pro dialog

Alexander Langer

Alberto Perini: Alezander Langer, il figlio scompodo di Vipiteno

“A mia madre chiedo: perché non odiamo gli italiani?”
In questa ingenua e terribile domanda un bimbo sì e no decenne avverte che “il clima in casa è diverso da quello fuori” (Minima personalia, un’autobiografia).
Ha già intuito il dilemma e il dramma di questa sua terra bella e difficile. Vi è già, in queste sorprese parole di fanciullo, la prefigurazione delle sue intuizioni posteriori.

“Insieme a diversi amici comincio a capire - a metà degli anni Sessanta – che forse un gruppo misto può essere la chiave per capire ed affrontare i problemi del Sudtirolo”. Proprio quello che allora non si voleva. Quanto più saremo divisi, tanto più ci comprenderemo, ebbe a dire, infelicemente, ma con largo consenso, un noto e influente uomo politico SVP.

Con lucida, e per lui dolorosa, preveggenza, confessa che fin dal 1978 vede arrivare nel Sudtirolo la “schedatura etnica”. Le gabbie etniche, le “nuove opzioni”, il più grave attentato alla democrazia, il più grave avvelenamento dei rapporti interetnici nel Sudtirolo dall’accordo Hitler-Mussolini e le “opzioni” dal 1939 in poi. Fu questa una delle sue grandi battaglie. Perduta? Non importa. Il suo ardore in battaglia non era quello dell'eroe grandioso e vincitore, ma quello dell'alfiere, di colui che reca e tiene alta la bandiera. Una bandiera che si è via via caricata di simboli, i pesanti simboli delle sofferenze e delle speranze di tutti gli umiliati e offesi del mondo.

Alexander ci aveva fatto credere che la fedeltà al proprio ideale avrebbe potuto fargli superare ogni ostacolo. La sua attività come parlamentare europeo e come animatore carismatico di tutti i tentativi sul piano locale di creare nel Sudtirolo una patria diversa, senza steccati etnici né barriere ideologiche, ce lo avevano fatto credere immortale; apparentemente sconfitto nel breve termine dalla pavidità di chi dei sogni ha paura, ma pur sempre invincibile nel suo coraggio e nella sua abnegazione. Una grande luce per più generazioni di giovani.

Dicevano di lui che era un sognatore, un povero idealista fuori dal mondo. Io credo invece che Alexander fosse ben dentro le cose del mondo. Ogni suo impegno politico o sociale o umanitario era sempre così concreto, così pragmatico, così impregnato di realtà che diventava per molti di noi impossibile accettare come reale il terribile mondo che lui ci mostrava.

Ricordo una serata dolce e inquietante insieme, ad un anno dalla sua scomparsa, nel cortile del liceo di lingua tedesca, organizzata dall’associazione culturale Juvenilia e dalla lista civica Insieme per Vipiteno/Zusammen für Sterzing. Assente la Vipiteno ufficiale e “presenzialista”, decisa a tacere su questo figlio scomodo.
Cento persone in attento silenzio resero atto di testimonianza verso questo campione delle piccole patrie, a partire dal suo piccolo Sudtirolo. La lettura di brani dei testi in tedesco e in italiano che costituivano il testamento spirituale di questo irriducibile apostolo della “patria comune” per tutti i gruppi linguistici in Sudtirolo ha certo lasciato un segno in quanti si erano qui raccolti: se non altro la volontà di capire meglio. Forse è stato questo l’omaggio più nobile e commosso che la sua città gli abbia concesso.

Solo il 2 luglio 2005, nel decennale della sua scomparsa, il Comune di Vipiteno ha accolto la proposta della lista civica Bürger Forum Cittadini di ricordare questo concittadino, tenace avversario della politica della SVP, intitolandogli una “piazza” davanti alle scuole elementari di lingua tedesca e italiana di Via Frana. In realtà un piccolo cortile fuori mano. Nel nuovo progetto di ristrutturazione del polo scolastico è previsto di rivalutare il piazzale, attribuendogli la dignità di un vero e proprio piazzale cittadino. Con al centro, questo l’auspicio del progettista, un busto dedicato a questo illustre ma poco amato figlio di Vipiteno.

Non sono più a Vipiteno da molti anni - ebbe a dire in un'intervista rilasciata all'Erker nell'ottobre del 1994, pochi mesi prima della sua morte - ma non ho alcun altro luogo a cui mi senta di appartenere, un luogo dove mi senta a casa mia e che conosco intimamente. Dove io so il colore degli alberi e dell'erba.