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Valentino Liberto, Bolzano ricorda Leogrande

8.3.2018, quotidiano online Salto

 Il pensiero a lungo raggio di Alessandro Leogrande, scrittore tarantino scomparso nel novembre dello scorso anno. Nadia Terranova: "Aveva cura dei libri e delle persone".

Chissà cosa avrebbe detto Alessandro Leogrande, all'indomani del voto che disegna una nuova mappa politica dell'Italia, con il nord colorato di verde-blu e il sud completamente giallo. Una voragine, il vuoto riempito da una “marmellata della comunicazione politica quotidiana da cui è stata bandita ogni forma di pensiero a lungo raggio”, come scrisse nel suo ultimo editoriale. “Cosa pensi di queste elezioni?” è la domanda che tutti gli vorrebbero porre. Ma lo scrittore e giornalista tarantino ci ha lasciati improvvisamente lo scorso 26 novembre, a soli 40 anni. A rendergli omaggio ieri (6 marzo 2018) con un'iniziativa al Centro Trevi che ha visto ospiti la scrittrice Nadia Terranova, il sindacalista Michele Buonerba e l'insegnante Giovanni Accardo, è stata la Biblioteca provinciale “Claudia Augusta” in collaborazione con BZ1999, Fondazione Alexander Langer, liceo Pascoli e libreria Ubik.

Gabriele Di Luca, collaboratore di Salto.bz nonché iniziatore e moderatore della serata, ricorda il primo incontro con Leogrande nel 2013, alla presentazione a Bolzano del libro “Fumo sulla città” che sarà ripubblicato a maggio da Feltrinelli. “Come spesso accade siamo andati a cena, e poi l'ho intervistato non conoscendo a fondo né lui né le problematiche dell'Ilva – racconta Di Luca – e mi colpì un'incredibile duplice capacità: andare al punto delle questioni senza fronzoli, perdite di tempo o retorica, e conoscendo profondamente il mestiere del giornalista. In venti minuti mi disse talmente tante cose che quando scrissi l'articolo mi resi conto che era solo merito suo”. Leogrande tornò a Bolzano nel giugno 2016, riempiendo la stessa sala del Trevi per la presentazione de “La frontiera”, “uno dei libri più belli e dirompenti sulla questione delle migrazioni, bellissimo in ogni sua pagina, un classico scritto da uno degli intellettuali più importanti degli ultimi anni”. Secondo Di Luca “quando uno scrittore muore, non muore mai del tutto: le sue idee, quanto ci ha lasciato scritto, il suo lavoro, diventano patrimonio di chiunque lo ha conosciuto e lo conoscerà”. Leogrande “ha saputo introdursi nel grembo dei fatti, entrare nelle pieghe della realtà, anche le più dolorose” e capire l'attualità attraverso la memoria storica (si pensi al lavoro su Carlo Pisacane).

Inchieste che sono romanzi

“Parlava di Taranto, la sua città devastata dal grande insediamento industriale dell'Ilva. E raccontando 'la' fabbrica raccontava la storia della città – sottolinea Michele Buonerba, che cita la parabola del sindaco Cito, “il Berlusconi di Taranto”, personaggio di dubbia moralità che usò una tv locale per arrivare allo scranno di primo cittadino. Nel 1992 manifestava contro i giudici, che lo avevano messo sotto accusa per appoggio esterno in associazione mafiosa. Nella fase acuta della mala-gestione dell'IRI, lo stato “regala” l'Ilva per un terzo del suo valore di mercato alla famiglia Riva. Il ricatto morale insito nel conflitto tra lavoro e salute e la connivenza tra “grande padrone” e istituzioni politiche (che ha generato enormi profitti per i Riva) erano al centro del ragionamento di Leogrande sulla sua città d'origine: “Riusciva ad appassionare a un saggio come se si trattasse di un romanzo, descrivendo le persone in quanto persone, non per la loro lingua”.

I suoi libri non sono semplici inchieste giornalistiche”, ricorda Giovanni Accardo leggendo uno stralcio di Uomini e caporali, libro di Leogrande sul caporalato in Puglia: “Usa una lingua altamente letteraria, uno stile narrativo fortemente visivo, con un lessico puntale e asciutto. Non è solo un reporter, si sforza di trovare un modo, uno sguardo per restituire la realtà”. Accardo invitò Leogrande al liceo Pascoli per un approfondimento sulla scrittura del reportage narrativo, “su come lavorava, raccoglieva le informazioni, costruiva i suoi testi”: “Di lui mi colpì questa sua curiosità, la voglia di capire e imparare, in un'epoca contrassegnata dal predominio dell'io, dei narcisismi, tra gli scrittori, nella politica. Non era interessato a sé, ma agli altri, gli ultimi della terra, privo di una visione stereotipata, classista, ma con un desiderio profondamente umano”. 

Nel primo capitolo de La frontiera ricorda l'incontro importante con un profugo curdo iracheno, Shorsh, che gli mostra un VHS con i morti “gasati” da Saddam Hussein. Shorsh gli disse: “Riguarda noi”. Leogrande ritrova Shorsh a Bolzano, nella città di Alexander Langer. “Sperando di fare cose nuove insieme, mi ha scritto nella dedica. Caro Alessandro, speriamo di continuare a farlo” conclude Giovanni Accardo.

Il “violento mestiere dello scrivere”

La scrittrice messinese Nadia Terranova, amica personale di Alessandro Leogrande, legge una frase di Bufalino quando seppe della morte di Sciascia, pronunciata al giornalista che lo raggiunse telefonicamente: “È come se avessi subito un'amputazione e mi svegliassi senza una gamba, senza un braccio. Oggi perdo non solo un amico, ma anche un padre, un fratello, un figlio. In tanti anni di amicizia questa è la prima scortesia che mi fa”. “Ho un'identificazione totale con queste parole, mi sono sentita così alla notizia della sua morte – spiega Terranova – Leogrande aveva cura delle persone e cura dei libri, la capacità incredibile di leggere gli altri, la loro scrittura. Senza fare tanti complimenti, senza adulare, essere violento o sgarbato, riusciva a consigliare noi scrittori come fosse capace di leggere dal di dentro. Avevo approfittato anch'io dei suoi suggerimenti, negli anni della nostra amicizia. Mi mancherà tantissimo inoltrargli quello che penso, che scrivo; il primo istinto stasera sarebbe raccontargli di questa sala piena. Senza il suo sguardo, tutto sembra valere un po' di meno. Una sensazione che non mi abbandonerà mai in questa seconda parte della mia vita”. Terranova ritorna sulla parola cura, sui libri presi in cura da Alessandro Leogrande: “Faceva spesso questo, curava libri. Scriveva prefazioni e postfazioni, con il suo tono equilibrato, fermo e deciso”.

Nei suoi libri Leogrande parte sempre da una cosa accaduta a lui direttamente. Parte sempre da un tarlo, da qualcosa che gli rode. Ragionava intorno a un argomento per trovare la chiave d'accesso.

Leogrande era anche librettista, “lì veniva fuori la sua vena poetica, quasi inaspettata per uno che faceva il suo mestiere. Scriveva reportage letterari, aveva in cura libri degli altri e aveva scritto delle opere liriche, con un senso del teatro altissimo”. Last but not least, ha curato un'antologia sul calcio: “Tutta la serietà che metteva nelle cose che scriveva, nelle persone di cui si occupava, nei libri che curava, aveva come contraltare una grandissima leggerezza, da ragazzo cresciuto. A 23 anni era già un genio, ma era rimasto fresco, non era diventato un trombone, per così dire” sorride la scrittrice, secondo cui Uomini e caporali è il capolavoro dello scrittore, dove “si impasta la storia personale e familiare, il desiderio di giustizia con una letteratura altissima. C'è qualcosa di sanguigno, che racconta la sua terra, racconta la Puglia, nel ricordo di tutti quei morti per la fatica e per le sofferenze patite”.

 

In Albania sulle orme di Langer

Alessandro Leogrande si recò più volte in Albania – cui dedicò un libro, “Il naufragio” – ed era interessato agli scritti albanesi di Alexander Langer, che voleva raccogliere e pubblicare tradotti in lingua albanese: “Mi sembra un buon modo per costruire ponti tra le sponde dell'Adriatico” scrisse in una mail a Edi Rabini, presidente della Fondazione Langer. La poetessa e giornalista Gentiana Minga legge una lettera della scrittrice Diana Çuli in cui racconta il suo incontro con Langer (“diventato ai nostri occhi l'avvocato dell'Albania in Europa”) e con Leogrande: “Entrambi, in fasi differenti, avete costituito una specie di staffetta, per riconsegnare all'Albania speranza, amore e solidarietà. Sarete sempre indimenticabili”. Scrittori costruttori di ponti, che non smetteremo mai di rileggere.



 

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