Una Città - Diario di Angalià 2015
Articolo di Ghiorgos Tyrìkos-Ergàs, Katerina Efstathìu Selàcha, Elèni Efstathìu Selàcha
tradotto da Umberto Cini
L’incredibile e commovente diario dell’associazione Angalià, situata nell’isola di Lesbo, che nel giro di poche settimane è passata dal seguire i locali messi in difficoltà dalla crisi allo sfamare e dare riparo a migliaia di profughi in fuga verso l’Europa; l’enorme responsabilità che toglie il sonno, la fame, talvolta la salute e al contempo la scelta, fermissima, di non accettare finanziamenti nazionali e comunitari e di non “fare cassa”. Di Ghiorgos Tyrìkos-Ergàs e Katerina ed Elèni Efstathìu Selàcha.
L’isola di Lesbo ha una superficie di 1630 chilometri quadrati, che ne fa l’ottava isola del Mediterraneo in ordine di grandezza. Le sue coste settentrionali e orientali sono addossate alla massa continentale anatolica, dalla quale in certi punti distano meno di sei miglia nautiche. Con una popolazione di 85.000 abitanti, di cui poco meno della metà concentrati nel capoluogo (Mitilene, nome che si applica talvolta anche all’intera isola), Lesbo vanta una buona produzione olivicola e ha una zootecnia discretamente sviluppata. Celebri le sue distillerie, che producono un ouzo finissimo. Il turismo, che patisce dei collegamenti difficoltosi e di una stagione più breve rispetto ad altre destinazioni dell’Egeo, ha una presenza modesta.
Dall’inizio dell’anno a oggi (12 novembre) si calcola che metà dei profughi sbarcati in Europa, soprattutto siriani ma non solo, siano passati da Lesbo: 400.000 su 800.000, ma le cifre continuano a crescere. Nei momenti di massima congestione, dovute a difficoltà nei collegamenti marittimi con il Pireo, questa folla dolente è arrivata a rappresentare più d’un terzo della popolazione dell’isola.
L’Ong "Angalià” (in greco "abbraccio”) è stata fondata nel paese di Kallonì, situato nella parte centrale dell’isola, da un prete del posto, Papa-Stratìs (che potremmo tradurre come "don Eustràtio”), nel 2007. Concentratasi inizialmente nell’assistenza alle vittime locali della crisi economica, Angalià ha preso a occuparsi anche dei profughi, che prima alla spicciolata, poi sempre più in massa, hanno cominciato a sbarcare a Lesbo. Papa-Stratìs è morto di cancro ai polmoni all’inizio del settembre scorso, in piena crisi migratoria. La cronaca che segue, ripresa dalla testata online di Lesbo Lesvosnews (www.lesvosnews.net) è firmata da Ghiorgos Tyrìkos-Ergàs, attualmente portavoce di "Angalià”, e da altre due volontarie.
Sei mesi di solidarietà con "Angalià”
Domenica 1° novembre 2015: "Cronaca di un semestre tragico”.
È a maggio che è cominciata la fiumana dei profughi. Sono ricomparsi a Kallonì. Da allora fino a giugno è stato necessario lanciare appelli drammatici per ricevere soldi. Appena pochi mesi prima, quando ci davano 50 euro sorridevamo con Papa-Stratìs perché avevamo "i quattrini”: con l’avvento della crisi ci è toccato pagare di tasca nostra per garantire integralmente il funzionamento elementare di "Angalià”. Ci davano 50 euro e ci pareva una gran notizia. La gente offriva vestiti, ma soldi no. Le cose però sono cambiate come mai prima era successo. I numeri erano spaventosi. Mentre negli anni precedenti avevamo 60-70 profughi al mese, o anche meno, d’improvviso ci siamo ritrovati con 60-70 persone al giorno. Chi l’avrebbe detto che in poco tempo saremmo arrivati, in una sera, a doverci occupare di mille persone stremate? Chi l’avrebbe mai detto… Il magazzino che avevamo accanto al commissariato di Kallonì l’abbiamo aperto per far entrare la gente: profughi afgani, siriani, somali, iracheni, palestinesi, pakistani, persino dello Sri Lanka. È stato un giugno piovoso, non ci reggeva il cuore di lasciare le famiglie all’addiaccio e i pianali di scatolame al riparo.
Dov’è andata tutta questa gente, migliaia, e come ce l’abbiamo fatta? Facendo una stima per difetto del loro numero (calcolato in base a quanti toast abbiamo preparato), da maggio a oggi sono passate più di 17.000 anime. Più gente in sei mesi di tutta quella che avevamo soccorso negli anni precedenti. Questo periodo è stato segnato dalla morte di Papa-Stratìs. Abbiamo perso l’ispiratore, la guida, l’amico. L’uomo che era l’anima di "Angalià”. Senza di lui non esisterebbe nulla e noi non saremmo che dei volontari anonimi.
Negli ultimi, difficili mesi abbiamo informato quotidianamente la gente, allertato, lanciato appelli, pregato, minacciato. Gli appunti raccolti sono il nostro lascito. Il "Diario di Angalià” o, come lo chiamiamo fra di noi, "Antidoti alla bruttezza”. Questi testi hanno fatto conoscere la situazione che stavamo vivendo, le nostre paure, i nostri sogni, parlando di un mondo d’infinita umanità, di bontà ma anche d’insensibilità. L’azione instancabile di Papa-Stratìs, pur nella malattia, ha seguitato a dare slancio a tutto quanto. Siamo andati avanti sapendo che due erano le cose importanti: che nessuno se ne andasse da Kallonì affamato o disperato e che il mondo sapesse cosa stava succedendo. In contrasto con la legge, scordandoci orari, stanchezza, contro le esortazioni dei familiari e degli amici, abbiamo fatto infinite volte avanti e indietro con le nostre auto e con altri volontari, a spese nostre e correndo il rischio di essere messi dentro come trafficanti (questo prima del disegno di legge sulla cittadinanza che ha consentito ai volontari di trasportare i profughi fino ai centri di registrazione), e abbiamo caricato donne e bambini dalla strada per portarli ad "Angalià”. Gente inseguita dalla guerra e dalla povertà, che camminava per chilometri e chilometri, persino da Sigri [approdo situato a 100 km dal capoluogo di Lesbo, ndt] per arrivare a Kallonì. Messaggi su Facebook per radunarci, una telefonata e via. Aghìa Marina, Archea Àndissa, Skalochori, Petra, Mòlivos, tutta la parte nord di Lesbo. Due o tre viaggi ogni volta... e poi ad "Angalià”, per prestare assistenza a persone che avevano bisogno di mangiare, riposarsi e rimettersi in sesto per poi farsi altri 45 chilometri a piedi fino a Mitilene. Quante volte siamo stati svegliati da telefonate a metà nottata? Ci chiamavano dai semplici cittadini fino alla polizia e alle organizzazioni grandi e potenti. Noi correvamo per tutti. Quante volte abbiamo raccolto per la strada gente mezza morta? Ricordiamo ancora il bimbo di tre anni che piangeva sopra la madre svenuta di stanchezza alle Saline di Aghìa Paraskevì, vicino alla cabina che hanno costruito per i bird watchers... Ad "Angalià” dovevamo fare un lavoro rapido e metodico: non c’erano solo i profughi che trasportavamo con le auto, questi erano pochissimi in proporzione, la maggioranza arrivava per conto proprio. Occorreva innanzitutto vedere se qualcuno aveva urgente bisogno di un medico. I casi difficili li mandavamo al Centro sanitario di Kallonì, aspettavamo di vedere se tutto era a posto o se occorreva portare la persona a Mitilene. Se le cose si mettevano male, chiamavamo un taxi, che con la diagnosi del medico partiva sparato per l’ospedale del capoluogo (le ambulanze avevano sempre la benzina razionata).
Nei casi più facili (insolazioni, scottature, disidratazioni, dolori, colpi di freddo) somministravamo semplicemente antidolorifici e pomate; chi si ricorda quanti piedi piagati abbiamo curato, lavato e fasciato con le nostre mani, mentre i profughi facevano smorfie di dolore. Poi dar da mangiare. Poi capire dove mettere a dormire donne e bambini, quantomeno non sul cemento. Un’angoscia e una lotta quotidiane. Al principio noi quattro da soli e quattro-cinque volontari che ci sono stati accanto nei momenti facili e in quelli difficili. […] Un periodo da incubo. Anche il nostro paese stava attraversando una fase difficilissima che pesava su tutti noi, ci consumava i nervi. Eravamo abbastanza ingenui da credere che, facendo quel che facevamo, tra le altre cose assolvessimo il nostro dovere patriottico, dessimo la nostra parte di sostegno a una speranza di cambiamento che ancora stiamo aspettando. Elezioni, negoziati, referendum... e poi, con i Capital control, a un certo punto, non potendo riscuotere i soldi ricavati dai nostri appelli, abbiamo cominciato a chiedere aiuto a parenti e amici -come se negli anni precedenti non li avessimo già assillati abbastanza. Di nuovo, per ragioni ideologiche, non abbiamo accettato alcun finanziamento da fondi nazionali o comunitari. A quel punto, alcuni nostri amici dall’estero, ma anche l’Irc (International Rescue Committee), sono arrivati come un deus ex machina e ci hanno aiutato acquistando per noi le provviste, pagando in anticipo frutta, pane, medicine. Allora abbiamo visto il nostro compaesano sconosciuto, con cui mai avevamo avuto rapporti, metterci in mano cinque euro dicendo di non averne altri e che dobbiamo insistere. Allo
a abbiamo visto persone che non ci avevano mai rivolto la parola arrivare con borsate di arance; pastori, gente di fatica e addirittura migranti economici che vivevano nelle ristrettezze, portare alimenti tutti i giorni a fine lavoro e lasciarli alla chetichella ad Angalià; abbiamo visto contadini trasportare ad Angalià delle famiglie in macchina e dirgli, quando scendevano, "buona fortuna ragazzi”. Abbiamo visto un popolo intero non perdersi d’animo davanti alle banche chiuse e pensare allo "xenos” affamato, allo "xenos” perseguitato non per altro, ma per amor proprio e nobiltà d’animo. Abbiamo visto la Grecia, abbiamo visto il contrappeso alla nostra disperazione e l’antidoto al veleno che ci fanno bere. Non possiamo descrivere a parole l’umanità che hanno visto i nostri occhi. E i numeri dei profughi continuavano ad aumentare.
A fine agosto siamo arrivati ad avere ogni giorno, in due o tre mandate, centinaia di persone mentre la nostra resistenza fisica e psichica si andava esaurendo. Papa-Stratìs era in difficoltà e, ciò nonostante, sempre davanti alla nostra sede per vedere i bisogni e darsi da fare, sempre in contatto con noi. Abbiamo festeggiato ad Angalià i nostri compleanni in compagnia di siriani e afgani. Abbiamo perso peso in modo innaturale, una piccola influenza si tramutava in spossatezza totale e gastroenteriti, la sera il sonno non arrivava e la notte era piena di incubi, vedevamo scolari uscire in strada e li prendevamo per profughi con lo zaino... E quando si strapazza così tanto il corpo, iniziano altri problemi. Vedere ogni giorno bambini stremati, ragazzini come tuo figlio spossati e non poter fare granché, sentire ogni giorno la pena del popolo della guerra, chiedersi con angoscia come aiutarli, come nutrirli... Alcuni di noi erano più forti, altri hanno avuto bisogno di sostegno, di parlare -e ancora lo fanno- con assistenti psicologici. A quel punto, seguendo il buon senso e i consigli di amici specializzati nell’affrontare crisi del genere, abbiamo avviato un enorme sforzo per organizzare il movimento volontario, per far venire gente a dare una mano. Ne abbiamo ricavato un vantaggio pratico, perché da soli ormai non ce la potevamo più fare, ma anche qualcosa di forse più importante. Abbiamo sempre creduto che nulla sarebbe cambiato se non si fosse saputa la verità. A chi voleva aiutarci dicevamo questo: "Non mandateci soldi o vestiti, venite per poter poi raccontare la storia”. Una storia che tutti devono sapere, e di prima mano. Questo nostro appello ha avuto una risonanza sconvolgente. Decine di volontari da tutta la Grecia e anzi da tutto il mondo sono venuti ad affiancarci unendo la loro solidarietà a quella di centinaia di altri che da ogni angolo della terra ci stavano accanto inviando vestiti, denaro o semplici messaggi di vicinanza. Secondo i nostri calcoli, in questi mesi sono passati da Angalià più di quattrocento volontari. Se esiste un’Europa dei popoli, l’abbiamo vista quest’estate. Esiste.
Intanto i numeri dei profughi aumentavano ancora e ancora. Fino all’ingestibilità. Un piccolo gruppo non può sostituire lo Stato, è impossibile sul piano pratico, malsano sul piano sociale e politicamente sbagliato! Ciò però si verificava su vasta scala, non solo in relazione al nostro gruppo, ma anche ad altri gruppi di volontari dell’isola. Dappertutto erano i volontari a togliere le castagne dal fuoco. Ovviamente nel mutismo generale, con la luminosa eccezione del sindaco di Lesbo e di alcuni esponenti locali che si sono dimostrati all’altezza della situazione e a volte anche al di sopra.
È arrivato un momento in cui i profughi, da tanti che erano, dormivano nel ricovero di "Angalià”, nello spiazzo davanti al commissariato, nei campi intorno e nello spazio del negozio del sig. Charitos -una persona che ha visto la sua impresa andare in malora, il suo spazio personale invaso tutti i giorni e che neanche una volta s’è lamentato con noi, anzi s’è dato da fare per raccogliere l’immondizia, fare coraggio ai profughi, fare le telefonate per noi in caso di bisogno.
Intanto le autorità locali, il governo, l’Ue andavano per la loro strada. Sono passate 17.000 persone da Kallonì: hanno dato fastidio a qualcuno? Grazie ad Angalià, sono passate e se ne sono andate e gli auguriamo buona fortuna, un futuro migliore. Intendiamoci, non abbiamo fatto tutto questo perché i nostri compaesani non fossero infastiditi. L’abbiamo fatto per alleviare ai profughi il pesante fardello della loro odissea, e perché ormai l’impegno, dopo dieci anni accanto a Papa-Stratìs e ai profughi, era diventato parte della nostra identità.
Il 12 settembre 2015 abbiamo lanciato un appello per chiedere alla gente di smettere di mandarci soldi e alimenti. Se il ritmo delle donazioni in arrivo si fosse mantenuto, avremmo raccolto più di quanto eravamo organizzativamente capaci di gestire. Abbiamo fatto un semplice ragionamento: è inammissibile che un piccolo gruppo, a causa della sua troppa popolarità, disponga di un volume di denaro e di materiale che è impossibile spendere con giudizio, in modo mirato e rapido, quando altri gruppi, da altre parti, mancano dell’essenziale. Non volevamo "fare cassa” mentre c’erano e ci sono migliaia di bisognosi. Abbiamo rivolto appelli affinché le donazioni venissero indirizzate sia ad altri gruppi dell’isola, sia altrove in Grecia, mentre iniziavamo una vera e propria lotta affinché il denaro e il materiale raccolti producessero risultati.
Occorrerà adesso descrivere a grandi linee il modo in cui abbiamo usato le donazioni. I dati economici di "Angalià” sono comunque accessibili a qualsiasi legittimo controllo, in qualsiasi momento.
1. Gran parte delle uscite è rappresentata dalle "spese d’esercizio” del piccolo ricovero di "Angalià”, dove più di 17.000 profughi hanno trovato riparo per qualche ora o qualche giorno. Abbiamo cominciato distribuendo dei toast e un po’ d’acqua e si vede che da allora a oggi "Angalià” ha retto un peso da non credersi, anche da parte nostra. Cibo (toast, cornetti, frutta e succhi, latte, alimenti per bambini, alimenti secchi e scatolame), prodotti sanitari, vestiario assortito, medicine, articoli da ricovero (sacchi a pelo, tende, materassini, lenzuola, coperte), ma anche distribuzione di contanti a famiglie di profughi, somme modeste ma determinanti e mirate. Da notare che abbiamo cercato in ogni circostanza di acquistare i prodotti all’ingrosso sul mercato locale, e possibilmente prodotti di origine greca.
2. Altra cosa importante: da un certo punto in poi, una volta accertato, sia pure verbalmente, che potevamo utilizzare pullman per trasportare i profughi senza rischiare sanzioni legali, abbiamo cominciato a farlo ritenendo che non esistesse dono più grande: questo gesto, per quanto costoso, ha fatto risparmiare ai profughi 45 chilometri di cammino spossante fino a Mitilene in piena estate: una tortura di cui non abbiamo mai smesso di denunciare l’assurdità. Calcoliamo di essere riusciti a trasferire da Mòlivos o da Angalià ai centri di registrazione circa 4.200 profughi. Per il trasporto dei profughi organizzavamo regolarmente appelli a volontari, specie quando i numeri erano più gestibili. Escludendo i trasbordi fatti da noi dai monti dell’interno ad Angalià, sappiamo di essere riusciti a trasportare fino a Mitilene, avvalendoci di volontari e a titolo gratuito, circa 2.500 persone in quattro mesi (giugno-settembre).
3. Siccome da fine settembre in avanti i numeri dei profughi ad Angalià sono cominciati a calare, abbiamo deciso di operare direttamente anche fuori dalla nostra "base” di Kallonì. Per aiutare altri gruppi/collettivi/singoli cittadini con meno mezzi di noi in altre parti della Grecia, abbiamo organizzato l’