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Gabriele Santoro

Gabriele Santoro: Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent'anni dopo Srebrenica
Del Vecchio Editore, 2025

Pare incredibile la leggerezza della nostra memoria, poiché non annulla il passato ma lo diluisce in una sorta di sospensione eterea in cui lentamente si muovono come pulviscolo, a volte addensandosi altre dilatandosi, ricordi di fatti di impressioni, di emozioni, strettamente legati. Se ci si chiede cos'è stato Srebrenica e perché così tanto il suo nome ha inciso nelle coscienze dell'occidente certo molti saprebbero rispondere ma se proviamo a collocare in modo più preciso i fatti, il dove, il come il quando, il perché,  ci accorgiamo di  poter rispondere a singhiozzi o con palesi convenzioni linguistiche. Per Srebrenica vale quanto vale per tutte le storie tragiche cioè “non la si può raccontare con un'unica voce” ma per la città al confine della Serbia questo vale in modo particolare. Sia per la composizione etnica del territorio che per la complessità politica delle terre bosniache a Srebrenica il racconto storico assomiglia molto ad un quadro impressionista in cui colori complementari ed avversi si accostano pericolosamente. Credo che la inevitabile conseguenza sia che spiegare e far corrispondere il tutto sia praticamente impossibile.
Il libro di Santoro cerca di farlo con testimonianze dirette o indirette, con i racconti e le memorie di sopravvissuti, figli, testimoni, viaggiatori si mescolano ai reportage a testi, a dati storici su  quanto è accaduto tra il 1992 ed il 1995 l'area attorno a Srebrenica e lungo la Drina. E cosi scopriamo tante cose, che certo avevamo sentito, ma certo  ricordavamo, e cioè che l'eccidio etnico di Srebrenica ha avuto molte avvisaglie, per esempio a Biejelina, oggi nella Republika Sprska, dove nel marzo del  1992 le forze della Guardia Volontaria di Serbia (le tigri di Arkan) guidata da Zeliko Raznatovic elimino fisicamente 500 bosgnacchi, dando il via all'epurazione etnica che avrà appunto in Srebrenica il suo “gran finale”. E tante altre.  Devo dire sinceramente che è un vero dolore rileggere  di quei fatti, risentire quei nomi, Arkan appunto, ma anche  Ratko Mladic, colonnello generale dell'esercito della Republika Sprska, l'assediatore di Sarajevo e pure quelli dei politici come Biljana Plavšić, che orgogliosamente dichiarò che la repubblica serba di Bosnia era stata “liberata”, un orrendo eufemismo per dire che migliaia di bosgnacchi erano stati massacrati.
Ma è bene invece risentirli, e riascoltare le parole del racconto corale ricco di protagonisti che grazie  Santoro presenta e che  ci consente di girovagare tra l'oggi e il passato, di percepire quei luoghi dove il dolore che permea le strade, le macerie, i relitti di edifici  sembra lentamente lasciare il posto ad un vuoto desolante ed ad una rassegnazione asettica. 
“Vedi le famiglie degli altri e senti che ti manca  un pezzo. Ma non sai esattamente cosa perche non telo puoi nemmeno ricordare. Passi tutta la vita col vuoto qui in mezzo al petto”, queste le parole di Dzevada Halidovic, figlia che non ha mai conosciuto il padre,
Buona lettura

P.S.: Per coloro che fossero interessati ricordo che presso la Fondazione è consultabile una nutrita serie di testi relativi ai fatti di Srebrenica ed in generale alle guerre dell'ex Jugoslavia.

 

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