Fondazione Alexander Langer Stiftung ETS
Via Bottai, 5, 39100 Bolzano (BZ), Italia

21 ottobre 2026

News

Olga Karach è intervenuta al Parlamento europeo: l'obiezione di coscienza è un diritto umano

La vincitrice del Premio Internazionale Alexander Langer 2023 è intervenuta a Bruxelles per chiedere protezione per chi rifiuta di combattere

Il 14 ottobre 2026 Olga Karach ha preso la parola al Parlamento europeo durante la conferenza internazionale «L’obiezione di coscienza è un diritto umano!». Karach è una difensora bielorussa dei diritti umani, dirige l’organizzazione Our House ed è membro del Consiglio direttivo dell’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza (EBCO). La conferenza è stata promossa dal gruppo The Left su iniziativa della deputata Özlem Alev Demirel. All’incontro hanno partecipato parlamentari europei, difensori dei diritti umani, obiettori di coscienza e rappresentanti dei movimenti per la pace di Belarus, Ucraina, Russia, Turchia, Israele e altri paesi.

Nel suo intervento Karach ha denunciato quello che definisce il paradosso della politica europea: tante dichiarazioni contro la guerra in Ucraina, ma quasi nessuna protezione per gli uomini bielorussi e russi che si rifiutano di prestare servizio militare. In Belarus, ha ricordato, la diserzione è punibile con la pena di morte. Ogni anno circa 300 persone subiscono procedimenti penali o altre pressioni per aver rifiutato il servizio militare. In diversi paesi europei, invece, le loro domande di asilo vengono respinte perché si teme che possano essere reclutate in futuro dai servizi di intelligence. Una nazionalità, ha sottolineato, non può essere di per sé la prova di una minaccia.

Partendo dall’esperienza della campagna «No significa no», Karach ha ribadito che il diritto all’obiezione di coscienza deve valere per tutte e tutti, senza eccezioni: per gli obiettori bielorussi e russi come per quelli ucraini. Ha poi chiesto alle istituzioni europee di smettere di considerare obiettori e attivisti per la pace in esilio come una semplice questione migratoria. Vanno riconosciuti, ha detto, come veri attori di pace.

«La pace non dovrebbe iniziare soltanto con i negoziati», ha concluso, «ma con qualcuno che dice: non voglio uccidere nessuno».

Nel 2023 il Comitato scientifico e di garanzia della Fondazione Alexander Langer le ha assegnato il Premio Internazionale Alexander Langer per il suo impegno contro la guerra, per i diritti delle donne e per il cambiamento democratico in Belarus. La Fondazione continua a seguire e sostenere il suo lavoro.

👉 Leggi il testo integrale del discorso sul sito di Our House
🎥 Guarda il video dell’intervento

 


Il discorso di Olga Karach
Traduzione italiana · Parlamento europeo, Bruxelles, 14 ottobre 2026 · Fonte: Our House

Quando è iniziata la guerra, le mie colleghe e io eravamo profondamente sconvolte. E naturalmente la nostra prima domanda è stata: che cosa possiamo fare noi, donne bielorusse che difendiamo i diritti umani e viviamo in esilio, per aiutare l’Ucraina?

Ci siamo sedute insieme e ne abbiamo discusso, e alla fine ci è venuta un’idea davvero folle. Abbiamo deciso che quello che potevamo fare era sottrarre l’esercito bielorusso al controllo di Lukashenka e impedirgli di partecipare alla guerra.

Abbiamo deciso di lanciare una campagna chiamata «No significa no» («No Means No»), perché, come femministe, crediamo che anche gli uomini abbiano il diritto di dire no al patriarcato.

Come femminista e difensora dei diritti umani, ho lottato per i diritti delle donne e dei bambini moltissime, moltissime volte nella mia vita. Non riesco nemmeno a contare quante. Ho sempre saputo in quanti modi diversi il sistema patriarcale eserciti pressioni sulle donne.

Ma la campagna per proteggere gli obiettori di coscienza bielorussi è la prima campagna della mia vita, e spero anche l’ultima, in cui lotto per i diritti degli uomini.

Quando ci siamo riunite, nemmeno io potevo immaginare quanto sarebbe stato lungo e difficile il percorso per proteggere i nostri uomini che non vogliono partecipare alla guerra o prestare servizio militare.

Naturalmente mi aspettavo pressioni da parte del regime bielorusso, da parte di Alexander Lukashenka. Era chiaro fin dall’inizio che la nostra campagna non gli piaceva.

Ma quello che non mi aspettavo era una resistenza così forte sul versante europeo.

E oggi voglio parlare del paradosso della politica europea.

I paesi europei condannano la guerra in Ucraina. Centinaia di risoluzioni, molte bellissime dichiarazioni contro la guerra in Ucraina, ma quasi nessuna protezione per gli uomini provenienti dalla Russia e dal Belarus che si rifiutano di combattere, di andare in guerra o di prestare servizio militare.

Ed è proprio questo che davvero non capisco.

Perché è così difficile per le autorità migratorie in Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Francia, ovunque, accettare le ragioni per cui i russi e i bielorussi non vogliono entrare nell’esercito? Perché non lo capiscono?

Ora vediamo russi e bielorussi intrappolati tra due Stati.

Parlo naturalmente dei bielorussi, perché è su di loro che si concentra principalmente il mio lavoro.

In Belarus è prevista la pena di morte per la diserzione. Come difensori dei diritti umani, rischiamo pene fino a cinque anni di carcere se aiutiamo i disertori e gli obiettori di coscienza.

Vengono incarcerati. Non possono ottenere passaporti, aprire conti bancari o lavorare legalmente.

Allo stesso tempo, ogni anno circa 300 persone in Belarus sono sottoposte a procedimenti penali o ad altre forme di pressione per essersi rifiutate di prestare servizio militare.

Nei paesi europei, compresa la Lituania, dove viviamo attualmente, le domande di asilo vengono respinte su larga scala. Vengono sollevati numerosi sospetti legati alla sicurezza e le persone vengono indicate come minacce alla sicurezza nazionale della Lituania.

E l’accusa ufficiale continua a essere qualcosa di così assurdo che non riesco a comprenderlo.

L’accusa ufficiale è che gli obiettori di coscienza bielorussi potrebbero essere reclutati in futuro dai servizi di intelligence russi o bielorussi.

Com’è possibile che nell’Unione europea una persona venga punita per qualcosa che potrebbe accadere in futuro?

Questo è un nuovo capitolo del diritto internazionale.

Chi può spiegare a me, una donna bielorussa che ha lottato per i diritti umani in Belarus negli ultimi 25 anni, come sia possibile una cosa del genere?

E naturalmente anche noi, come difensori dei diritti umani, subiamo pressioni in Lituania e in altri paesi europei.

Quello che voglio dire è che un passaporto o una nazionalità non possono, di per sé, costituire la prova di una minaccia.

È molto strano che ora veniamo ritenute collettivamente responsabili degli uomini che hanno iniziato la guerra e che la sostengono. Mi riferisco a Putin e Lukashenka.

È un approccio così patriarcale.

In Belarus, da noi donne bielorusse ci si aspetta che siamo responsabili dei nostri uomini. Siamo responsabili della loro salute. Dobbiamo accompagnare i nostri uomini dal medico. Siamo responsabili del loro benessere, dei loro vestiti puliti, di tutto.

E perché continuo a sentirmi dire che sono responsabile di Alexander Lukashenka?

No. Non è mio marito. Non è affatto il mio partner.

E continuo a sentirmi dire: «Sei responsabile. Sei una donna bielorussa. Sei responsabile di quello che fa Lukashenka».

Respingo questo approccio patriarcale nell’Unione europea.

E c’è un’altra cosa importante: la libertà di coscienza e il diritto umano all’obiezione di coscienza non possono essere applicati in modo selettivo.

E sì, se parliamo degli obiettori di coscienza russi e bielorussi, dobbiamo parlare anche degli obiettori di coscienza ucraini.

È impossibile parlarne in modo selettivo.

Ho dei meravigliosi volontari ucraini. Sono una madre. Ho un figlio.

Non voglio che mio figlio vada mai, mai, mai in guerra come soldato, in nessuna guerra.

E come potrei andare da una madre ucraina e dirle che suo figlio deve andare in guerra, quando non lo vorrei mai per mio figlio, né per il figlio di una qualsiasi madre russa?

Questo è assolutamente inaccettabile.

E la mia ultima diapositiva.

Sono qui perché voglio chiedervi una cosa: smettete di trattare gli obiettori di coscienza e gli attivisti per la pace provenienti dalla Russia, dal Belarus e dall’Ucraina, che vivono in esilio, come una semplice questione migratoria.

Non vogliamo essere oggetti.

Vogliamo essere soggetti, attori di pace.

Credo ancora nell’Europa come progetto comune di pace.

Credo che gli obiettori di coscienza del Belarus, della Russia e dell’Ucraina possano essere soggetti, possano essere attori di pace.

E la pace nella nostra regione non dovrebbe iniziare soltanto con i negoziati di pace.

La pace dovrebbe iniziare con qualcuno che dice: «Non voglio uccidere nessuno».

Quindi, per favore, lottiamo insieme. Siamo sulla strada giusta come coalizione molto, molto forte che sostiene gli obiettori di coscienza bielorussi, russi, ucraini, turchi, israeliani e tutti gli altri obiettori di coscienza nelle guerre di tutto il mondo.

E credo che l’obiezione di coscienza sia il modo meno costoso, oltre che un modo semplice e sostenibile, per fermare qualsiasi guerra, soprattutto la guerra in Ucraina.

Grazie mille.

859052284_18120752069591034_6512029650239921764_n.jpg
© 2026 Fondazione Alexander Langer Stiftung ETS.
Codice fiscale  94069920216.
Produced by Kreatif