pro dialog
Barbara Gruden - Siria oggi

Cari amici, mi dispiace veramente non poter essere con voi a discutere di una crisi, quella siriana, tanto sanguinosa quanto - purtroppo - sempre più' dimenticata. Una crisi che, già da tempo, mi fa pensare a quella bosniaca: un paragone che, sono certa, voi amici di Alex Langer, potete comprendere fino in fondo. Dopo 3 anni di guerra, e nonostante centinaia di migliaia di morti - l'Onu ha smesso di contarli - e milioni di profughi, e' sempre più difficile trovare notizie sul mattatoio mediorientale. Proprio come vent'anni fa in Bosnia!
Lo scenario, con le sue implicazioni geopolitiche, è certamente diverso: oggi c'è il rischio che bruci tutto il Medio Oriente; allora, era in gioco solo l'ex Jugoslavia. Oggi la Russia è tornata prepotentemente sulla scena e nel suo appoggio al regime di Assad non arretra neanche di fronte alle carneficine, mentre 20 anni fa era alle prese con le debolezze eltsiniane. Oggi l'Occidente è ancora più diviso, alle prese con le proprie crisi economiche, e incerto sul da farsi: anche le "guerre umanitarie", se ve ne sia mai stata una giusta, hanno perso il loro fascino! E qualsiasi proposta di intervento di qualsivoglia natura si infrange sullo scetticismo e sulla paura che legittimamente suscitano gli estremisti islamici. Salvo magari poi scoprire che l'estremismo è forse figlio anche della nostra inazione, come fu proprio in Bosnia.
Eppure, oggi, sono anche alcuni ministri degli esteri europei a lanciare l'allarme su "Homs come Srèbrenica". Dopo l'evacuazione di donne e bambini, si teme infatti che gli uomini rimasti in città possano fare la stessa fine degli 8 mila della città dell'argento bosniaca.
Perdonate la digressione, da veterana dei Balcani - ma quella bosniaca è stata una guerra, che per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale metteva chiaramente in luce tutte le debolezze della comunità internazionale e la sua propensione all'inazione, se non in presenza di interessi molto concreti e immediati, come quelli legati al petrolio. Tanto che c'era chi sosteneva che "L'Onu è morta a Sarajevo".
Quindi è ancor più doloroso oggi assistere al fatto che, mentre Assad martella Homs, Aleppo e le altre città siriane con ordigni sempre più micidiali - e ciò anche mentre sono in corso colloqui cosiddetti di pace - l'unica possibilità è quella di organizzare precari corridoi umanitari.
E per me, personalmente, è stato fonte di grande indignazione il fatto che nell'agosto del 2013 ci si sia ricordati della Siria solo per condannare le armi chimiche, come se quelle convenzionali non continuassero indefessamente ad uccidere, giorno dopo giorno...
Per tutte queste ragioni mi sarebbe piaciuto ascoltare le riflessioni di un uditorio qualificato come il vostro, su una serie di temi, che cerco di accennare....
1) sulla difficoltà che i giornalisti impegnati in Siria incontrano nel raccontare il conflitto, ma ancor di più - dopo aver magari rischiato la vita - nel"piazzare" poi i propri articoli e servizi...
2) sulla dimensione geopolitica del conflitto, con i vari attori in campo, dalla Russia all'Arabia Saudita, dalla Turchia all'Iran agli Stati Uniti
3) a proposito di Iran, quanto pesa sullo stallo siriano l'attuale partita sul dossier nucleare
4) la marginalità dell'Europa
5) i gruppi qaedisti.... La loro forza deriva anche dalla delusione per il mondo cosiddetto civilizzato, che quasi nulla ha fatto per fermare il conflitto?

Un abbraccio a tutti, da Kiev... Anche qui l'Europa è stata finora in colpevole silenzio

Barbara Gruden
Inviato - Foreign correspondent
Redazione Esteri - Foreign Desk Tg3