Ecologia e giustizia. Ivan Illich e Alexander Langer
Ecologia e giustizia. Ivan Illich e Alexander Langer di Mauro Bozzetti
Castelvecchi, 2023 Pag 201
Vi è un luogo, nella vita di Ivan Illich e di Alexander Langer, che è una sorta di locus amoenus, dove intelletto e humanitas trovavano il loro habitat. Lì, in quella magica cornice marchigiana, avevano modo di sperimentare il loro "essere nel mondo" e infittivano il loro strano rapporto, che sarà ricco di sviluppi. Quel luogo è il monastero di Montebello, a Isola del Piano, dove Gino Girolomoni, uno degli iniziatori del bio in Italia, aveva fondato un centro culturale, punto di raccolta di intellettuali e in generale di coloro che avevano in testa e nelle mani l'idea della "decrescita vissuta". Per Illich era una sorta di déjà vu, una rivisitazione del CIDOC di Cuernavaca, dove dal '63 a metà degli anni '70 aveva maturato le sue idee più radicali e animato il dibattito filosofico e pedagogico di tutta l'America Latina. Per Langer, uomo indaffarato e sempre errante, il monastero rappresentava una pausa di intensa crescita, un luogo in cui riordinare e sviluppare quanto del suo passato di agitatore della sinistra riteneva ancora valido e fecondo. Qui il rapporto con il "maestro" (Illich aveva una ventina d'anni più di Langer) trovava una dimensione davvero quotidiana nei frequenti e intensi dialoghi che spesso avvenivano in cucina, nel contesto più classico della convivialità.
Il libro di Bozzetti, insegnante di filosofia teoretica a Urbino, non è una biografia comparata, bensì un'approfondita analisi parallela della loro formazione intellettuale, del loro pensiero e del loro modo di agire, che trova un punto di fondamentale unità nella comune considerazione che la crisi ecologica, con l'inevitabile svolta che richiede, è prima di tutto una crisi etica.
La prima parte, sicuramente la più avvincente (ammesso che per un testo così denso tale aggettivo sia consono), è quella che analizza la formazione dei due protagonisti mettendone a confronto gli elementi comuni, anche biografici (la formazione viennese, l'essere entrambi figli di una coppia cattolico-ebraica, la comune esperienza giovanile irrorata dal pensiero cattolico), ma soprattutto scoprendo il punto di maggiore vicinanza nella considerazione del mondo contemporaneo.
Perché per ambedue si tratta di un mondo in cui domina una "prevaricazione che non riguarda solo l'aspetto economico, le diseguaglianze prodotte da un'iniqua distribuzione della povertà e della ricchezza, delle risorse e dei tenori di vita, ma anche l'immiserimento spirituale della persona e lo sfruttamento illogico e depredatorio del pianeta. Sembra esserci qualcosa di sostanziale che mina alle radici il nostro sistema sociale, un male radicale che deve essere indagato e riconosciuto".
Il tema del male, inevitabile data l'origine del contesto culturale cattolico, benché non ortodosso, in cui le due personalità si muovevano, esige però, oltre al suo svelamento, anche un'azione diretta, un intervento.
Ed è qui che si apre il bivio che separa l'agire di Illich e di Langer. Perché il pensatore viennese riteneva illusorio e pericoloso intervenire tramite le strutture culturali e politiche esistenti, ormai inevitabilmente corruttrici: ogni progetto politico concreto era quindi indissolubilmente legato a "norme, procedure, pratiche pericolose per la salvaguardia dell'autonomia personale".
Per Alex, invece, la strada della sobrietà, della lentezza, della sincerità poteva "scendere a patti con la modernità", poteva "fare i conti e venire a compromessi con la realtà politica in continua evoluzione". Appare evidente qui la diversa adesione all'utopia cattolica, ancora forte in Illich, più sfumata in Alex.
Le parti successive del libro proseguono lungo questa via, affrontandola però da un punto di vista più specialistico: analizzano le influenze, le derivazioni, le connessioni con le diverse componenti del dibattito filosofico contemporaneo (il marxismo, l'esistenzialismo, lo spiritualismo cattolico), con particolare attenzione all'aspetto che più coinvolge l'agire, cioè quello pedagogico. È una parte in cui Illich è ovviamente molto più presente, vista la diversa consistenza degli scritti dei due, ma in cui anche l'agire, il compromettersi col mondo di Alex, trova spazio e valore.
Insomma, un libro impegnativo, un libro da studiare più che da leggere, ma senz'altro un contributo importante per far sì che alla figura dell'uomo politico sudtirolese più originale del secondo dopoguerra venga riconosciuta la statura che merita.
Buona lettura
S.P.E.S.