Dopoguerra. La nostra storia 1945-2005
Tony Judt
Dopoguerra. La nostra storia 1945-2005
Oscar Mondadori, 2025 Pagine 1090
Quando cadde il muro e lentamente l'Europa dell'est da quella specie di ombra, di mitologia che era, divenne per noi dell'ovest una realtà concreta, divenne soprattutto persone, prima albanesi poi rumeni e via dicendo. Tra le tante conseguenze, certo meno rilevanti, ci fu l'idea che era finalmente finita la seconda guerra mondiale. Tanto che uno storico di grande prestigio definì il novecento il “secolo breve” vedendone l'inizio nella prima guerra mondiale, inevitabile premessa della seconda, e la fine proprio nel crollo sovietico e dei suoi satelliti. Certo aveva fondamento ed è troppo facile vedere oggi i limiti di quella analisi.
Nel corso del 2025 in conseguenza alla politica di Donald Trump, Germania e Giappone, le grandi sconfitte della guerra, hanno dichiarato di venir meno a quello che era stato il tabu postbellico delle due nazioni, cioè procederanno ad un riarmo di considerevoli dimensioni. Siamo davvero alla fine di un'epoca. Chissà cosa ne avrebbe pensato Tony Judt, l'autore del libro ora presentato, purtroppo non possiamo saperlo poiché Judt è morto nel 2010, e “Dopoguerra” è il suo testamento storico. Si tratta di un'opera possente, di grandi dimensioni - circa 1100 pagine - che partendo dal 1943 arriva fino al 2005, ormai un raro esempio di storiografia generale che riesce in ciò che è più difficile: collegare una fitta, approfondita comparazione dei fatti, ad un processo complessivo di rara chiarezza.
Prendiamo ad esempio il capitolo intitolato “Punizioni”, che affronta la tribolata questione dei rapporti dei nuovi governanti con i precedenti regimi: le posizioni diverse e particolari dei singoli stati vengono chiarite e esplicate in relazione ai fenomeni generali in un intreccio tra storia, politica e società davvero chiarificante. In questa ottica anche il tema delle “resistenze” presenta uno spettro di valenze che spesso nel dibattito italiano viene trascurato.
Ma ciò che da a questo libro un'aura di vera novità è la presenza di quello che spesso era un convitato di pietra, cioè l'Europa al di là della cortina di ferro. Sia per le storie sfaccettate dei diversi stati, delle loro relazioni con l'elefante sovietico, dell'influenza che esse hanno avuto nelle politiche post 1989, sia per il notevole contributo che Judt in questo libro assegna al dibattito intellettuale e politico delle culture slave, polacche in primis, ritrovando pubblicazioni e carteggi che ci pongono con chiarezza quanto il tema dello stato democratico fosse sentito, anche se sottotraccia, nelle terre dell'est Europa.
Il libro è ovviamente impegnativo, sia per l'estensione temporale che per l'ampiezza dei suoi interessi, ma è allo stesso tempo leggibile, scritto con un linguaggio, per quanto sia possibile in tale ambito, colloquiale e non troppo dotto, sia per le frequenti illuminanti rappresentazioni degli argomenti ricche di sorprese e sempre elaborate con una ferma equanimità.
E' bene ricordare che il centro dell'opera è la storia europea, certo con tutte le inevitabili e necessarie connessioni extraeuropee, e quindi racconta la “nostra” storia come il sottotitolo indica chiaramente, ed è quindi un libro europeista in modo totale, anche se non manca di indicare ritardi manchevolezze incongruenze della vicenda che dalle rovine postbelliche hanno disegnato la realizzazione dell'Europa Unita.
Ed ecco che allora grazie a questo testo il breve terribile novecento si prolunga in una lunghissima collana di giorni che ci porta fino al nostro tormentato ed imperscrutabile presente.
Buona lettura
S.P.E.S.