di Lanfranco Di Genio
Yolande Mukagasana: Anniversario di un genocidio, le ferite del silenzio
Il 6 aprile verrà ricordato in Ruanda, con solenni cerimonie, il decimo anniversario del più tremendo genocidio di questo fine secolo, in cui trovarono la morte un milione di tutsi e di hutu moderati.
Il Premio Alexander Langer 1999 era stato assegnato a Yolande Mugagasana e Jacqueline Mukansonera.
Da allora Yolande continua la sua opera di ricostruzione della memoria e di testimonianza. Il suo racconto è stato pubblicato in più riprese in lingua francese In Italia è stato tradotto dalla casa editrice “la meridiana” nel 1997 il suo “la morte non mi ha voluto”. Una mostra fotografica che raccoglie le testimonianze di genocidari incarcerati e sopravvissuti è stata realizzata con il sostegno di Medici senza Frontiere.
Jacqueline ha fondato in Ruanda l’associazione umanitaria “Jya Mubandi Mwana”, gruppo autogestito di madri di bambini con gravi handicap.
Intervista a Yolande Mukagasana, a cura di Lanfranco Di Genio
l’intervista è stata pubblicata sul numero 117 della rivista Una città
A nove anni dal genocidio, come si presenta la società ruandese nel suo insieme?
Y: Non ci sarà umanità senza perdono, non ci sarà perdono senza giustizia, non ci sarà giustizia senza umanità. La comunità internazionale tace sul genocidio in Rwanda. Anche i ruandesi tacciono, eppure dietro il loro silenzio si nascondono delle profonde ferite. Dopo un genocidio non si ricomincia a vivere, si continua e si tira avanti come si può, ognuno con il peso della sua storia. Si parla di genocidio dei tutsi e di massacro degli hutu moderati, perché, se è vero che il gruppo da colpire erano i tutsi, bisogna anche includere tutti coloro che non condividevano l’ideologia della soluzione finale, ordita dal regime totalitario di Habyarimana. Tutti questi morti, hutu e tutsi, sono il frutto di un’ideologia, un nazismo tropicale che, come l’altro, aveva enunciato e dettato le sue regole e la sua logica distruttive. In Rwanda non esistono oggi due campi diametralmente opposti, gli hutu genocidari ed i tutsi vittime. Nelle prigioni del Rwanda ho incontrato dei tutsi, che riconoscono di aver partecipato al genocidio, e confessano di aver ucciso per far credere di essere hutu e, inversamente, ho incontrato un hutu, ex sindaco di Giti, che pur avendo ricevuto delle armi per uccidere, se ne è servito invece per proteggere la popolazione. Infatti il comune di Giti è l’unico in cui non è avvenuto il genocidio. Il sindaco Edouard S. è l’unica autorità ruandese ad aver protetto la sua popolazione. Negare questa evidenza, mascherare un crimine contro l’umanità, in guerra civile, tribale o interetnica equivale a dimenticare che il genocidio sia stato accuratamente e politicamente preparato, per circa mezzo secolo. Significa esporre l’umanità a ripiombare nuovamente nell’orrore. Significherebbe rifiutarsi di analizzare il meccanismo ed il funzionamento di questo genocidio. In Rwanda ci sono criminali che hanno ordito, pianificato e eseguito il genocidio. Bisogna giudicarli. Ci sono delle vittime e altri, che non sono né vittime, né carnefici. I sopravvissuti, poiché si sentono colpevoli di non essere riusciti a salvare gli altri, hanno bisogno di verità. Finché non emergerà tutta la verità, si sentiranno doppiamente vittime: da un lato vittime in quanto bersaglio premeditato del genocidio, dall’altro vittime di una logica riconciliatrice, tendenzialmente assolutoria. I sopravvissuti al genocidio hanno bisogno di giustizia, affinché venga restituita loro la dignità in quanto esseri umani. Anche i carnefici hanno bisogno di giustizia, per ricostruire sé stessi e per poi partecipare alla ricostruzione della società rwandese. Per quanto riguarda gli innocenti, ogni sospetto deve essere fugato. La giustizia è quindi l’unico mezzo per far rinascere la società rwandese. La giustizia è inoltre necessaria per la memoria e per non dimenticare. I processi servono anche a ricostruire la storia del genocidio.
Il genocidio del Rwanda è stato pensato e pianificato. Quando, a suo avviso, è stata messa a punto la soluzione finale?
Y: Io credo che i preparativi siano stati predisposti all’inizio dell’anno 1993, in seguito all’offensiva del FPR, nel gennaio dello stesso anno. L’attacco delle truppe del FPR, teso a rovesciare il regime totalitario di Habyarimana è stato utilizzato, da parte di alcuni, come alibi e giustificazione al genocidio del 1994. Secondo le tesi di questi i tutsi addirittura sarebbero i responsabili del proprio genocidio. In realtà i preparativi veri e propri sono iniziati con la creazione, su impulso del presidente, delle giovani milizie nazionalistiche Interahamwe. Nel luglio dello stesso anno è stata creata la radio RTLM ( Radio des milles collines ). Si diceva che fosse una radio libera, ma in realtà è stata una radio che aveva come obiettivo di incitare la popolazione all’odio etnico, gli hutu contro i tutsi. Tra un’emissione e l’altra, trasmettevano anche ottima musica. Tra questi c’era un cantautore, che aveva composto delle “bellissime” canzoni anti-tutsi. Erano delle canzoni ben ritmate, anche i miei figli danzavano ascoltandole, nonostante esse incitassero allo sterminio dei tutsi. In ogni caso sono convinta che sia solo dopo il cessate il fuoco, tra le truppe governative e l’FPR (che era in procinto di occupare la capitale Kigali ), che siano iniziati in sordina i preparativi per il genocidio. Tuttavia, sin dal 1990, il regime aveva, in due o tre occasioni, lanciato delle piccole operazioni “genocidarie” ( dei massacri in alcuni comuni del Rwanda ), che avrebbero dovuto metterci sul chi vive. Addirittura, i tutsi del Nord, nel 1992, furono messi su dei camion e deportati verso il Sud-Est del Rwanda, un luogo arido, inospitale e malsano. Le persone deportate, in condizioni molto difficili, hanno dovuto sistemarsi in un villaggio, che si chiama Nyamata. Nessuno era autorizzato a lasciare il villaggio e, per recarsi a Kigali occorreva chiedere un permesso speciale. Si racconta anche che gli aerei delle Nazioni Unite passassero sopra il loro villaggio spruzzando insetticidi. E’ da questa esperienza che è nato il detto “ Ti ho aspettato, come ho aspettato l’Onu”, perché il dossier riguardante il villaggio Nyamata era al vaglio dell’Onu, e doveva prevedere, nell’immediato futuro, lo sgombero del villaggio ed il rientro delle famiglie deportate nei loro rispettivi villaggi di origine. Gli abitanti di Nyamata non solo non sono mai rientrati, ma sono stati tutti sterminati là, dove erano stati deportati. Di questa tragedia se ne parla solo oggi ed è ancora oggetto di studio, anche perché, per fortuna, è rimasto qualche sopravvissuto in grado di testimoniare e raccontare. Per esempio, nel mio ultimo libro “Les Blessures du silence”, c’è proprio un sopravvissuto di Nyamata, Grègoire, il quale traccia la storia delle persecuzioni e deportazioni dal 1958 al 1994. Io tengo molto a Grègoire, perché è una persona che è sopravvissuta a tutti i pogrom contro i tutsi.
Prima del genocidio del 1994, eri a conoscenza di queste persecuzioni e deportazioni?
Y: Io sapevo qualcosa, perché alcuni miei parenti erano stati deportati e sterminati negli anni ’60. Sapevo, perché avevo una zia che me lo aveva raccontato. Comunque Grègoire mi ha riferito avvenimenti e dettagli che ignoravo completamente.
Quando si è resa conto, che si trattava di un vero e proprio genocidio?
Y: Me ne sono resa conto immediatamente, la sera del 6 aprile. Durante la giornata, non mi ero accorta di quello che avveniva, anche perché ero occupata a curare i malati, ma la sera, non appena ho saputo, che l’aereo del presidente Habyarimana era stato abbattuto, ci siamo detti che il genocidio stava per iniziare. Sapevo che i miei vicini di casa avevano appena ricevuto delle armi, che c’erano state delle riunioni e che erano state scavate delle fosse, nei terreni degli estremisti hutu. Noi queste cose le sapevamo, grazie alle informazioni dei nostri amici hutu, che continuavano a dirci: “ Ma perché non fuggite, dal momento che stanno preparando il genocidio?” Ma noi credevamo di essere al sicuro, grazie alla presenza, a Kigali, delle truppe dell’ONU. Pensavamo che ci sarebbe stato qualche massacro , come nel passato, ma mai avremmo immaginato che si arrivassero ad uccidere vecchi, donne e bambini. Ma, la sera del 6 aprile, quando abbiamo tentato di fuggire da Kigali, e abbiamo visto la gente che veniva uccisa davanti ai nostri occhi, allora abbiamo capito che si trattava di un vero e proprio genocidio. Ma ormai era troppo tardi, eravamo in trappola.
Quante persone, secondo lei, hanno partecipato al genocidio?
Y: Per uccidere un milione di persone all’arma bianca, ci sono volute tantissime persone. Oggi, si calcola che siano circa un milione le persone che, a livelli diversi, con responsabilità diverse e crimini diversi, abbiano partecipato attivamente al genocidio. Non tutti i colpevoli sono stati arrestati e, secondo un’inchiesta, per quanto riguarda la sola provincia di Kigali, sembra che ci siano circa 250.000 assassini in libertà. D’altro canto sono state arrestate un numero considerevole di persone e la giustizia rwandese, per favorire la riconciliazione nazionale, ha predisposto, degli sconti di pena: una specie di “ legge sui pentiti “ . Questo sistema è stato chiamato giustizia gacaca. Attraverso la giustizia gacaca, tutti i rei confessi, nella misura dei crimini che hanno commesso, possono ottenere degli sconti di pena, essere, in qualche modo riabilitati e essere messi in grado di portare riparazioni. Per coloro che si sono macchiati di crimini molto gravi, naturalmente la giustizia gacaca non può essere applicata. Tuttavia c’è da notare un fatto curioso, e cioè che diversi rei confessi preferiscano rimanere in carcere, piuttosto che essere rilasciati e rientrare nella loro comunità. C’è addirittura chi, dopo essere stato rilasciato, è rientrato, di sua spontanea volontà in prigione. Queste persone hanno paura. Devo dire che, con sorpresa, attraverso le mie interviste, ho notato che, in alcuni casi, i carnefici soffrono più delle vittime. La loro sofferenza è, in questi casi, una sofferenza irreparabile. Rispetto a una vittima, non potranno mai trovare conforto. Tuttavia, il problema principale sono le migliaia di colpevoli in libertà. Il Rwanda è un paese pieno di assassini, tanto più che, durante il genocidio, li ho visti con i miei occhi. Dopo il genocidio, era più difficile sapere chi non avesse ucciso, di chi, invece, l’avesse fatto. Tutta la popolazione, purtroppo, è stata coinvolta nel genocidio, anche i bambini: ognuno aveva l’obbligo di denunciare, se non addirittura di ammazzare. Io capisco tutto questo, ed è per questo che sono preoccupata per come, si, e se si riuscirà a rendere giustizia. Se potessi dare un consiglio, io punirei innanzitutto tutti i responsabili politici e militari, dal semplice soldato al generale, dal sindaco del più piccolo comune al ministro plenipotenziario: insomma tutti coloro che rappresentavano le autorità politiche in quel momento. Inoltre punirei tutti coloro che si sono evidenziati, macchiandosi di crimini inimmaginabili. Cercherei di prevedere delle riparazioni per i sopravvissuti e tutti gli altri li lascerei liberi, perché è difficile riuscire a fare completamente giustizia. Per quello che io ho visto, non so chi non abbia commesso crimini: forse qualche disabile, qualche bambino o qualcuno che si trovava in ospedale, in gravi condizioni, perché, purtroppo, anche in ospedale sono stati commessi dei crimini. C’è da aggiungere che le persone venivano incitate al crimine, sotto la copertura dello Stato, nel senso che veniva garantita loro l’impunità. I militari dicevano: “ Uccideteli, saccheggiate le loro case, prendete i loro beni, tanto non rimarrà nessun erede per reclamare qualcosa”. La questione dell’impunità è molto seria, perché, nei precedenti massacri, nel 1959,1962,1963,19667,1973,1992 i responsabili sono sempre rimasti impuniti, anzi, ne hanno anche tratto vantaggio. Questa è la prima volta, in effetti, che i crimini vengono perseguiti e si cerca di fare giustizia, anche se è estremamente complicato.
La giustizia gacaca è una specie di compromesso sulla via della riconciliazione. Sta dando dei buoni risultati?
Y: La giustizia gacaca si fonda sulla collaborazione tra la popolazione, tra vittime e carnefici, ma anche tra gli stessi carnefici. Non essendoci il più delle volte delle prove documentate e neutrali, questa giustizia si basa essenzialmente sulle testimonianze incrociate, che ne verificano l’attendibilità. Ci sono, per esempio, dei prigionieri rei confessi, che accusano altre persone, provvisoriamente in libertà, che hanno partecipato allo stesso crimine e che sono stati visti commetterne altri. La giustizia gacaca funziona in quei comuni, su quelle colline dove sono rimasti dei sopravvissuti e dove la popolazione è disposta a collaborare. La collaborazione è dunque una conditio sine qua non, affinché il sistema porti i suoi frutti. La legge punisce severamente chi si rifiuta di collaborare, tuttavia ci sono zone in cui il genocidio si è consumato al cento per cento e quindi, in assenza di sopravvissuti tutsi, la popolazione si rifiuta categoricamente di collaborare. In questi casi ci si trova di fronte ad un muro agghiacciante di omertà, che rischia di favorire ancora una volta la totale impunità dei crimini commessi. Ci sono però anche cittadini rwandesi hutu che, disgustati di fronte a quello che è avvenuto davanti ai loro occhi, oggi cominciano a denunciare i colpevoli.
La popolazione ruandese è consapevole di quello che è avvenuto?
Y: In parte sì ed in parte no. Ci sono criminali che si sentono sinceramente mortificati di quanto avvenuto, ed altri che vorrebbero che si voltasse velocemente pagina e si dimenticasse tutto quello che è successo. Ci sono anche intellettuali rwandesi che, dall’esterno, rifugiatisi in altri paesi africani, continuano a fomentare l’odio etnico e a spronare alla guerra civile. Ma la popolazione rwandese è ormai satura di guerra e di sofferenze, tutti vogliono la pace. Ci sono anche le pressioni, che giungono dall’Occidente. La parola riconciliazione è venuta da fuori, non l’abbiamo creata noi rwandesi. La Chiesa cattolica, per esempio, ha cercato di strumentalizzare la giustizia gacaca nell’ambito delle sue cerimonie religiose. Durante la Messa, per esempio, i preti, facendo leva sulle emozioni, si limitavano a proclamare il pentimento collettivo e un generale “ vogliamoci tutti bene “. Ma queste sono solo emozioni e non ci si può basare sui semplici stati emotivi, perché di fronte a noi c’è una realtà tragica e complessa.
Lei è, con i suoi libri , le sue inchieste e le sue conferenze pubbliche uno dei principali testimoni del genocidio. Ci sono anche dei tentativi negazionisti?
Y: Ci sono dei rwandesi revisionisti che scrivono ed hanno scritto dei libri in cui tentano di dimostrare, che si sia trattato non di genocidio, ma di un massacro interetnico. Questi rwandesi revisionisti non vivono però in Rwanda e sono sostenuti da alcuni storici occidentali. Questi curano le loro pubblicazioni e, pur ammettendo che siano stati uccisi un milione di tutsi, sostengono che, dopo il genocidio sono stati uccisi tre milioni di hutu. E’ apparso anche un memoriale, per i tre milioni di hutu. La tesi di fondo è quindi la seguente: gli hutu hanno massacrato i tutsi che, a loro volta, hanno massacrato gli hutu, quindi siamo pari. E’ veramente incredibile. Per compiere questa operazione revisionista ci si appoggia sugli hutu che, implicati ad alto livello nella pianificazione del genocidio, per sfuggire alla giustizia, vivono in esilio in alcuni paesi africani od europei.
Nel 1998, insieme a Jacquelines Mukansonera, ha ricevuto il premio Alexander Langer. Quanto ha influito questo riconoscimento morale nella prosecuzione della sua opera di testimonianza?
Y: A livello morale è stato un riconoscimento estremamente importante. La mia testimonianza ha assunto, da quel momento, un valore universale, e cioè ha significato che io potevo, ed avevo il diritto di testimoniare. Mi sono sentita rassicurata e quindi riconosciuta, in quanto testimone ed essere umano. Il cammino che avevo intrapreso era quello giusto. In quel periodo, avevo con me degli orfani del genocidio e non sapevo dove e come sistemarli. Il premio Langer mi ha dato coraggio e, allo stesso tempo, sono riuscita a costruire un tetto, un rifugio in cui sistemare questi orfani, che altrimenti non avrebbero proprio saputo dove andare a vivere. Inoltre, il premio mi ha dato una certa credibilità, soprattutto nei confronti dei carnefici. I carnefici, in Europa, erano molto forti e il fatto di aver ricevuto il premio li ha indeboliti e intimoriti. Da allora non hanno più osato attaccarmi a viso aperto. Prima continuavano a denigrarmi, dicendo che ero una pazza e una bugiarda. Grazie al premio Langer, mi sono sentita più sicura e ho avuto più fiducia in me stessa ed in quello che stavo facendo. Prima di ricevere il premio Langer, avevo cominciato a dubitare un po’ sul mio operato. Mi dicevo: “ Hanno ucciso i miei figli, questo è vero, ma non sto forse esagerando? Fino a che punto è giusto testimoniare? Il paradosso di un genocidio è che a volte la vittima arriva addirittura a dubitare di sé stessa.
Un sopravvissuto, vittima di un genocidio, può addirittura avere dei dubbi su quanto ha visto e patito?
Y: Non si possono avere dei dubbi su ciò che si è visto. Ma a volte ci si chiede come è stato possibile e, un’altra domanda che torna costantemente è “ è davvero successo? non ho forse sognato? l’uomo è davvero capace di fare tutto questo? “ E allo stesso tempo i genocidari giocano sugli interrogativi psicologici dell’essere umano e, a più riprese, hanno tentato di mettermi in crisi e di frantumare la mia personalità, con l’obiettivo di farmi tacere, perché li tradivo. Io li sentivo più forti di me e avevo paura di non riuscire a sopravvivere e a continuare nel mio lavoro di testimonianza. Mi sono chiesta allora qual era il percorso migliore da seguire. Quando ho ricevuto il premio, ho capito di aver imboccato la strada giusta.
La lotta per la Memoria è dunque una lotta irta di insidie e di difficoltà?
Y: Sicuramente, perché c’è chi pensa che la Memoria sia una sorta di rivincita e che quindi sia negativa. Io penso invece ad una Memoria positiva, che dia un’identità e una fede ad un milione di morti. Un milione di morti, che una volta avevano un nome, e che adesso sono solo delle cifre. I miei figli sono, oggi, per l’Onu, solo delle statistiche e delle cifre. Dov’è la loro identità? Bisogna quindi gridare a voce alta, che tutti questi morti hanno avuto un’identità come esseri umani, e questa identità è stata cancellata da altri uomini, semplicemente per essere stati degli uomini. Uomini come loro in carne ed ossa. Io penso a una memoria per gli uomini, non per vendicarmi, anche perché, quanto odio sarebbe necessario per colmare il vuoto e il male che abbiamo patito? E’ un’operazione “umanamente impossibile”. E’ molto meglio non autodistruggersi ed evitare di distruggere quel poco che rimane. E’ molto più importante operarsi per costruire una memoria in grado di aiutare le generazioni future a non rivivere mai più ciò che noi abbiamo vissuto. Una memoria capace anche di venire incontro ai figli dei carnefici per evitare che nel futuro continuino ad autocolpevolizzarsi in quanto figli dei carnefici. E\'’ dunque di vitale importanza costruire il futuro sulla base di una memoria solida e inequivocabile, altrimenti c’è il rischio che certe tragedie possano riprodursi.
Oltre alla sua attività di testimone-scrittrice, lei si reca spesso in Rwanda. Quali sono i suoi progetti per la ricostruzione del suo paese?
Y: Innanzitutto ho, insieme ad altri, creato in Belgio una Fondazione sulla Memoria del genocidio e la Ricostruzione del Rwanda, riuscendo a fondare una Sede della Fondazione anche in Rwanda, con la collaborazione di alcuni orfani e sopravvissuti. La nostra Associazione in Belgio cerca di trovare fondi per aiutare quella in Rwanda. Il lavoro che deve svolgere la sede rwandese è di aiutare le piccole associazioni, che sono sorte in questi anni in Rwanda, di orfani e di sopravvissuti. E’ grazie a loro che noi possiamo essere informati su ciò che avviene quotidianamente in Rwanda. Io vado in Rwanda ogni tre mesi, ma non è sufficiente, perché è vivendoci, che si riesce a capire cosa succede. Per cui è grazie alla nostra Associazione rwandese, che noi possiamo seguire tutti i nostri progetti. Quando sono in Rwanda, visito tutte le associazioni, quelle vecchie e quelle nuove, e mi rendo conto che, spesso a causa della povertà, è difficile sviluppare i nostri progetti. C’è ancora un bisogno primario da garantire: la fame. Di fronte a queste tremende difficoltà quotidiane, cerco di trovare delle soluzioni immediate. Con la nostra Associazione siamo riusciti ad evitare che alcuni adolescenti si prostituissero o si drogassero, e che potessero riprendere gli studi. Ovviamente non disponiamo di mezzi finanziari, per poter far fronte a tutte le situazioni. Inoltre, quando sono in Rwanda, vivo con i “ miei bambini” cioè tutti quelli che ho adottato dopo il genocidio.
Quando ha avuto l’idea di recarsi nelle prigioni per intervistare i colpevoli?
Y: L’idea è nata subito dopo la pubblicazione del mio primo libro “ La morte non mi ha voluto “, nel 1998. Ma è solo alla fine del 1999, che ho potuto attuare questo mio progetto. Quando penso a ciò che ho fatto, e cioè intervistare i carnefici, mi chiedo se “ sono normale “. Mi sono detta che nessuno aveva mai fatto una cosa del genere, neanche gli Ebrei dopo la Shoa, e quindi la mia idea mi sembrava un po’ bizzarra e anormale. Mi chiedevo anche se sarei stata all’altezza, ma il desiderio era troppo forte. Quando stavo per varcare le soglie della prigione, sono stata assalita dalla paura di dovermi trovare di fronte agli assassini. Temevo che mi avrebbero uccisa, perché li vedevo ancora con un machete sanguinante in mano. La paura è andata pian piano scemando, soprattutto quando ho incontrato un ragazzino assassino. Di fronte ad Evariste mi sono resa conto che non sarebbe mai stato in grado di uccidermi, perché, anche se durante il genocidio ci sono stati ragazzini capaci di uccidere degli adulti, questo é avvenuto perché erano stati inquadrati e costretti dal potere a farlo. Adesso, quel potere, che incitava all’omicidio, non c’è più. Mi sono anche resa conto di essere una madre, di fronte a questo ragazzino, che aveva un padre hutu ed una madre tutsi. Mi sono detta che, nel caso avessi anch’io sposato un hutu, anche i miei figli sarebbero potuti diventare degli assassini. Da quel momento sono diventata di nuovo un po’ mamma. Andavo ogni giorno in prigione a visitare i prigionieri, affinché si abituassero alla mia presenza. Le interviste sono state lunghe e difficili. All’inizio, dopo essermi presentata, erano un po’ diffidenti e reticenti nei miei confronti. Il mio obiettivo era, sin dall’inizio, quello di instaurare un dialogo aperto, per spiegarsi reciprocamente i nostri sentimenti e per capire in che modo si potesse ricominciare a vivere insieme. Non ero andata per giudicarli, ma per cercare di cogliere gli aspetti umani del genocidio. Se in principio nessuno voleva parlare con me, in seguito si sono talmente aperti, che sono io che ho dovuto quasi frenarli.
Come valuta questa esperienza di dialogo e confronto con i carnefici?
Y: E’ stata un’esperienza estremamente positiva, perché mostra anche come gli stessi carnefici siano feriti e colpiti per gli atti che hanno commesso. Non avrei mai pensato che anche i carnefici potessero soffrire per le loro colpe. In un certo senso la loro sofferenza è più grave, perché è senza fine. Se per noi vittime la nostra sofferenza è dura da sopportare, per loro è molto più difficile aprirsi e raccontare, perché in ogni momento rischiano di tradirsi. Bisogna tuttavia fare i debiti distinguo: ci sono alcuni che sono consapevoli dei loro crimini, e questi sono sinceramente pentiti di ciò che hanno fatto; altri, che cercano di rimuovere, tentando di fabbricarsi una pseudo-verità; ce ne sono infine altri, che mentono spudoratamente e che, se potessero, ricomincerebbero. Con me nessuno poteva fare lo gnorri o mentire perché, prima di incontrarli, avevo consultato tutti i procedimenti a loro carico. Quindi ho scelto di incontrare sia i rei confessi, che coloro che notoriamente erano stati visti sulle colline, mentre uccidevano e si erano messi in mostra per la loro crudeltà. Tra questi c’erano anche persone che conoscevo, tra cui colui che aveva scoperto e preso i miei figli e Valerie, la giornalista della radio RTLM. E’ ovvio che da questo dialogo rimarranno sempre fuori tutti gli assassini, che sono ancora in libertà. Questi parleranno solo se verranno denunciati.
Lei ha intervistato anche i sopravvissuti. Cosa è emerso dai loro racconti?
Y: Intervistandoli, mi sono resa conto fino a che punto soffrissero in silenzio. Ho vissuto le loro miserie, perché ho trascorso intere giornate insieme a loro. Ho sentito dentro di me il loro trauma. Alcuni continuavano a rinviare il momento della testimonianza, perché non si sentivano bene. Il loro sforzo era di sfuggire al loro passato. I sopravvissuti sono delle persone traumatizzate. Ho dovuto aspettare a lungo prima che si decidessero a parlare. Per i sopravvissuti ogni oggetto è carico di significato e, pur sentendo il bisogno di aprirsi e dar libero corso ai propri sentimenti, molto spesso non ci riescono e rimangono muti. La loro sofferenza è inaudita e hanno il timore di non essere capiti. Sono delle persone letteralmente disperate. Molti di loro vivono in condizione di estrema povertà, poiché durante il genocidio, oltre a perdere i loro cari, sono stati spogliati di tutto. Nessuno è in grado di risarcire i danni subiti dai sopravvissuti: né i colpevoli, né lo Stato rwandese che non ha sufficienti risorse per assisterli e aiutarli a risollevarsi. Dopo il genocidio molti sopravvissuti sono morti a causa delle privazioni o delle malattie. Quello che non sono riusciti a fare gli assassini l’ha fatto la povertà e la miseria provocate dal genocidio e la guerra. Ancora adesso, purtroppo, non si intravedono all’orizzonte nuove prospettive affinché almeno le condizioni materiali dei sopravvissuti migliorino. Io, in questo senso, mi considero una privilegiata trai sopravvissuti, e forse è per questo che ho la forza di parlare.
(Lanfranco Di Genio insegna francese e collabora a Bz1999 e alla Fondazione Alexander Langer Stiftung. Intervistata realizzata a Bolzano nel giugno 2003 in occasione dell’incontro “la memoria delle vittime”)