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Alexander Langer

Verona Forum3- Vienna - "COME POSSONO COESISTERE DEMOCRAZIA E PACE CON LA FORZATA OMOGENEIZZAZIONE ETNICA?

VIENNA: CONFERENZA CIVICA DI PACE PER L'EX-JUGOSLAVIA (10-13.6.1993) "COME POSSONO COESISTERE DEMOCRAZIA E PACE CON LA FORZATA OMOGENEIZZAZIONE ETNICA?"

La Conferenza civica di pace e riconciliazione sulla ex-Jugoslavia, promossa dal Verona Forum, si è conclusa con una seduta dello Steering Committee a Vienna, alla vigilia dell'apertura della Conferenza ONU sui diritti umani, domenica 13 giugno 1993, nella sede della Fondazione Kreisky, nella villa del compianto cancelliere austriaco. Tra le varie attività che in questi giorni si sono svolte a Vienna, la Conferenza civica ha assunto un'importanza particolare: 60 personalità di rilievo di tutte le parti dell'ex-Jugoslavia si sono ritrovate a discutere per due giorni di possibili iniziative di pace e riconciliazione con i rappresentanti di istituzioni internazionali quali Nazioni Unite, Comunità europea, CSCE, Parlamento europeo, varie ambasciate - tra le quali Italia, Danimarca, Gran Bretagna, USA - Consiglio d'Europa, Banca europea BERD, congresso USA, parlamento russo, organizzazioni per i diritti umani, chiese, ecc.

La Conferenza vera e propria era stata aperta l'11 giugno da Heinz Fischer, Presidente del parlamento austriaco (che l'aveva ospitata), e si è conclusa con l'adozione di una "Dichiarazione di Vienna" in quattro parti. Una pre-conferenza (il 10.6.) tra i soli partecipanti ex-jugoslavi aveva preparato il terreno. Vi erano convenuti intellettuali, rappresentanti politici moderati, esponenti religiosi, di gruppi d'azione per i diritti umani, contro la guerra, ecc., tra i quali significative personalità della vita pubblica - compresi ex-ministri, parlamentari, ambasciatori - di Slovenia, Croazia (anche serbi di Croazia), Bosnia-Herzegovina (gran parte della delegazione però non aveva potuto uscire), Serbia, Vojvodina, Kosovo, Montenegro e Macedonia. Tutti i documenti sono stati elaborati su basi di consenso. Parlamentari di vari paesi (Austria, Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda), di diversi partiti (verdi, socialisti, democristiani, democratici di sinistra), vi hanno preso parte.

Uno degli scopi principali della Conferenza di Vienna, espresso nell'appello di convocazione, è stato così raggiunto: "la comunità e le istituzioni internazionali devono finalmente prestare ascolto alle forze democratiche e pacifiche della ex-Jugoslavia, piuttosto che continuare a negoziare solo con i signori della guerra!" I due co-presidenti della Conferenza, Marijana Grandits (parlamentare austriaca) e Alexander Langer (parlamentare europeo sudtirolese) nel corso di un incontro con la stampa si sono mostrati soddisfatti, sostenendo che tocca ora alle istituzioni rappresentate alla Conferenza stessa trarne le debite conseguenze. Il Verona Forum utilizzerà i prossimi tre mesi per stimolare tutti gli interlocutori in quel senso. "L'impressionante lista di partecipanti alla nostra Conferenza la migliore garanzia che in tutte le parti dell'ex-Jugoslavia esistono forze democratiche e pacifiche di rilievo: fin d'ora bisogna riconoscere e sostenere una potenziale leadership alternativa per il dopo-Milosevic ed il dopo-Tudjman. Ciò esigerà l'impiego di mezzi civili, politici e militari - gli strumenti civili e politici sono più importanti, più umani ed anche meno costosi: con quel che si spende per un soldato ONU o per un osservatore della C.E. in un giorno, si può finanziare una radio o un giornale per almeno due giorni - ed ottenere effetti molto più duraturi."

 

La "dichiarazione di Vienna", elaborata sulla base dei lavori di quattro commissioni coordinate, rispettivamente, da Zoran Pajic e Silvo Devetak, Zarko Puhovski e Ljuljeta Pula, Ivan Zvonimir Cicak e Miodrag Perovic, Janja Bec e Sonja Biserko, consiste di quattro parti:

1) sulla Bosnia Herzegovina: azione internazionale per l'imposizione di un cessate il fuoco e disarmo dei belligeranti; garanzia per l'integrità del paese, isolamento efficace dei suoi confini, ritorno degli espulsi, mandato ONU per la ricostruzione della vita civile, forte impegno internazionale per la ricostruzione economica e sociale;

2) sulla prevenzione dell'estensione della guerra: si considera imminente il pericolo di estensione della guerra, specie in Kosovo, Macedonia, forse Vojvodina, ed anche di un nuovo conflitto frontale serbo-croato; si chiedono misure di distensione interna (soprattutto rispetto ai diritti dei serbi in Croazia e degli albanesi nel Kosovo) e l'inserimento di misure preventive nel piano ONU di pace; i confini ante-guerra non devono essere modificate con la violenza. Parte dell'azione preventiva dovrà essere anche il sostegno alla democrazia, al dialogo interconfessionale, ai mezzi d'informazione, e missioni di monitoraggio e controllo.

3) sostegno alla democrazia ed all'informazione: massima è la responsabilità dei mezzi d'informazione per la guerra, massima può essere il loro ruolo per la pacificazione. Viene salutato il sostegno della C.E., appena deciso, per alcuni mezzi d'informazione, ma deve essere esteso: nel Kosovo sono stati soppressi i media in lingua albanese, in Croazia il regime controlla attualmente tutta l'informazione.

4) sugli aiuti umanitari internazionali: si denunciano ricatti, minacce, sequestri, mercato nero; si critica che molti aiuti sono troppo limitati all'immediato e mancano di coordinamento e prospettiva (aiuti per il prossimo inverno dovranno essere preparati per tempo); una conferenza internazionale dovrebbe coordinare gli aiuti, i gemellaggi diretti ne costituiscono la forma più efficace.

Dichiarazioni separate sono state adottate per far dichiarare Sarajevo "capitale multi-culturale d'Europa" (da unire a Anversa e Lisbona, capitali culturali della C.E. nel 1993 e 1994); l'iniziativa per la ricostruzione della biblioteca di Sarajevo viene sostenuta.

Sul dilemma nel quale si trovano i movimenti di pace, i partecipanti ex-jugoslavi della Conferenza di Vienna (serbi compresi) si sono così espressi: "Tutti noi siamo attivisti di pace, molti hanno rischiato la loro posizione, il loro lavoro e la loro vita per opporsi alla guerra ed alle soluzioni militari. Oggi ci vediamo costretti a constatare che l'alternativa in Bosnia Herzegovina non è tra violenza e soluzione pacifica, ma tra l'uso legittimo, organizzato e mirato di mezzi militari, da un lato, e l'uso caotico di violenza senza alcun vincolo morale o legale. Non si può solo attendere la pace, bisogna inevitabilmente auspicare l'uso di mezzi militari internazionali ed organizzati, se si vogliono salvare vite e valori umani".

Per informazioni: VERONA FORUM - c/ EUROPEAN PARLIAMENT, B 1040 BRUSSELS, 97-113 rue Belliard, phone ++32-2-2845456, fax 2849456 (coord.: Rada Gavrilovic)