Serena Vitale
Il bottone di Puskin
Adelphi, 1995 Pagine 487
La letteratura russa rappresenta indiscutibilmente uno dei grandi monumenti culturali della civiltà europea. Benché tarda di nascita, raggiunge nell’Ottocento, dopo di fatto meno di un secolo di esistenza, la sua età dell'oro con una serie di autori, tra cui spiccano ovviamente Gogol,Tolstoj, Dostoevskij e Checov ma circondati da un corollario di artisti che definire minori è sicuramente denigratorio. Lermontov, Herzen, Gonciarov, Leskov, Saltykov-Ščedrin sono fonte certa di piacere per il lettore appassionato.
Alla radice di questa lunga lista spicca però un nome che, benché famoso, non è altrettanto letto, a parte forse la “Donna di Picche” e “La Figlia del del Capitano” si tratta di Alexander Puskin, il più celebrato in Russia, una sorte di padre letterario.
Vissuto nei primi 40 anni dell’Ottocento, un'epoca molto contrastata e turbolenta (Napoleone, la rivolte decabrista) ma anche, per un paio di decenni, il punto finale della società che potremmo definire dell'ancien regime, cioè del mondo prima dello strappo napoleonico/romantico.
Ecco, il libro di Serena Vitale, nel raccontare la vicenda che porterà alla morte di Puskin, e cioè il duello con il cognato Georges d’Anthès, ci mostra quel mondo nobiliare che troverà in Tolstoj la sua più cristallina rappresentazione, in una maniera così sottile e penetrante, così multi-sguardo, a volte diretta a volte allusiva, da rendere il libro un vero modello di ricostruzione storica dei costumi.
Serena Vitale ricostruisce la relazione contrastata Puskin/d'Anthes, affidandosi a tutto quanto trova a disposizione, epistolari, testi letterari, rapporti di polizia, articoli di riviste, memorie, proverbi e motti, in un patchwork in cui la funzione di raccordo è affidata alla scrittura dell'autrice che, in una prosa molto elegante e godibile, chiarisce sia dettagli tecnici e storici, che questioni di gusto letterario o relativi al comportamento sociale o personale ai tempi dello zar Nicola I.
La figura di Puskin nel testo rappresenta una sorta di bordone, di voce sottostante continua, che e riaffiora dopo che una pletora di personaggi fa la propria comparsa come testimoni al processo. Ecco allora la zarina, lo zar, le sorelle di Puskin, i vari ministri dello zar – veramente divertenti le notarelle sul ministro delle poste lettore avido di lettere altrui e diffamatore ufficiale dell'impero – gli oziosi e incalliti giocatori giovani rampolli della nobiltà pietroburghese, i ruffiani, gli amministratori corrotti. Insomma tutto un mondo variopinto che vivacchia sulle spoglie di una terra immensa gestita ed organizzata malissimo per far vivere nel lusso qualche migliaia di persone. (Al tempo di Nicola I i conteggi, ovviamente piuttosto labili, davano comunque un numero di 20 milioni di servi della gleba effettivi, oltre ad altrettanti in condizione intermedia, su una popolazione di 60 milioni di individui).
Non mancano ovviamente stralci dalle poesie di Puskin, che nonostante autore di una prosa scintillante, fu soprattutto poeta, e grazie anche ad esse riusciamo a cogliere la sua “disarticolazione” il suo esserci e non esserci in quel gigantesco baraccone, mescolanza di crudeltà e di bon-ton, di menti raffinate e di grettezza morale assoluta, condizione che egli sintetizza nella sua ode “Exegi monumentum”
Ascolta, o Musa, il comando divino,
Non temendo le offese, non chiedendo corone,
L’elogio e la calunnia accogli indifferente
E con gli stupidi non entrare in discussione.
Buona lettura