Niente giustizia in Ruanda
L'ex procuratore del tribunale per il genocidio attaccata a Roma. Una superstite contro Del Ponte.
L'ex procuratore del tribunale per il genocidio attaccata a Roma. Una superstite contro Del Ponte. Niente giustizia in Ruanda
Articolo di redazione in occasione 6° Summit mondiale dei Premi Nobel per la Pace, Roma, 2005
Roma - Dura polemica ieri a Roma fra Yolande Mukagasana, superstite del genocidio in Ruanda del '94 e autrice del libro «La morte non mi ha voluta», e Carla Del Ponte, dal 1999 al 2003 procuratore del Tribunale internazionale per il Ruanda.
«Lei mente» ha detto la donna, che nel 1994 vide uccidere il marito e i figli dalle squadre della morte Hutu, interrompendo il giudice svizzero intervenuto alla seconda giornata del sesto Summit mondiale dei premi Nobel per la Pace quando quest' ultima parlava dei successi ottenuti dal tribunale. Poco prima Yolande Mukagasana aveva ricordato l' eccidio della sua famiglia: «La mia vita si è fermata dodici anni fa. Da allora la mia unica ragione di vita è far rivivere i miei figli occupandomi degli orfani del mio paese e impegnandomi per il futuro del Ruanda». Poi è stata la volta di Carla Dal Ponte che ha ricordato la condanna di 50 accusati tra i vertici del governo e dell' esercito di allora, e le altre 25 persone attualmente sotto processo. A quel punto Mukagasana ha protestato vivacemente contro la Del Ponte rea, a suo avviso, di non aver perseguito adeguatamente i colpevoli del genocidio. (c.a.b.)
L'evento risale al 6° Summit mondiale dei premi Nobel per la Pace, tenutosi a Roma nel 2005 — un incontro internazionale che riunisce ogni anno premi Nobel per la Pace, esponenti politici e testimoni di conflitti e crimini di massa. Yolande Mukagasana vi partecipò come testimone del genocidio ruandese del 1994, portando la sua esperienza — già raccontata nel libro "La morte non mi ha voluta" — davanti a una platea internazionale.
Lo scontro riportato nell'articolo nasce da prospettive difficilmente conciliabili: da un lato Mukagasana, che durante il genocidio perse il marito, i tre figli e altri familiari, salvandosi solo grazie all'aiuto di una donna hutu che la nascose per undici giorni; dall'altro Carla Del Ponte, che in quegli anni ricopriva un ruolo giudiziario di alto profilo — non al Tribunale per il Ruanda come procuratore capo indicato dall'articolo, ma come procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia dal 1999 al 2007 (Del Ponte ha comunque avuto competenze anche sul Tribunale per il Ruanda in quegli stessi anni, essendo i due tribunali collegati a livello di procura fino al 2003). La polemica riflette un tema ricorrente nel dibattito sulla giustizia post-genocidio: il divario tra il numero limitato di condanne ottenute dai tribunali internazionali e la percezione delle vittime che i responsabili reali siano rimasti in gran parte impuniti.