono con le proprie orecchie e riferirono sui loro giornali ciò che Pertini, in visita al Salone dell'Automobile, ebbe a rispondere ad una domanda del pubblico : “Un secondo mandato? I miei ottantotto anni sono troppi, mia moglie chiederebbe il divorzio, e alla ia età dove ne troverei un'altra?”

L'indomani gli uffici di Presidenza della Repubblica diffusero una nota di smentita: “Il Presidente non ha inteso dire che si sente vecchio”: E lo stesso Pertini convocò un giornalista della “Stampa” di Torino (FIAT) per far sapere che sono altri a volerlo far passare per vecchio, per conto di certi pretendenti alla successione al Quirinale, che per il momento non furono nominati.

Nella storia della Repubblica italiana finora mai nessuno era riuscito a suscitare e mobiltare un consenso tanto vasto e “nazionale” nel suo senso migliore. Eppure Pertini è tutt'altro che incline a dire ciò che l'opinione media vorrebbe sentirsi dire, e tanto meno ciò che piacerebbe al senso comune della politica italiana.

Per esmpio ha ricevuto la compagna del presunto brigatista Giuliano Naria, detenuto ormai da sette anni in attesa di giudizio e l'ha autorizzata a dire pubblicamente che lui, Pertini, considera inumano il modo in cui questo proletario viene trattato. Quando i giudici rifiutarono un'ennesima volta la scarcerazione provvisoria di Naria, gravemente ammalato, Pertini si dichiarò ufficialmente “preoccupato” per la decisione. E per combattere la mafia siciliana, l'agnostico Pertini ha siglato una specie di patto con il cardinale di Palermo, di cui ora  pagano lo scotto i politici democristiani legati alla mafia, ai quali vengono improvvisamente a mancare i punti di riferimento del potere sia secolare sia ecclesiastico. Nonostante le sue continue concessioni al gusto popolare in tema di calcio o retorica sui caduti, il presidente ha trovato parole chiare sul diritto ad una patria per il popolo palestinese o contro la violazione dei diritti umani in Unione Sovietica.

Naturalmente anche Pertini, ex detenuto della resistenza antifascista e per qualche tempo emigrante in Francia, ha i sui punti deboli. E questi non risiedono tanto nel suo egocentrismo (certo condizionato dall'età) o nella sua vanità. Gli sarebbe piaciuto ricevere il premio Nobel per la Pace e, ancor più, gli sarebbe piaciuto essere un monarca, cosa che ha spesso rimarcato esplicitamente, soprattutto in presenza di teste coronate. E che le sue insistenti invocazioni alla pace (“vuotare gli arsenali, riempire i granai”) non siano altro che appelli alla buona volontà hanno potuto constatarlo tre volte di seguito gli obiettori alle spese militari quando offrirono al presidente le tasse non pagate purché venissero usate per scopi pacifici, questi non solo rifiutò l'offerta ma rifiutò anche di riceverli al Quirinale.

Anche la visita di Pertini al Corpo di spedizione italiano a Beirut, condita di molto pathos nazionale, non si attaglia perfettamente all'immagine del Presidente di pace, il quale peraltro non mancò di ricevere Arafat, di comparire personalmente nella sinagoga di Roma dopo un attentato , di colafe al capezzale di Berlinguer colpito da infarto.

E quando a Roma un giovane fascista fu assassinato da militanti di sinistra, Pertini si recò sulla sua tomba, come anni prima aveva preso parte ai funerali di un giovane di sinistra ammazzato dai fascisti, allora la presenza del Presidente era stata considerata naturale mentre il suo cordoglio per la morte del giovane fascista suscitò fastidio a sinistra. Anche i viaggi di Pertini all'estero ed in patria, i suoi messaggi, le sue udienze al Quirinale, l'uso che fa dei suoi poteri confermano l'immagine sin qui tracciata, certo non priva di contraddizioni. Fino all'esibita amicizia con il papa polacco Woityla, che l'estate scorsa il presidente invitò a sciare con lui sull'Adamello.

Se si vogliono cerca re gli aggettivi adatti a qualificare il presidente Pertini e la sua attività, bisogna prenderla larga e non temere di contraddirsi; le parole non saranno mai del tutto azzeccate: impulsivo, incorruttibile, di sinistra, pacifista, internazionalista, nazionale, antifascista, non convenzionale, in qualche modo extraparlamentare, calcolatore.... Tutto questo è il compagno Sandro Pertini che ai compagni si rivolge con il “tu” (e così si lascia apostrofare da loro).

I socialisti, suo partito di provenienza (che però nel 1978 avrebbero preferito non votarlo per quell'incarico) temono una sua rielezione, perché in tal caso diventerebbe insostenibile la pretesa di occupare contemporaneamente anche il posto di capo del governo; ma anche i democristiani non vorrebbero riaverlo perchè un secondo mandato accrescerebbe troppo le aspettative – soprattutto orali – riposte nel successore. Anche da sinistra Pertini viene spesso criticato per l'uso largamente estensivo e anche vagamente autocratico che fa delle prerogative di capo dello stato di una democrazia parlamentare: chissà, si dice, cosa il suo successore potrebbe far passare attraverso la breccia da lui aperta nelle regole protocollari. Solo i comunisti, ancora vivo Berlinguer, si erano pronunciati apertamente per la sua rielezione. Se poi lui sia in grado di durare altri sette anni non si può prevedere.

In ogni caso Pertini è diventato una figura di identificazione positiva al di là di ogni previsione e senza bisogno di alcun richiamo a missioni soprannaturali o a predestinazioni dinastiche. Anche se da ciò è scaturito un certo culto della personalità, si deve ammettere che la credibilità ed il carisma di Pertini, il linguaggio e la forza che promana dalla sua figura, rappresentano qualcosa di popolare nel senso migliore. Mentre dal papa, per esempio, proviene il messaggio dell'obbedienza, Pertini impersona il sano ed autonomo buon senso e la “resistenza”. Con lui a categoria della “egemonia”, che fa parte dello strumentario ideologico di una certa sinistra, diventa l'ovvio e comune esercizio della ragione. Se dunque Pertini ha un po' riverniciato e riabilitato uno stato che forse non lo meritava, non si deve dimenticare  che la sinistra ha prodotto molto raramente figure capaci come lui di parlare ai cittadini. E chi ha tanta forza di convinzione è anche amato dal popolo”

Dicembre 1984


 

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