Fondazione Alexander Langer Stiftung ETS
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Yolande Mukagasana

La morte non mi ha voluta di Yolande Mukagasana -1998 - La Meridiana

Alain Kazinierakis : Le ferite del silenzio di Yolande Mukagasana - 2008 La Meridiana

Nonostante la paura. Genocidio dei Tutsi e riconciliazione in Ruanda di Jean Paul Habimana -2021 Terre di Mezzo editore

 

Revisisted

Nel corso delle quattro intense giornate del 900 Fest di Forlì, incentrato sul tema Pace e Guerra, le uniche note non fosche a spezzare il profondo smarrimento che ogni essere vivente e senziente non può fare meno di provare oggi, ci sono state donate dalle parole di Yolande Mukagasana, premio Langer 1998, che ci ha prima riportato nell'incubo sanguinario dell''aprile 1994, ma poi ci ha, col suo suadente e pacato francese, avvicinato alla situazione attuale, che, seppur in un contesto di sostanziale dittatura, non può che apparire stupefacente,  se consideriamo che il paese ha superato in parte le conseguenze del genocidio del 1994, con abolizione dell'indicazione etnica nei documenti e forti investimenti in istruzione, sanità e politiche ambientali. Tutto questo ha determinato un forte incremento dell'economia ruandese, più del 7% nel 2024/25, che ha avuto grandi effetti su agricoltura e servizi, anche se rimane una bassa diversificazione economica che espone il Ruanda a rischi congiunturali. Rimangono ancora, anche se negli ultimi mesi ci sono stati notevoli passi avanti, tensioni con la Repubblica democratica del Congo. Ovviamente questo è un lato del quadro poiche d'altro canto permangono molte ombre sulla situazione politica interna con le opposizioni che di fatto non riescono a presentare candidati, sulla condizione della stampa, sottoposta ad un rigido controllo, sullel libertà civili e politiche in generale.

Abbiamo quindi pensato di riportare l'interesse su quella terra ripartendo dagli scritti di Yolanda Mukasagana, affiancandoli ad un testo molto più recente di Jean Paul Habimana, anche lui sopravvissuto al genocidio, anche lui impegnato a diffondere messaggi di pace e convivenza tra le comunità rwandesi attraverso il racconto del suo vissuto.

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Sono passati più di trent’anni da quando il Rwanda dall’essere un puro nome soffuso di mistero e fascino per i cittadini europei è diventato quel terribile film hard core dove quel complicato castello che chiamiamo ragione umana  rende le armi esterrefatta. I nomi di hutu, tutsi e Twa, prolungano  la sanguinolenta scia che giornali e testate televisive inscrivono nella grande famiglia dei conflitti etnici. Pare a tutti  noi  (quasi tutti) un modo per circoscriverne gli effetti, per  ricondurre tutto ad un mondo sotterraneo e marginale misteriosamente resuscitato, terreno di popoli senza storia o in cui la storia ha conosciuto, si crede, solo quella tappa. In qualche modo anche i fatti jugoslavi vengono iscritti dalla cultura di massa, in quell’ambito: il comunismo è stato come una specie di disinfettante che ne ha temperato gli eccessi e, soprattutto li ha tenuti lontani da noi.

 Ma se c’è una vicenda emblematica che contraddice questa impostazione è proprio quella del Rwanda  perché al di la delle premesse (assai controverse anche se l’origine comune delle loro parlate ne indicherebbe una genesi parallela) pare chiaro che prima della colonizzazione  le distinzioni avevano una valenza sociale più che etnica. Fu con l’avvento degli stati coloniali che tale stato di cose divenne uno spartiacque “etnico”,  ovviamente in funzione dell’occupante – (il bianco domina il Tutsi che domina l’Hutu) che trovò nella “carta di identità etnica” invenzione degli eredi del tagliatore di mani Leopoldo del Belgio, il definitivo suggello.

Nel 1994 Yolande   Mukagasana, che la Fondazione Langer ha insignito del suo premio nel 1998, a cui fecero seguito numerosissimi altri riconoscimenti di grande prestigio, era un'infermiera professionale con una sua piccola clinica a Nyamirambo. Madre di tre figli amava la vita anche nei suoi aspetti più frivoli, ci teneva ad indossare jeans e occhiali firmati per esempio. Era insomma una donna autonoma e con un certo successo, Non certo la norma in Rwanda. .Ma con il genocidio tutto è cambiato.  Colpita in quanto donna tutsi di successo, è stata separata dalla sua famiglia tradita da amici ed aiutata da supposti nemici, ha dovuto infine fuggire  ed abbandonare tutto.

Il libro “La morte non  mi ha voluta “ di Yolande Mukagasana, , è la sua storia ed è in primo luogo la  testimonianza dei massacri, delle angherie, delle dimensioni gigantesche della meticolosa operazione razzista e machista, - si andava ad uccidere come si andava al lavoro, era un lavoro che andava svolto- nota un reo confesso. Ma. è anche un libro di autocoscienza, conseguenza inevitabile dopo esperienze simili, perché se il mentre è un incubo il dopo è un percorso luttuoso auto smobilitante. Questo secondo piano, sempre sottotraccia, emerge soprattutto verso la fine del racconto quando lo sfalsamento della coscienza porta a inevitabili effetti autodistruttivi. Ed ecco allora  Mukagasana che cerca nel suo passato le sue piaghe arrivando a dire che “forse se le è meritate” tutte le umiliazioni subite. E non può non venire in mente il Primo Levi de “I  sommersi e i salvati”   di cui anche condivide la riluttanza al racconto orale diretto  per “paura di infastidire con le mie storie”, una sorta di pudica penitenza.

Il Libro è quindi sia una testimonianza feroce delle vicende ma, anche se può parer strano, credo che sia la parabola umana di  questa donna coraggiosa che fugge, che aiuta,  che cura, che scalpita, che non riesce più  a piangere, che perde tutto ciò che ha in senso letterale, che riflette sul senso di un mondo che crolla, la vera protagonista del libro. 

Anni dopo sarà ancora lei a curare in  un bellissimo reportage fotografico “Le ferite del silenzio”assieme al fotografo Alain Kazinierakis, il commento del testo di una serie di interviste a colpevoli rei confessi e vittime, nel Rwanda dei primi 2000,  Riporto un breve stralcio dal colloquio con Seraphine M – 41 anni accusata di 9 omicidi:

Yolande : Che cosa hai fatto di buono nella tua vita?

Seraphine: (Lungo silenzio) Non sono in grado di rispondere a questa domanda.

Anche noi non sappiamo rispondere a tante domande ma di una cosa abbiamo assoluta certezza : se la nascita della distinzione etnica è un processo fittizio, che sia creato ad art o meno, il suo portato, il razzismo è realissimo.

 

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