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Gianni Tamino: La terra in prestito dai nostri figli

10.5.2016, Da: Una buona politica per riparare il mondo

In questi mesi ho notato molte analogie tra quanto scritto da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ e vari articoli e interventi di Alexander Langer: si pensi alla «conversione ecologica» (capitolo VI.III), termine utilizzato da Alex già dalla metà degli anni Ottanta, o «decrescita», termine oggi molto utilizzato (nei libri di Serge Latouche e dai movimenti presenti in varie parti del mondo che si rifanno alla teoria della decrescita), citato anche da Francesco nel paragrafo 193, ma anticipato da Langer nel 19921 (seppure con la variante grafica «de-crescita»).

Trovo particolarmente interessante il riferimento alla terra, che ci è data in prestito dai nostri figli: nell’enciclica vi è una frase, al paragrafo 159, tratta da una lettera pastorale dell’episcopato portoghese del 2003 (L’ambiente si situa nella logica del ricevere. È un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva), ma Alex utilizza questo concetto già nel 19892la terra ci è stata solo prestata dai nostri figli»), collegandolo ad un motto utilizzato dai Verdi italiani nel 1986 (Convegno internazionale dei Verdi, a Pescara).

Una visione etica

La frase, ampiamente riportata negli ultimi tempi, con varie sfumature (ad esempio: «Noi non ereditiamo la terra dai nostri padri,we borrow it from our children. la riceviamo in prestito dai nostri figli»), viene di solito attribuita ai nativi americani o ad un discorso di Seattle, capo delle tribù Duwamish e Suquamish. In realtà si sa solo che probabilmente qualcosa di simile era un proverbio dei nativi americani, come si deduce da quanto scrive chi per primo, nel 1971, ha espresso una frase simile: il noto ambientalista statunitense Wendell Berry3, che, nell’affermare «il mondo non ci è dato dai padri, ma in prestito dai figli», collega tale visione o a persone eccezionali della nostra cultura o a coloro che appartengono a culture meno distruttive della nostra (e qui il riferimento potrebbe essere ai nativi americani).

Ma chiunque sia stato il primo ad aver ideato tale concetto, quello che ci interessa è capire il senso di tale frase, che sicuramente appartiene ad una visione etica e prospettica della difesa dell’ambiente.

Come spiega Alex nel testo citato, la generazione attuale sta mettendo a rischio le condizioni di vita delle prossime: vi è, in altre parole, un impatto generazionale sul quale dobbiamo riflettere. Ma Alex aggiunge che una denuncia solo catastrofista non trova seguito nella maggior parte della gente: «la paura è cattiva consigliera» e porta ad accettare la situazione (tanto siamo perduti e non c’è niente da fare). Dobbiamo «perderci per trovarci», cioè autolimitarci per ridurre il nostro impatto generazionale, con grande spinta etica verso le future generazioni, ma anche rendendoci conto che questa autolimitazione ci fa ritrovare una migliore qualità della vita. Dobbiamo, spiega Alex, collegare le ragioni «altruiste», verso le future generazioni (nobili, ma non sempre efficaci), con quelle «egoiste», che ci diano dei vantaggi già oggi. Così rinunciare al trasporto privato quando quello pubblico funziona, oppure utilizzare fonti rinnovabili anziché energia di origine fossile ci permette di ridurre l’effetto serra (particolarmente pericoloso per i nostri figli e nipoti) ma anche di avere meno inquinamento e minor rischio di malattie fin da subito.

Oggi, rispetto a quando Langer scriveva questo testo, la situazione è fortemente peggiorata: si prospettano cambiamenti climatici comunque inevitabili, dato che, anche riducendo da subito i gas serra, ci sarà un innalzamento futuro della temperatura di circa 2 gradi, ma, senza interventi, l’aumento a fine secolo potrebbe arrivare a 5 gradi, con conseguenze catastrofiche, e si parla di sesta estinzione di massa a causa dell’alterazione di molti ecosistemi, con perdite di migliaia di specie. Abbiamo inoltre nuovi strumenti per valutare l’impatto generazionale: l’impronta ecologica e l’overshoot day, nonché tutti i recenti documenti dell’Ipcc4 (Intergovernmental Panel on Climate Change), cioè il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici voluto dall’Onu.

L’attuale sistema produttivo industriale ed agricolo e l’utilizzo di fonti fossili per ogni esigenza energetica stanno gravemente compromettendo la biodiversità del pianeta. Molte specie di animali e di piante sono ridotte a pochissimi esemplari e, quindi, in pericolo o, addirittura, in via di estinzione. L’estinzione è un processo naturale ma ora, a causa delle attività umane, sta avvenendo molto più rapidamente che in passato. La comunità scientifica è d’accordo nell'affermare che il tasso attuale di estinzione è 100-1000 volte superiore a quello precedente la comparsa dell’uomo.

Moltissime sono le specie minacciate e alcuni scienziati sostengono che il 10-20 per cento delle specie attualmente viventi sul pianeta si estingueranno nei prossimi 20-50 anni. Secondo le stime dell'Unione Internazionale per la conservazione della natura (Iucn)5 sarebbero più di settemila le specie animali e circa 60 mila quelle vegetali a rischio estinzione.

Nella lista rossa, le specie animali sono cresciute dalle oltre cinquemila del 1996 alle quasi 7.300 del 2004. E tra queste sono compresi il 25 per cento dei mammiferi conosciuti e l’11 per cento degli uccelli. Delle 350 mila specie vegetali conosciute, invece, sono 60 mila quelle che rischiano di estinguersi. Si tratterebbe della «sesta estinzione di massa» della storia, conseguente al cattivo stato di salute della Terra, mai così critico da 65 milioni di anni a questa parte, ovvero dalla scomparsa dei dinosauri. Un disastro mai visto prima, se si pensa che a causare le crisi precedenti ci sono voluti svariati milioni di anni e delle catastrofi naturali, non, come oggi, poco più di un secolo di «rivoluzione industriale».

L’impronta ecologica

Per verificare la sostenibilità o l’insostenibilità dell’attività umana si possono utilizzare vari metodi, tra cui la cosiddetta carryng capacity, o capacità di un territorio di sostenere una popolazione, oppure l’impronta ecologica, cioè la misura del territorio in ettari necessario per produrre ciò che un uomo oppure una popolazione consumano.

L’impronta ecologica, proposta nel 1996 da Wackernagel e Rees6, ha avuto una concreta e diffusa applicazione e, nel corso degli anni, diverse èquipe hanno sviluppato studi complessi relativi alle «impronte ecologiche» di città, nazioni e realtà specifiche.

Fino a quando la Terra potrà sostenere il peso di un’umanità, che identifica lo «sviluppo» con la «crescita» e questa con la ricchezza monetaria? Ribaltando l’approccio tradizionale alla sostenibilità viene proposto di non calcolare più quanto «carico umano» può essere sorretto da un habitat definito, bensì quanto territorio (terra e acqua) è necessario per un definito carico umano, cioè per reggere l’impronta ecologica che una determinata popolazione imprime sulla biosfera.

L’impronta ecologica così calcolata può essere messa a confronto con l’area su cui vive la popolazione e mostrare di quanto è stata superata la carrying capacity locale e, quindi, la dipendenza di quella popolazione dal commercio e dai consumi. Questa analisi, inoltre, facilita il confronto tra regioni, rivelando l’effetto delle diverse tecnologie e dei diversi livelli di reddito sull’impatto ecologico. Così l’impronta media di ogni residente delle città ricche degli Stati Uniti e dell’Europa è enormemente superiore a quella di un agricoltore eritreo (Usa 12; Italia 4,2; Eritrea 0,35), che è come dire che sul pianeta uno statunitense «pesa» come 35 eritrei.

Per ridurre la nostra eccessiva impronta ecologica i consumi devono essere quantitativamente e qualitativamente sostenibili. Così la scelta dei prodotti industriali deve riguardare le modalità con cui sono stati prodotti, l’energia utilizzata, i materiali che li compongono e la loro origine, la loro durata, la loro riciclabilità, evitando consumi superflui. Analogo discorso va fatto per l’uso dell’energia, dell’acqua e dei trasporti.

Dobbiamo poi favorire un’agricoltura sostenibile, ripensando non solo come produrre, ma anche cosa e per chi. È necessario passare dalla logica quantitativa, basata sulla produttività, che ha caratterizzato l’agricoltura intensiva, nata dalla rivoluzione verde, alla logica qualitativa, basata sulla compatibilità ambientale e sulla salubrità dei prodotti. Ciò significa rispettare il patrimonio naturale e passare da produzioni lineari a processi ciclici, mentre la sostenibilità richiede in tutte le aree del pianeta produzioni finalizzate a mercati prevalentemente regionali, con l’obiettivo dell’autosufficienza alimentare. Ma per poter sfamare tutta l’umanità occorre anche modificare la dieta prevalentemente carnea dei paesi ricchi, verso una dieta simile a quella mediterranea, più sana e sostenibile, anche rispetto ai cambiamenti climatici (gli allevamenti intensivi contribuiscono significativamente alle emissioni di gas serra).

L’insostenibilità del nostro modo di produrre sta nella linearità, cioè nel prelevare risorse naturali esauribili (come le fonti di energia fossile e i minerali) per utilizzarle in processi produttivi che producono una gran quantità di rifiuti e di inquinamento, oltre all’oggetto da vendere, di effimera durata, che diviene a sua volta rifiuto, spesso non riciclato o peggio non riciclabile. Ma anche le risorse rinnovabili (come i prodotti naturali di origine vegetale o animale, utilizzati sia come cibo che nei processi industriali: si pensi al legno dei boschi o al pesce del mare) sono prelevati (rapinati) negli ecosistemi, in misura insostenibile, cioè in quantità maggiore rispetto alla naturale capacita di rigenerazione (si cattura ogni anno più pesce di quanto si riproduce in quell’anno, così l’anno successivo ci sarà una minore produzione naturale, ma un maggior prelievo, fino all’esaurimento della risorsa).

Verso l’overshoot day

Se consideriamo l’insieme delle risorse rinnovabili possiamo verificare che ogni anno esauriamo la quantità prodotta dalla natura in un tempo sempre più breve: il giorno in cui tali risorse vengono esaurite viene chiamato overshoot day7. L’ultima volta che le risorse sono state esaurite alla fine dell’anno, cioè il 31 dicembre, risale al 1986, mentre negli ultimi anni siamo arrivati alla metà del mese di agosto: è come dire che dopo tale data e per tutti i giorni da settembre a dicembre stiamo intaccando il capitale naturale, portando all’esaurimento le risorse (bosco, foresta, stock ittico, ecc.). Tutto ciò non significa solo esaurimento delle risorse, ma anche distruzione degli ecosistemi e degli habitat di molte specie che vanno verso l’estinzione.

Ma finora, di fronte a tali gravi emergenze, che stanno alterando la qualità della vita delle attuali popolazioni del pianeta e che rischiano di compromettere la sopravvivenza di quelle future, sia i governi locali che gli organismi internazionali si sono dimostrati impotenti, condizionati dallo strapotere delle multinazionali, soprattutto quelle legate al petrolio, tra le più potenti al mondo. Dopo venti anni di dibattiti e illusori accordi per ridurre i cambiamenti climatici, la situazione ha continuato ad aggravarsi e, di fronte alla crisi economica che ha origini anche nella crisi ecologica, i governi hanno proposto interventi che richiedono nuove produzioni e nuovi consumi, nella speranza di far crescere il prodotto interno lordo.

Ma gli esseri umani non sono i padroni della natura: come esseri viventi, e perciò parte della natura, devono interagire con il proprio ambiente, anche modificandolo, ma, come esseri pensanti e quindi responsabili delle proprie azioni, devono rispettarne le regole e i criteri, come, ad esempio, i cicli biogeochimici, che permettono un uso razionale delle risorse. Come affermano Prigogine e Stengers8 (autori del famoso saggio La nuova alleanza) la nuova epistemologia deve passare da una conoscenza manipolatrice della natura, che seleziona e semplifica i sistemi oggetto di studio, ad una conoscenza volta ad approfondire l’intreccio complesso di connessioni tra i diversi sistemi, alla luce della coordinata tempo.

 

Beni comuni, gestione condivisa

Alla rozza semplificazione dei fenomeni naturali come fenomeni meccanici, bisogna sostituire un’analisi della complessità dei sistemi, interagenti tra loro, considerando l’irreversibilità dei fenomeni temporali, ciò che porta a riconoscere la storicità di una epistemologia naturale.

Questa epistemologia naturale è una necessaria premessa per una società sostenibile, in cui le attività umane «non riducano a merce ogni bene materiale ed immateriale», come afferma M. Cini9, ma sappiano inserirsi nei complessi e delicati equilibri dinamici, presenti nell’ambiente naturale, senza distruggerli, senza trasformare le risorse in rifiuti, senza ridurre la biodiversità degli organismi viventi.

In altre parole occorre abbandonare un’economia basata solo sulla crescita e sull’aumento del Pil per avviarci verso una nuova economia, intesa come scelta volontaria di una società che decresce, che, come dice Serge Latouche10, «è una scommessa che vale la pena di essere tentata per evitare contraccolpi brutali e drammatici».

Oltre venti anni fa Langer11 osservava: «Ci troviamo al bivio tra due scelte alternative: tentare di perfezionare e prolungare la via della sviluppo, cercando di fronteggiare con più raffinate tecniche di dominio della natura e degli uomini le contraddizioni sempre più gravi che emergono (basti pensare all’attuale scontro sul petrolio) o invece tentare di congedarci dalla corsa verso il più grande, più alto, più forte, più veloce”, chiamata sviluppo per rielaborare gli elementi di una civiltà più moderata”, (più frugale, forse, più semplice, meno avida) e più tollerante nel suo impatto verso la natura, verso i settori poveri dell’umanità, verso le future generazioni e verso la stessa biodiversità”, (anche culturale) degli esseri viventi.» E sempre Langer metteva in luce che quest’ultima è un’utopia «concreta», mentre la crescita illimitata, basata sul «sempre più veloce e sempre più grande», è una pericolosa illusione, comunque irrealizzabile.

Vi sono molte iniziative concrete e buone pratiche, che, come dice Paul Hawken12 in Moltitudine inarrestabile, sono portate avanti spesso da piccole realtà, che «non si riconoscono nelle ideologie tradizionali e non fanno riferimento a leader o a istituzioni centrali. Hanno obiettivi che dipendono dai contesti in cui operano e dalla loro storia». L’elenco delle «buone pratiche» è vasto: gruppi di acquisto solidali, banche del tempo, laboratori di autoproduzione, microcredito, radio e tv di strada, last minute market, mobilità dolce e auto condivise, cohausing, cooperative di auto recupero, in altre parole una gestione condivisa dei beni comuni.

1 Langer A. L'intuizione dell'austerità, «Mosaico di pace», n.9 - novembre 1992 (riportato in: http://www.alexanderlanger.org/it/143/2750)

2 Langer A. Perdersi per trovarsi: la terra in prestito dai nostri figli, «Servitium», settembre 1989 (riportato in: http://www.alexanderlanger.org/it/148/3315/print)

3 Berry W. The Unforeseen Wilderness: An Essay on Kentucky’s Red River Gorge U P Kentucky , 1971

4 Si veda l’ultimo volume: Climate Change 2014 - Synthesis Report - Summary for Policymakers http://www.ipcc.ch/report/ar5/syr/

5  Lista Rossa IUCN (Stuart et al. The barometer of life. Science 328:177, 2010

6 Wackernagel M. e W. E. Rees L’impronta ecologica, Ed. Ambiente, 2000

7 Global Footprint Network’s: http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/page/earth_overshoot_day/

8 Prigogine I. e I. Stengers La nuova alleanza, Einaudi, 1981

9 Cini M. Dialoghi di un cattivo maestro, Bollati Boringhieri, 2001

10 Latouche S. La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007

11 Langer A., in: Azione nonviolenta, 1991

12 Hawken P. Moltitudine inarrestabile Ed. Ambiente, 2009

 

 

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