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Vineland 

Vineland 1990/2023

Thomas Pynchon 
Giulio Einaudi Editore

 

Riportato alla luce dal successo del film di Paul Thomas Anderson “Una battaglia dopo l'altra” di cui è fonte di ispirazione, il quarto romanzo di Thomas Pynchon, “Vineland”, il secondo della triade californiana, rappresenta nella produzione dell'elusivissimo autore un momento di contrasto, Considerato, giustamente, il più “digeribile” dei prodotti proprio per questo la critica alla sua uscita parlò esplicitamente di “involuzione”, calo di tensione, insomma di una grossa delusione. Riletto oggi a più di trent’anni di distanza l'aspetto che balza all'occhio è sicuramente la passione per il divertissement linguistico che può un pochino ricordare Carlo Emilio Gadda per il gusto della proliferazione sintattica ed un certo intorcigliamento delle frasi e per la tendenza ad intarsi lessicali che pescano nella lingua a tutti i livelli. Ma si tratta di un Gadda passato attraverso il filtro del mondo dei media americano proliferante di personaggi estremi, molto sopra e sotto le righe, filtrato nelle serie TV, nella pubblicità, nei jingle, nei dibattiti politici delle reti americane anni 70/80. Il lato politico sembra uno scenario di sottofondo scelto per dare risalto agli incongruenti personaggi tutti incredibilmente borderline, che popolano le pagine di Vineland. Ed il disegno dei personaggi, un po' come nei film dei fratelli Coen, è probabilmente il centro dell'interesse narrativo del narratore newyorkese, e non per la dimensione psicologica, tutta esterna ed appariscente, ma per il loro essere allo stesso tempo credibili ed incredibili, esasperati e banali, condividendo in sé persona e personaggio, realtà e finzione.


La letteratura/cinematografia americana del secondo novecento ci ha abituati, anche forse a volte soffocati, con un mondo di reduci, Seconda guerra mondiale, Corea, Vietnam, Guerre del Golfo, Afghanistan, qui abbiamo però un diverso tipo di reduci. I reduci di una carsica guerra civile: i post “sessantottini” americani, gli ex hippy anti-sistema, i rivoluzionari anarcoidi, ma anche gli spacciatori, gli informatori, gli infiltrati. Ecco in un certo senso si potrebbe dire che Vineland racconta cosa è successo ai rivoluzionari dopo che la rivoluzione è finita in TV, dopo che gli assegni dei papà sono finiti, dopo che le dolci note di Crosby Still & Nash hanno finito di sembrare credibili e sono divenute solo canzoni. E' la risposta alla domanda “dove sono finiti quelli che hanno perso?


La lotta tra Zoyd Weeler, ex fricchettone che vive di sussidi clowneschi e benefit, nascosto nelle “nicchie del sistema”, e Brock Vond, un procuratore federale paranoico che incarna lo stato burocratico, il cinismo ma anche la determinatezza, la costanza – la sua caccia al freak non conosce soste partendo degli anni sessanta arriva fino all'era reganiana, è si una lotta senza scampo poiché Brook ha più munizioni, più soldati, ma è anche, una lotta senza scopo in cui sono tutti perdenti o forse tutti insoddisfatti. Uno scontro che - una battaglia dopo l'altra – non arriva a nessuna vera Waterloo ma solo a deprimenti scaramucce.
Un avvertimento: coloro che non tollerano in nessun grado la sconclusionatezza, il girare labirintico della storia, la tecnica narrativa costruita ad ondate con cui Pynchon vuole ricostruire il filo vero dell'esistenza, si astengano. Per gli altri Buona lettura.


S.P.E.S.
 

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