Interviste realizzate da Anna Da Sacco e Bruno Mazzorana di “Bumerang” sul pullman nel viaggio di ritorno da Srebrenica a Bolzano, 2-9-2007
Trovo che ci sia stato fuori dal convegno della Dom Kulture un ricco scambio tra la gente, tra noi e noi, tra noi e gli abitanti del paese: persone che si sono conosciute, relazioni amorose che si sono intrecciate, regali ricevuti e regali fatti, piacere di esserci.
C’è chi dice che molti dei giovani locali non avevano voglia di raccontare di se stessi, del padre e del fratello morto…ma che vuol dire, che diritto abbiamo noi di aspettarci, di pretendere una simile confidenza…E’ una morbosità. Per il resto, la disorganizzazione era totale ed é quindi un miracolo ciò che è successo. Quello che è mancato, o quasi, è stata la discussione sui crimini di guerra compiuti da parte mussulmana…sembra quasi che il riconoscere i crimini commessi dalla tua parte renda meno credibile il genocidio. Secondo me questo aspetto è stato evitato volontariamente. Mi hanno raccontato che è intervenuto un giorno – io non c’ero – un ragazzo che ha detto “io sono Serbo e durante la guerra è stato ucciso mio padre e mio fratello. Che devo fare? Devo pensare che un morto Serbo pesa meno di uno Mussulmano?” Mi ha colpito ad esempio che nel corso della settimana pubblica non sia mai venuto fuori il nome di Naser Oric, l’ufficiale difensore di Srebrenica incriminato per crimini di guerra e condannato a soli due anni. Due anni è una condanna ridicola, praticamente è stato assolto, ed è uscito di prigione l’anno scorso. I crimini di guerra di cui era accusato sono stati commessi lì. Se non hai la forza di dire che i crimini di guerra sono stati commessi anche dalla tua parte, tutto diventa monco, retorico, ed è poco credibile parlare di giustizia.
C’era un’evidente difficoltà, autentica, che posso capire. Penso per esempio al modo in cui Irfanka ha reagito all’intervento di Becker, che è stato senz’altro molto provocatorio, ma la reazione è stata quella di alzare un bel muro. Eppure il suo intervento era stato interessante.
I Wokshop, per quanto piccoli siano stati, sarebbe importante sapere come sono andati, cosa è emerso, anche i risvolti umani in cui si sono svolti. Purtroppo se ne è saputo poco.
Il Workshop di scrittura che ho condotto io si chiamava “Camminando intorno a Srebrenica”. E’ durato 5 ore invece che i due giorni previsti, e questo ha ridotto la cosa più ad un assaggio che a un pasto completo. E’ mancato il tempo. C’erano 8 persone di cui due giovanissimi di 15 e 16 anni di Srebrenica. Loro ci hanno fatto da guida, erano orgogliosi di questo, ci hanno portato alle terme, e poi abbiamo avuto due momenti di scrittura in cui abbiamo condiviso alcuni ricordi. Questo era il compito: scrivere i primi 10 ricordi che venivano in mente. Loro sono stati molto creativi: la fidanzata, le fidanzate dell’amico, le vacanze al mare, il cibo insufficiente in colonia, per cui rubavano qualcosa da mangiare a colazione, la partita di calcio. Hanno scritto cose così.
E noi anche abbiamo fatto la stessa cosa. Ajna, una ragazza bosniaca che vive in Italia che ci ha fatto anche da traduttrice, ha scritto dieci ricordi tutti su Srebrenica. E’ partita dalla prima volta che è venuta qui e via via fino ad oggi. A Srebrenica era venuta la prima volta due anni fa, ma non durante la commemorazione dell’11 luglio; un ricordo cupissimo, tristissimo. Ha descritto la paura che aveva
Poi ci siamo divisi in coppie ed ognuno ha raccontato all’altro il proprio ricordo, uno a caso tra i dieci scritti. Infine ognuno ha scritto la storia dell’altro. Un atto semplice, di condivisione. Il compito più difficile è stato il mio, perché Ajna mi ha raccontato il suo primo giorno a Srebrenica, e poi io dovevo scrivere questo suo ricordo. Mi sono posta il problema di questi due ragazzi, così tanti giovani, serbi, che sanno tutto ovviamente, ma che avrebbero dovuto confrontarsi con un racconto così duro. Non me la sono sentita, se fossero stati più grandi non mi sarei fatta problemi, ma così sì. Allora ho scritto una cosa in cui rendevo tutta la cupezza della situazione, però quel tema del “nemico”, del “quello parlava Serbo” non me la sono sentita di scriverlo in quel contesto. Poi abbiamo mangiato insieme, loro sono stati presenti in tutto, simpatici, attenti. Una cosa intensa, breve ma bella.
Purtroppo non c’è stata occasione di condividere con gli altri questo nostro lavoro.
Per quel che riguarda la Dom Kulture, i cosiddetti esperti..fanno proprio gli esperti…hanno bisogno di parlare, si sa, di sentenziare. Per me non è stato questo l’aspetto migliore, anche se ho seguito tutto con interesse.
Le cose che salverei della Settimana: tutto ciò che è successo fuori, il rapporto con la gente, gli incontri al ristorante, gli incontri per la strada, gli incontri con i bambini. E i rapporti tra le persone che sono venute da fuori, gli internazionali, con le qualità umane che hanno portato, il bel clima che si è creato. E penso che il bilancio alla fine sia stato positivo comunque, nonostante i problemi.
Ho trovato estremamente negativo il fatto di non aver parlato di questioni scottanti, ad esempio dei profughi serbi che vivono in condizioni subumane ai margini del paese, dei crimini di guerra da parte mussulmana, del fatto che dei 15 consiglieri comunali solo 3 vivono a Srebrenica, che fanno attività politica perché in questo consiste gran parte del lavoro lì disponibile. I problemi scottanti non sono stati affrontati. Forse era anche giusto, era una prima volta, bisognava essere delicati.
L’importante ora è continuare. Come in tutte le cose ognuno dovrebbe partire da sé. Se uno va lì una settimana poi non dovrebbe mollare. Ti sei preso una sorta di responsabilità umana. Tutte le donne che ci hanno ospitato nelle loro case hanno detto: tornate.
Bisognerà fare in modo che la macchina organizzativa funzioni meglio, che ci sia più cura ad invitare tutte le parti in causa ed evitare così di imputare l’assenza della componente Serba solo a mancanze organizzative. Rendere conto delle cose fatte.
Chiamerei una delegazione di quelli che stanno nella casa dei profughi…o farei delle interviste almeno, andando lì tre mesi prima, raccogliere tutte le storie, comprese le nostre però. Anche gli internazionali devono dire perché sono lì, cosa si aspettano, cosa ricevono da quel luogo, cosa vogliono fare. Ci vuole onestà e reciprocità. Se vai in un posto a discutere della loro memoria devi anche essere disposto a raccontare la tua, non solo quella di Marzabotto, che va bene, ma la memoria personale di ognuno crea una memoria collettiva. Come non lo so, ma l’idea è questa. Bisogna mettersi in gioco.
A me è andata così. Sono venuto in Bosnia nel 2006, insieme a mio marito che ci era venuto più volte prima e dopo la guerra. Ci avevo capito ben poco o niente, all’epoca, negli anni novanta. Ero molto attirata però, anche per motivi poco nobili, forse attirata da luoghi con conflitti forti, ad alta tensione, dove le persone sono diverse e anche la vita quotidiana. Lì le persone cambiano, a contatto con cose che noi non sappiamo più come sono. E’ brutto dirlo. Dire che ci appassioniamo alla guerra perché lì forse le persone sono più umane, anche in senso brutale.. Perché non è vero che le guerre appassionano gli occidentali perché ci sembrano disumane e noi vogliamo portare umanità. Secondo me noi siamo appassionati dalle guerre perché sono più umane, perché cerchiamo più umanità. Sembra un paradosso…sento che è una cosa un po’ forte da dire. Se noi andassimo a cercare la memoria dell’altro solo perché è spaventosa…saremmo vampiri. Invece se cerchi l’umanità nell’altro…nonostante la guerra, dentro la guerra….forse è questo.
Così sono venuta qui e mi sono appassionata. Sono venuta spesso, ho conosciuto delle persone, ho letto tutto quello che si poteva leggere, ho scritto un diario di viaggio. Quando ho saputo della Settimana internazionale mi è venuta in mente la possibilità di portare qui un tipo di Workshop che ho tenuto anche in altre situazioni. Camminare, scoprire fisicamente, al ritmo dei propri passi, i luoghi e scrivere. Anche se cose molto semplici, ma qualcosa da condividere. Un piccolo dono da fare a Srebrenica ma anche un dono che veniva fatto a me.
E poi sono venuta anche perché sono curiosa. In genere sono piena di pregiudizi nei confronti di coloro che si definiscono “operatori di pace”, che sono “generosi”, che portano “soluzioni” perché sono altruisti. In fondo questo poteva essere un bel contesto, un luogo di cui conosco abbastanza la storia, che mi permetteva di avere un occhio critico adeguato.
Quindi sono venuta anche per curiosità per vedere che fanno questo benedetti volontari, “operatori di pace”…e farne parte, invece di criticare dall’alto dei miei pregiudizi.
2. Livio Senigalliesi, Milano
E' stato conoscere con i nostri occhi Srebrenica, di cui avevamo solo sentito parlare e poi portare una presenza internazionale in un luogo così poco frequentato. Alla fine della settimana abbiamo potuto constatare quanto le persone fossero più giovali e più aperti, anche gli stessi ristoratori, che sono stato quotidianamente frequentati da tutti. Toccante la visita al Memoriale di Potocari. Al di là delle mie esperienze precedenti è stato molto importante per me come uomo. Vederle in gruppo è stato ancora più importante, perché quando viaggio da solo sono spesso concentrato solo sul mio lavoro, quasi con uno sdoppiamento della personalità. Anche vedere i film è stato molto importante. Invece sulle cose emerse nei forum e nelle sedute pubbliche quotidiane sono un po' critico perché a mio avviso, sicuramente in buona vede, per il tipo dei rapporti instaurati da anni dalla Fondazione, quello delle donne di Srebrenica, non si è tenuto conto della necessità di farne un punto d'incontro, con un ruolo super partes, La pace si fa con il nemico. E' mancato il confronto. Il grande assente è stato il popolo di Srebrenica, soprattutto i serbi, Non so quanto si è fatto per invitarli, ma mi è sembrato che il discorso fosse a senso unico. Secondo la me la pace passa attraverso questo.
Io sono venuto con la mostra che avevo realizzato in Ruanda. La presenza di Yolande Mukagasana è stata molto positiva perché la gente di Srebrenica ha bisogno di aprirsi anche alle tragedie degli altri, per non essere piegate su se stesse. Le parole usate dalle donne erano le stesse di quelle della guerra. Forse confrontarsi con altre situazioni consente di capire col tempo che il dolore è di tutti e va condiviso anche altri che hanno sofferto dall'altra parte della barricata. Mi è sembrato importante l'intervento del giovane serbo che sottolineava la necessità di considerare, pur nella differenza dei numeri, anche la memoria di suo padre ucciso come gli altri. Un morto è un morto. Bisogna abituarsi a capire che il dolore è di tutti. Se si considera solo una parte si ricreano delle barriere che sono le radice dell'odio e di un prossimo conflitto.
Noi osservatori, uomini e donne di pace, giornalisti, abbiamo una grande responsabilità in questo. Secondo me non possiamo sposare una causa, ma molto spesso lo si fa per sentirsi migliori, in tutta buona fede. Ogni giorno durante la guerra bisognava mettersi in dubbio, attraversare ponti, capire le ragioni dell'altro, rendere tutto più complesso. Se crediamo solo di avere certezze sbagliamo tutti. Se vogliamo bene a quella terra, nelle prossime edizioni dobbiamo essere più ecumenici, più democratici. Anche la proiezione di certi documentari, sicuramente utili e seri, ma solo di parte, come se si volesse martellare su di un'unica incudine. A mio avviso, anche dal punto di vista storico e giornalistico, non si può evitare di parlare anche del male fatto dai mussulmani, che i crimini e i criminali condannati dall'Aja ci sono stati anche da questa parte e soprattutto noi occidentali che andiamo là con tanta buona volontà non possiamo immedesimarci completamente con le donne vittime di Srebrenica, far tutt'uno con loro, perché rischiamo di entrare anche noi nel loro gorgo, dobbiamo essere equanime e portare tutti ad un tavolo di dialogo. Certo tutto è difficile perché il tempo è sì una medicina ma a mio avviso è passato troppo poco tempo, pensiamo solo da noi che casino porta ancora la questione per esempio delle foibe, e si capisce che alla fine il dolore dei singoli e dei gruppi non viene mai sopito dal tempo, ci sono sempre i figli che alimentano il ricordo, specialmente le ricostruzioni di parte non sono un buon viatico verso la democratizzazione dell'area. Molto può e deve passare attraverso l'istruzione, ma sappiamo quanto sono di parte e nazionaliste le scuole delle tre entità, i libri di storia delle tre parti sono un inno ai propri eroi e una condanna smaccata e senz'appello dell'altro. E in questo stanno le radici di un prossimo possibile conflitto. A noi il compito di essere più critici ed attenti.
Mi chiedi come è possibile raccontare il dolore delle vittime. Trasmettere un sentimento così acuto e devastante non è possibile. Uno un'esperienza come quella l'ha fatta o non l'ha fatta. Il compito del giornalista, del fotoreporter, è quello di stare onestamente ai fatti E niente di più. Inutile enfatizzare, sposare una parte. Le vittime sono uguali da per tutto, dall'Afghanistan alla Bosnia, il dolore è uno solo. Serbi palestinesi e ruandesi provano lo stesso dolore però spesso vengono interpretati e anche i media sono spesso succubi di ideologie.
3. Claudio Marradi, Genova
Il motivo della mia venuta a Srebrenica: ricordo di essere stato molto colpito dai fatti successi nel 1995. Ho sempre avuto questa esigenza di capire un avvenimento che non riuscivo a collocare nel mio tempo e nel mio spazio di 15 anni fa. Nel senso che ero in ferie in Trentino, dove frequentavo un corso di Aikido, giocavamo a fare i samurai, in un contesto normale, leggevo i giornali e non riuscivo a aprirla. E' una cosa che è rimasta lì come un gap non risolto, che ho voluto cercare di chiudere come questo viaggio. Poi non si è chiuso niente perché come in tutte le cose importanti aprono più domande di quante risposte forniscano.
Ero già stato nell'ex-Jugoslavia come turista prima della guerra e mi colpì molto la distruzione del ponte di Mostar, poi non ero più venuto.
Delle notizie di allora ricordo le donne in fuga da Srebrenica, delle ragazze che si suicidavano per non essere violentate.
Venire a Srebrenica è stato come una necessità di guardare in faccia il male, anche se l'affermazione può apparire pesante....il male inteso come la straordinaria disponibilità - che ho avvertito nei resoconti delle persone che hanno preso la parola – delle persone normali a fare del male.... il vicino di casa, il compagno di scuola...Quello che è successo nell'ex-Jugoslavia è stato un assassinio studiato a tavolino. Non è vero che la Jugoslavia si sia suicidata. Ci sono momenti della storia in cui un gruppo di pazzi, com'è successo con il nazismo, diventano assolutamente egemoni e riescono a far precipitare interi continenti nel dolore, nella distruzione. Ci sono i pazzi e poi per realizzarli si vogliono però anche persone normali, i manovali, i padri di famiglia che partono e vanno a stuprare la figlia di qualcun altro. E' questa la sensazione più sconfortante che mi ha lasciato questa esperienza.
Una domanda alla quale ho potuto rispondere è questo aspetto di progettualità di quello che è successo e del fatto che può succedere ovunque. Ci sono state senz'altro persone che hanno lavorato a scenari di questo tipo in Italia negli anni '90. Scenari secessionisti, di ridisegnamento di confini. Quindi il timore che non si è imparato abbastanza da questa tragedia.
Penso di tornare ancora a Srebrenica, anche se ho alcune perplessità sull'impostazione e sui risultati di quest'edizione. Forse non alla settimana ma alla marcia nei boschi prima dell'11 luglio. Perché penso che le persone di Srebrenica hanno bisogno di normalità, anche se le cose che sono avvenute ai margini dell'incontro sono state altrettanto importanti di ciò che avveniva nel Convegno, con le perone che sono venute da tutta Europa, che semplicemente andavano a bere un caffè...
Credo di aver ricevuto più di quanto sono stato in grado di dare. Ricucire il tessuto umano nella città è un compito immane, che fa tremare i polsi. Pensare che io parto da Genova e credo di far qualcosa di utile per queste persone sarebbe davvero grottesco. D'altra parte penso che uno dei timori maggiori delle persone che hanno vissuto Srebrenica è quello di non essere ascoltate, essere dimenticate...mi è successa una cosa tremenda e tutti se ne fregano. Così noi siamo stati un pezzetto di mondo che si è interessato, non da professionisti, da esperti dell'ONU, ma da semplice persone..un pezzetto di mondo.che non se ne frega, che si mette in gioco.
4. Lorenzo Anania, Roma
Frequento la Bosnia da qualche anno ma non aveva mai ancora avuto l'occasione di andare a Srebrenica. Sentivo di doverci andare perché nel mio lavoro di giornalista cerco di creare uno spazio a ciò che avviene in Bosnia e nell'ex-Jugoslavia in generale. Avrei voluto capire o cogliere una risposta del perché un genocidio a Srebrenica. Un bisogno personale, ovviamente non soddisfatto.
Il tema della settimana mi ha interessato, il ricostruire la memoria è fondamentale visto che molto di quello successo negli anni novanta veniva dalla non condivisione di una memoria di una guerra precedente, la seconda guerra mondiale. Mi ha interessato soprattutto il dibattito teso a capire se identità e memoria sono davvero in conflitto.
Srebrenica mi è apparsa subito una città fantasma, non diversa da altri posti della BiH dove c'è stata la guerra: case crivellate e panorama desolato. Poi giorno per giorno ho visto che il fuoco della vita continua ad ardere sotto le ceneri. Che la vita riprende piano piano; non sono assolutamente in grado di valutare quali potrebbe essere però le prospettiva di questa cittadina e dei suoi abitanti. Sicuramente una situazione molto difficile dovuta a una totale mancanza di lavoro e di attività economiche.
Per i partecipanti internazionali stare una settimana a Srebenica è stato un fatto sicuramente positivo perché hanno potuto capire meglio la situazione, anche se non si è trattato di una vera full immersion per la brevità del tempo. Non so cosa noi abbiamo lasciato alla città, certo immondizia!
Per i locali partecipare penso sia stato positivo; hanno incontrato altri – come loro – europei. Quello che abbiamo capito noi è che la tendenza a fuggire è molto presente, basta considerare il fatto che sindaco e numerosi consiglieri comunali eletti non risiedono stabilmente in città.
Nella Radio in cui lavoro rimarcherò come aspetti positivi la buona volontà di chi l'ha organizzata, pur con i limiti del volontarismo. Poi gli incontri interessanti, anche polemici come quello sui Media, in cui la categoria dei giornalisti è stata severamente attaccata, forse a ragione, ma ignorando che spesso i maggiori responsabili sono gli editori.
Ho trovato di cattivo gusto la proiezione del film sugli Skorpioni, quel gruppo di paramilitari serbi, assassini brutali, ma che nel contesto di una Settimana del ricordo hanno più incitato alla rivalsa che alla condivisione di qual cosa per il futuro. C’è stata forse la volontà degli abitanti di farci partecipi del loro dolore, del loro punto di vista, partendo forse dal presupposto che noi non ne sapevamo troppo. L’ho trovato troppo crudo e violento forse perché trattava di fatti realmente accaduti.
Sono ormai tre anni consecutivi che vengo in Bosnia e ogni volta faccio delle nuove amicizie. Così penso che quando tornerò a Srebrenica – non so se nell’ambito della prossima settimana internazionale – lo farò cercando di portare anche il mio contributo personale, il mio piccolo mattone per costruire qualcosa che rimanga. Non è stato il caso di questa volta dove sono venuto quasi da turista – anche se con la penna – perché non ero maturo per valutare proposte o progetti.
5. Paola Milli, Roma
Ho deciso di venire in Bosnia per la situazione in cui si trova la città di Srebrenica, con le poche persone che sono tornate ad abitarla, mi sembra che non sia cambiata molto la posizione delle Nazioni Unite e della Comunità Internazionale in merito al “non intervento” del 1995. Non avevo letto moltissimo dopo il ‘95, non avevo notizie aggiornate. Devo dire che mi aspettavo che ci fossero stati più interventi nella ricostruzione, nelle possibilità di lavoro, oggi limitato alla polizia e alla pubblica amministrazione. La sensazione dominante è di grande disagio, indignazione profonda. Questa settimana è stata molto utile, un momento di riflessione, la possibilità di dialogare e di capire cosa si dovrebbe e potrebbe fare. Hanno parlato persone molto autorevole nelle quali mi sono rispecchiata completamente. Condivido anche che non basta solo parlare, spiegare, ripercorrere il trauma, adoperarsi per la cura del trauma, l'uscire fuori dal dolore. Quello che occorre è una soluzione politica che non ho visto, non ho percepito. Serve la riflessione ma la politica è stata assente. Tornerò in Bosnia e anche a Srebrenica ogni volta che ne avrò la possibilità. Tornerò sicuramente a luglio e anche alla Settimana della Memoria se ci sarà di nuovo. Poi vorrei mantenere un contatto con la Fondazione perché vorrei fare qualcosa per Srebrenica.
Al ritorno ora proporrò ad una deputata di Rifondazione, molto attiva, di presentare un'interrogazione parlamentare sugli aiuti in Bosnia e su ciò che l'Italia ha fatto per Srebrenica. Mi sono persuasa che a Srebrenica le vittime sono state da una sola parte. Non voglio essere unilaterale ma mi sembra che siano dalla parte dei mussulmani...c'é stato un massacro di mussulmani.. non è possibile fare analisi differenti, sarebbe ingiusto, sarebbe un falso storico...Il genocidio è avvenuto ed è avvenuto nei confronti di una popolazione intera. Se prima dell'11 luglio 1995 ci sono state azioni di.guerriglia guerreggiata e sono caduti anche dei serbi, questo non me la sento di escluderlo. Ma il genocidio è un'altra cosa...Non che i morti per genocidio valgano di più ma è un'altra cosa, che ha un significato politico molto più grave. A Srebrenica non vi furono azioni di guerriglia e nemmeno una guerra perché l'esercito stava da una parte sola, gli altri erano civili indifesi. Per cui il mondo non può proprio tacere, tutti devono assumersi le loro responsabilità. Non si può tornare indietro, non si può ridare la vita a tutte quelle vittime, ma qualcosa si può fare, qualcosa di concreto: aiutare i sopravvissuti. E poi la prevenzione che è anche un fatto di cultura, prevenire vuol dire affrontare culturalmente la questione etnica, vivere la religione non come appartenenza fondamentalista, anche se io non ho mai creduto che essa, per ogni tempo e luogo, possa essere un fattore decisivo nella determinazione dei conflitti. Io credo principalmente al fattore economico quale causa di guerra determinante, agli interessi materiali, del petrolio, del controllo dei territori, che utilizzano poi i fondamentalismi.
In merito alla prevenzione, sarebbe doveroso incominciare anche da noi a cambiare i libri di storia. Lo si fa solo ora per l'olocausto. Quando io ero alle scuole dell'obbligo non si parlava dell'olocausto. Oggi a scuola se ne parla di più. A scuola s'insegna come è nato, l'intolleranza antisemita..Quello che si è fatto, pur con grave ritardo, per l'olocausto si deve fare oggi assolutamente in tempi rapidissimi per ciò che accade oggi, per i genocidi di oggi, come quello del Darfur per esempio, di cui si parla molto poco, se non occasionalmente.
La prevenzione è molto importante. Sulla guerra dei Balcani noi oggi possiamo dire di sapere quasi tutto, quindi non si rischia di dire una cosa per l'altra se si fanno delle lezioni, già alle scuole medie e poi alle superiori. Importante è aggiornare i libri di storia.
Anche l'Europa potrebbe fare moltissimo. Si può e si deve far convivere persone diverse, non con integrazioni coatte, ma nel rispetto della multietnicità, quale supremo valore etico. Bisognerebbe scongiurare per il futuro quello che è accaduto con la Serbia, con il suo disegno di grande Serbia, di occupazione dei territori. Ora è importante che se ne parli, che se ne scriva, che vengano assicurati alla giustizia dell’Aia i ricercati, che si facciano i processi. Occorre non abbandonare mai l'idea che la giustizia venga perseguita, non solo come valore simbolico, proprio come monito diretto, per evitare che la storia del futuro conservi macchie indelebili di orrore.
6. Carla Giacomozzi, Bolzano/Bozen
Ho partecipato alla Settimana come rappresentante del Comune di Bolzano e per questo mi ero preparata un intervento sul tema della documentazione della memoria; ho presieduto anche alla sessione seminariale su questo tema fondamentale.
Fare una relazione sul tema della documentazione a Srebrenica non è come farla altrove. A Srebrenica mi sono resa conto di una variabile pesantissima: a livello personale ho vissuto in maniera molto forte lo stare a Srebrenica (mal di stomaco e di gambe, come se solo lo stare fisico a Srebrenica fosse una grande fatica). Anche i compagni di viaggio con cui ho parlato hanno confermato questa sensazione.
Mi chiedo che senso abbia avuto la nostra presenza a Srebrenica. Forse è stata un’azione simbolica, certamente utile, organizzata dalla Fondazione Langer e da Irfanka.
Non so però se abbiamo raggiunto i destinatari del nostro messaggio: nel caso mio il destinatario è un'istituzione o un ente che in Srebrenica si faccia carico del ruolo centrale svolto dalla ricerca della documentazione e dalla relativa metodologia. Organizzare un centro di documentazione non può essere un atto di buona volontà, anche se politica, sporadico; ci vuole una forza politica intenzionata a portarlo avanti sui tempi lunghi. Da questo punto di vista non ho trovato riscontri istituzionali; nel suo discorso, il sindaco di Srebrenica non ha fatto accenni ad un progetto di centro di documentazione e finora non ho capito se si via un interlocutore unico – ad esempio il Centro di Potocari già esistente – o se il Comune intenda realizzare ex-novo un centro in Srebrenica.
Ho raccontato del mio lungo lavoro di documentazione sul Lager di Bolzano; per questo lavoro fin dal principio sono stati delimitati il tempo (1944 - 1945) ed il luogo. La fissazione chiara di entrambe questi ambiti di indagine è necessaria per qualsiasi progetto: è dentro questi confini che ci si muove per documentare la storia. E la storia si basa sui documenti, primi tra i quali – non mi stancherò mai di ripeterlo – sono i sopravvissuti da intervistare, e poi anche i documenti scritti, quelli materiali, il tutto da contestualizzazione nel tempo e nello spazio.
L'importanza cruciale dei testimoni diretti l’abbiamo constatata anche dai films che ci sono stati mostrati; sono dei documentari costruiti con le testimonianze. Ad esempio “Esma” che è la storia attuale di una donna di nome Esma che cerca il corpo del marito e non lo trova. Oppure in “Karnival” abbiamo appreso le storie dei rifugiati bosniaci di religione musulmana in Montenegro, rapiti e uccisi da quel governo; per descrivere le tappe del percorso dei loro cari scomparsi vengono interpellati i familiari, attivata un’indagine giornalistico-poliziesca; alla fine sono suggerite delle risposte.
Poiché i fatti di Srebrenica sono molto recenti e ci sono testimoni diretti, è decisivo e relativamente facile raccogliere i loro racconti, di modo che – grazie alla documentazione che così si formerà – tutti possano conoscere e quindi non negare gli avvenimenti accaduti.
Per tornare alla Settimana, credo che l'obiettivo degli organizzatori non fosse del tutto a fuoco, forse in questo primo momento c’era bisogno di una generica presenza internazionale per non fare sentire soli gli abitanti di Srebrenica.
A Srebenica ho visto e sentito due usi diversi della memoria. Come faceva notare Mladen, il ragazzo serbo che è intervenuto al convegno, parlando delle “vittime di Srebrenica” bisogna parlare anche dei serbi uccisi, tra cui c'era anche suo padre. Se si raccoglie la memoria di un luogo bisogna ascoltare tutti, perché tutti fanno parte di quella memoria.
Non ci può essere solo la storia di una parte, perché su quel territorio vivono due popoli strettamente connessi e sarebbe pericoloso e artificioso separarli nella trasmissione della memoria.
L'uso delle parole è fondamentale, perché le parole possono manipolare la realtà e creare barriere mentali alla comprensione dei fatti. Parole come pulizia etnica e genocidio, per esempio. Credo che secondo l'ideologia serba di appropriazione di un territorio qualunque popolo diverso per religione o per etnia sarebbe stato aggredito. Se si parla solo di genocidio si rischia di creare una graduatoria d'importanza tra le vittime, il che mi sembra comprensibile da parte delle vittime ma non equilibrato da parte di chi si occupa di memoria. Starei attenta all’uso di termini che marchiano così ferocemente se l’obiettivo del lavoro da fare a Srebrenica è una serena e approfondita ricerca di capire cosa è successo in quel luogo in un determinato periodo.
Nei pochi giorni in cui ci siamo fermati a Srebrenica abbiamo avuto rapporti d'amicizia – se così si può dire – con diverse persone, credo solo musulmane. Mi sono rapportata in realtà solo con la loro storia, che si è rivelata chiarissima con la visita a Potocari, con la loro difficoltà a vivere in un luogo così segnato dalla sofferenza. Anche la signora che ci ha ospitato è riuscita l'ultimo giorno, un po' a gesti, a raccontarci la sua storia e la tragedia che si è consumata nel giardino di casa sua. Vivere in queste condizioni è una cosa davvero pesante, difficilmente sopportabile. Non so come viva la parte serba; non credo sia un bel v