pro dialog

Euromediterranea

Claudio Graiff - IN SALA D'ATTESA, intervista

Stagioni di concerti nei reparti di oncologia, in cui sono coinvolti tutti e alla fine anche il musicista ringrazia; la diffusione della medicina “difensiva” che scarica tutte le responsabilità sul malato; l’eccellenza dell’accoglienza e quel sogno di comprare il pianoforte.

 Claudio Graiff, oncologo presso l’ospedale di Bolzano, è tra i fondatori di "Donatori di Musica” (www.donatoridimusica.it).


Da alcuni anni, assieme ad altri, ha dato vita a "Donatori di Musica”, una rete di musicisti, medici e volontari che organizza stagioni di concerti negli ospedali. Può raccontare?
La storia dei Donatori di musica è cominciata nel 2007 dall’incontro di due persone: Gian Andrea Lodovici, un musicologo, direttore artistico di un’importante casa discografica, che si trova a frequentare, come degente, il reparto di oncologia dell’ospedale di Carrara, con una malattia purtroppo molto avanzata e ben consapevole della sua aspettativa di vita; l’altra persona è Maurizio Cantore, il primario di quel reparto, un medico da sempre capace di instaurare delle relazioni forti e credibili con le altre persone.

Gian Andrea Lodovici ad un certo punto butta là una proposta: "Perché non proviamo a organizzare un concerto? In fin dei conti questo è il mio mestiere, mi piacerebbe molto...”. Il medico accetta volentieri. Non è la prima volta che si fanno delle attività diverse da quelle strettamente cliniche in quel reparto, però questa si dimostra subito molto coinvolgente e quindi si decide di ripeterla. Così, finché Lodovici ha le energie, ogni tanto organizza una serata, un concerto, invitando alcuni musicisti che sono anche amici suoi. Nel frattempo capita che Maurizio e io ci incontriamo a un convegno. Ci conoscevamo già, eravamo amici, essendo uniti anche da una condivisione sul senso del nostro mestiere. Lui mi racconta questa cosa e vede -me l’ha detto dopo- un luccichio nei miei occhi, che lui imputa al mio interesse per la musica... in realtà io mi ero commosso per il senso che intravedevo in questa possibilità.
Nel frattempo Lodovici, a soli 48 anni, purtroppo se ne va, ma prima di morire esprime l’auspicio che la "Grande Musica divenga sempre più strumento di importante aiuto alle cure mediche in ogni reparto di oncologia”. Teniamo presente che sono le parole di un ammalato che ha sperimentato su di sé cosa poteva significare organizzare e seguire questi concerti. Ecco, Lodovici lascia queste parole e passa il testimone a Roberto Prosseda, uno dei più importanti pianisti italiani, che lo raccoglie con entusiasmo, coinvolgendo anche sua moglie, pure lei pianista, che è poi l’ideatrice del nome dell’associazione. Nasce così l’idea di costruire una rete di musicisti, medici, volontari, infermieri, psicologi, ammalati, familiari, insomma di tutte le persone coinvolte, con l’obiettivo di darci una maggiore sistematicità.


Diceva che i concerti in reparto non sono un’iniziativa benefica o ricreativa. C’è dell’altro e ci sono anche delle regole...
A marzo 2009 nasce la rete. Raccolte le adesioni dei primi musicisti, si comincia a predisporre una serie di regole di base. Vengono stabiliti alcuni piccoli paletti: intanto le iniziative non devono essere episodiche ma continuative, altrimenti si perde il senso. Non ci deve essere distanza tra il musicista e gli altri, quindi lo strumento è in mezzo alla sala individuata. Sia da noi che a Carrara il concerto si svolge nella sala d’attesa del reparto. Il musicista poi è pregato di non indossare un abbigliamento "di funzione” e così tutti gli operatori sanitari e gli ammalati. La totale indistinguibilità è uno degli elementi del progetto: significa che in quel momento nessuno ricopre un ruolo istituzionale.
Questo non è un concerto per gli ammalati, non è un’iniziativa benefica, è qualcosa che si fa tutti assieme e da cui trae beneficio lo stesso musicista. La particolare sensibilità e l’esperienza di vita degli ammalati e dei familiari, ma anche degli operatori sanitari, sono infatti uno stimolo poderoso alla maturazione del musicista che quindi dona e riceve, tant’è vero che spesso ci dicono di avere più ricevuto che dato.
Questo ritorno molto forte ha fatto sì che la rete raccogliesse molto velocemente adesioni di un gran numero di musicisti. E qui interviene un altro criterio, nel senso che non tutti quelli che si propongono vengono invitati. Ci sono dei requisiti necessari: si deve trattare di musicisti professionisti con una carriera internazionale di un certo livello. Insomma non accettiamo tutti, o meglio, visto che sarebbe sciocco non accettare una persona che, pur essendo un dilettante, desidera dare il suo contributo, facciamo delle manifestazioni a latere, che però non rientrano nel progetto.
Infine c’è la gratuità, che è fondamentale, ma non va intesa in senso esclusivamente economico (in realtà grazie a qualche sponsor riusciamo almeno a rimborsare le spese vive). Gratuità significa che il musicista non deve attendersi alcun compenso e nemmeno un ritorno in notorietà. Questo serve anche a noi per essere certi dello spirito con cui il musicista si propone. Molti ci chiedono: "Se ne sa così poco... perché quando fate concerti non lo annunciate nei giornali?”. Perché è una cosa tra di noi.
Nel 2009, con questo minimo di teorizzazione alle spalle, attraverso la rete del Collegio italiano primari e oncologi medici ospedalieri (Cipomo) abbiamo scritto una breve lettera presentandoci agli ospedale interessati.
Nella primavera dello stesso anno siamo partiti, inizialmente in due, Bolzano e Carrara. Si sono poi uniti l’ospedale di Sondrio e quello di San Bonifacio di Verona, dove l’iniziativa, successivamente interrotta, aveva coinvolto un reparto chirurgico. D’altra parte organizzare non uno, ma venti concerti all’anno non è così semplice, bisogna crederci. In seguito si sono aggiunti il San Camillo Forlanini di Roma e, più recentemente, Brescia e Vicenza. L’ultimo in ordine di arrivo è Saronno.


Voi pretendete anche che sia garantita l’eccellenza medica dei reparti coinvolti.
Quello che per noi è davvero un requisito fondamentale è l’eccellenza nell’accoglienza. D’altra parte non esiste eccellenza clinica senza relazione. Uno studio pubblicato recentemente ha dimostrato che gli ammalati seguiti da medici "empatici” presentano meno complicanze acute e una migliore aspettativa quantitativa di vita. Un risultato clinico positivo può venire in pari misura dal migliorare la tua capacità empatica o dall’utilizzare l’ultimo nuovissimo farmaco, si figuri cosa possiamo ottenere se mettiamo insieme le due cose. Io, poi, quando parlo di eccellenza intendo una cosa precisa, cioè far bene le proprie cose, il proprio mestiere. L’eccellenza per me è il piastrellista che alla fine del lavoro passa la mano e ed è contento del risultato; l’eccellenza è tutto ciò che viene fatto bene, non è la cosa straordinaria, è la cosa normale fatta come meglio si può.


Perché questi concerti sono un momento importante nella vita degli ammalati, dei medici e degli infermieri?
Devo dire che col tempo ne abbiamo capito qualcosa di più di quello che succede perché non è che fossimo partiti con le idee chiare. Abbiamo già detto di cosa significa per il musicista: è uno dei tanti modi con cui l’arte prende senso dalla vita e dà senso alla vita.
Per gli ammalati e gli operatori questo progetto significa il coinvolgimento della società nelle attività di cura degli ammalati. È importante che questa società, che ha deciso di costruire gli ospedali fuori dalle città, si riappropri della cura dei suoi ammalati, perché se è vero che il compito della terapia compete ai tecnici, il compito della "cura” compete a tutti. Una società dovrebbe aver cura dei suoi ammalati così come di tutte le persone in difficoltà, dei bambini, degli anziani eccetera. A volte pretestuosamente si tirano fuori motivazioni di carattere tecnico, di accessibilità, ma sappiamo benissimo che esistono strutture molto frequentate che sono ubicate nel cuore delle città. Basti pensare all’Hôtel Dieu di Parigi che è sotto la chiesa di Notre Dame. La realtà è che oggi la malattia in qualche modo "stona”.


Lei dice che l’attuale organizzazione sanitaria rischia di far sì che l’essere ammalati diventi un mestiere. Può spiegare?
Oggi molte persone vivono la loro malattia come un continuo dentro e fuori, perché certe cose si possono fare solo in ospedale, se poi ci aggiungiamo la dislocazione geografica di cui dicevamo e una sorta di apartheid che si viene a creare tra i malati e i sani si arriva a quella che ho chiamato la "condizione professionale” dell’ammalato. Un signore che dopo aver fatto il giro delle sette chiese era venuto anche da me in cerca di un’improbabile risposta, alla domanda su quale fosse il suo mestiere mi ha risposto: "Io facevo...”. Al che ho iniziato a chiedere: "Perché facevo? Non ce la fa più? Le manca la forza?”. "No, no, ce la farei”. "Ah, è perché ora le sue priorità sono altre, non le interessa più...”. "Scherza? Il mio lavoro me lo sogno di notte!”. "E allora?”. "Ma dottore, per forza non lo faccio...”. Ecco, "per forza” non lavorava più, doveva fare l’ammalato!
Perché ormai si è creata questa spaccatura tra il sano e il malato che ci impedisce di vivere come prima, anche se potremmo. Questo concetto della malattia, che è prettamente culturale, ci cambia la vita, ci cambia il concetto dello spazio, del tempo, ci fa coniugare i verbi al passato. Ecco, l’irruzione dei musicisti nella vita di ammalati che dal mondo sono stati buttati fuori (o si sono autoesclusi) è qualcosa di fondamentale per rompere questo isolamento. Per questo noi la definiamo una rivoluzione, imbarazzante nella sua semplicità, perché vuole riportare al concetto che ognuno di noi è ad un tempo sano e ammalato. Molti malati di oggi saranno i sani di domani e sicuramente quasi tutti i sani di oggi saranno i malati di domani. Insomma, siamo tutti sani e malati. La condizione della malattia nel momento in cui diventa dominante e totalizzante al punto da obbligarti a rinunciare a tutto quello che eri, fa sì che tu non sia più il signor pinco pallino che oggi ha un problema, bensì tu diventi il tuo problema.
Allora, per gli ammalati, al di là dell’intensità emotiva con cui ognuno di loro può vivere il momento del concerto, credo che questo sia un aspetto che conta. Non è la solidarietà o la beneficenza. È il musicista che arriva e alla fine ringrazia di aver condiviso dei momenti con persone che attraverso la loro esperienza hanno comunque acquisito un sapere che lui può giusto intravedere. Ma soprattutto è una cosa che si fa assieme, in cui anche l’ammalato e i familiari svolgono una parte attiva. Il progetto prevede che alla fine ci sia un buffet in cui il malato fa qualcosa di pratico, ma soprattutto di simbolico perché il malato non è al centro.
Nell’idea di porre il malato al centro, a suo avviso, si sono commessi anche degli errori...
Sicuramente la medicina per troppo tempo ha perso di vista il malato. Nei primi anni Ottanta sembrava che gli ospedali avrebbero potuto funzionare molto bene operando solo su organi isolati, senza il corollario delle cose che fanno "perdere tempo”. Quante volte le persone mi dicono: "Mi scusi dottore se le faccio perdere tempo, vorrei sapere quali sono le condizioni di salute di mio papà”. Ecco, nel momento in cui io medico non ho in mano uno strumento, ma sto interagendo con una persona, nell’immaginario sto perdendo del tempo, perché io sono un tecnico. Tutto questo non è vero. Negli ultimi anni molto si è fatto per rivedere questa impostazione. I sistemi sanitari hanno recuperato una visione olistica (anche se adesso si abusa di questa parola) mettendo al centro l’ammalato... e quella è stata la frittata! Perché si è riacquistato interesse e attenzione ai bisogni del malato, ma sempre nella posizione in cui io corrispondo ai tuoi bisogni, punto.
Se l’obiettivo è la bidirezionalità, beh, questa non è rispettata dalla posizione centrale del malato. In più così si mette l’ammalato in una condizione di passività che lo professionalizza ancora di più: lo metti fuori dalla città, lo consegni nelle mani dei medici e delle infermiere e intanto tu, società, aspetti che torni. Ma magari non c’era bisogno che smettesse di lavorare... L’ammalato al centro non solo quindi viene temporaneamente espulso dalla società, ma anche rispetto agli operatori sanitari si trova in una posizione del tipo: "Io chiedo, se qualcuno ha qualcosa da darmi grazie”. Non io chiedo e do. Ecco, da noi l’ammalato sta attorno al tavolo, si dà da fare come gli altri; il simbolo del buffet è questo.


Diceva che alcuni malati riscontrano anche dei benefici fisici, misurabili...
Sì, con il tempo abbiamo scoperto che questa esperienza induce dei cambiamenti anche in alcuni aspetti di qualità della loro vita. Abbiamo raccolto dei dati sia a Carrara che a Bolzano. Faremo un secondo convegno a primavera, dopo quello del 2010, in cui presenteremo dei progetti di ricerca. Vorremmo infatti portare i Donatori di musica all’interno della medicina basata sull’evidenza. Per ora quello che emerge è che grazie a queste iniziative diminuisce il livello di stress legato all’ospedalizzazione, vengono facilitate le relazioni tra operatori e pazienti, per alcuni addirittura migliora la qualità e durata del sonno, diminuiscono gli episodi di nausea e vomito.


E per gli operatori cosa significa?
Parlo per me. Vedere una persona che torna in ospedale dove magari è stata la mattina o una settimana prima, e si siede magari sulla stessa sedia dov’era rimasta in attesa di una terapia sgradevole o di una notizia a volte non buona; ecco, vedere una persona che senza averne alcun bisogno torna in questo luogo e si siede su quella stessa sedia per fare qualcosa di diverso, di bello, mi fa pensare che forse abbiamo instaurato una relazione buona, credibile; che abbiamo creato un luogo dove si può venire anche quando non si ha bisogno. Per me è sempre molto commovente quando qualcuno ci viene trovare pur non avendo più bisogno, oltre alla strumentalità del rapporto; è un’attestazione importante e una grande gioia.


I medici oncologi, così come gli specialisti che hanno a che fare con malattie importanti, sono quotidianamente a contatto con storie di sofferenza e talvolta con esiti infausti. Diceva che queste iniziative aumentano il senso di condivisione. Sappiamo della sofferenza del malato, ma la sofferenza del medico?
Il contatto con la sofferenza, con la malattia, fa parte della scelta di fare il medico. Chi sceglie questa strada deve sapere che la sua vita sarà coinvolta in maniera totalizzante da questa esperienza. Chi fa il medico ospedaliero in determinati reparti è meglio sappia da prima che non avrà una vita sociale normale né una vita familiare normale. Dovrà essere disposto a queste rinunce. Se lavora in un’unità di terapia intensiva, coronarica, o in un’ematologia con bambini con la leucemia, non potrà pensare che tutto questo non abbia un impatto fondamentale sulla sua vita extra professionale, saremmo degli schizofrenici, dei dissociati. A volte a noi medici sembra che il mondo sia tutto un grande ospedale, c’è anche un’alterazione della percezione.
In questo però non c’è sofferenza perché prevale il senso di dedizione, di missione se vuole. Se in tutto questo provi anche una profonda gioia, allora funziona. Anche perché il ritorno è clamoroso. L’importante è che tutto questo non diventi una condivisione che ti mette alla pari con l’ammalato. Tu devi sempre rimanere altro. A un corso per infermiere ho usato questa espressione: "Non permettete all’ammalato di entrare nel vostro letto, perché altrimenti si impadronirà di voi e non sarete più credibili. Siate voi a entrare nel letto dell’ammalato”. È fondamentale mantenere la propria alterità, non identificarsi, anche proprio per il malato. Il momento dell’identificazione, che può sembrare il più alto nella nostra professione, è quello in cui annulli il tuo ruolo perché a quel punto il malato ha bisogno di qualcun altro in grado di reggere il timone. Al di là di tutti discorsi che facciamo, l’ammalato infatti spera anche di avere un buon timoniere, di andare nella giusta direzione.
Ovviamente quando qualcosa va male c’è dolore. Quando un paziente mi dice di aver avuto degli episodi di vomito, io per prima cosa dico: "Mi dispiace” e mi dispiace sinceramente. Però l’episodio negativo non deve assumere il sapore della sconfitta. Non mi piace l’immaginario bellico che ruota attorno al tumore, la "lotta”, la "vittoria”. Questa visione militaresca a volte diventa una maniera di non condividere. Quante volte si vede l’ammalato arreso e il medico combattivo. Non va bene. Noi non lottiamo contro le malattie, noi lottiamo per noi. Il cancro non è qualcosa di alieno, è una parte di noi, si tratta di convivere con la malattia, che significa anche avere cura di una complessità in cui non c’è solo la parte sana contrapposta a quella malata, ma c’è un’interazione tra le due.

Una volta, in caso di prognosi infausta, i medici tendevano a parlarne con i familiari anziché con il malato. Oggi le cose sono cambiate, ma molti medici, nell’incapacità di gestire una comunicazione così delicata, finiscono per essere brutali o si rifugiano in formule asettiche e poco chiare.
Diceva nel 1982 lo scrittore Norman Cousins: "Essere capaci di diagnosticare con esattezza è una buona dimostrazione di competenza medica. Essere capaci di dire al malato ciò che egli deve sapere è una buona prova di arte medica”. La medicina resta sempre una pratica dove l’arte individuale si sovrappone alle conoscenze della scienza. La medicina, pertanto, non è una scienza, ma una pratica che coniuga appunto arte e scienza. Io non credo si possa insegnare la comunicazione, anche se la si può perfezionare, affinare. Dopodiché contano anche le qualità individuali perché le insidie sono forti. Da un lato c’è l’inadeguatezza umana di ognuno di noi, che quando si trova a comunicare cose così grandi come quelle che attengono alla vita alla morte dovrebbe aver risolto i suoi problemi con la vita e con la morte. Dall’altro c’è l’aspetto più deteriore che è la tendenza alla deresponsabilizzazione, all’esercizio della medicina cosiddetta difensiva, in cui l’informazione diventa lo strumento per tutelarsi: "Tu sai quello che hai, io te l’ho detto”. Con l’aumentare della conflittualità che c’è un po’ in tutti i settori, sta diventando un approccio diffuso: ti dico come stanno le cose e buonanotte. In quel momento non c’è più alleanza, c’è contrapposizione. È un po’ come quando si fa scegliere il malato mettendogli davanti due foglietti: "Può fare l’intervento chirurgico o una radioterapia, qui ci sono tutti gli elementi per scegliere. Quando ha deciso me lo dica”.
Questo succede sempre di più. E l’ammalato rimane lì: "Ma come, devo scegliere io? Da solo?”. Li lasciamo sempre più soli questi ammalati. Però un po’ se la sono voluta perché si parla sempre di etica e deontologia medica ma... e l’etica del paziente? I pazienti sono sempre leali con i loro curanti? Ci sono pazienti che sono anche sleali. Io vedo sempre l’aspetto reciproco: è vero, i medici devono fare questo, gli infermieri devono fare quello, e i pazienti? Devono fare anche loro la propria parte. Calma, ce n’è per tutti!
Ma torniamo alla sua domanda: come si dà una cattiva notizia? Quando capita che una persona arriva e mi dice: "Sto bene, però mi sono accorto che da qualche giorno mi è cresciuta una cosa...”, lui sa già cosa sta succedendo, perché è stato operato, ne abbiamo parlato, spera di sentirsi dire che non è niente, ma ha capito che non va bene e l’ho capito anch’io. In quel momento cosa devo fare? La pratica medica prevede che io dica: "Adesso facciamo qualche accertamento e se dovesse esserci qualcosa ci rivediamo”. Io credo invece di poter tranquillamente manifestare il mio sgomento e la mia amarezza, far capire cioè che ci sono rimasto male anch’io perché così è. Possiamo essere tristi assieme. Dopodiché dirò: "Adesso le possibili strade gliele indico io”; se ci sono o non ci sono soluzioni lo vedremo, intanto proviamo a trovare una via. Io ho il dovere di intervenire con qualcosa di propositivo perché questo è il mio mestiere.
I Donatori di musica ci aiutano anche in questo, perché avere una relazione forte, consolidata anche dalla condivisione di quel momento conviviale, permette di dar vita a un’alleanza vera e di prendere delle decisioni più condivise nei momenti difficili. A quel punto il "facciamo ancora qualcosa” oppure il "non facciamo più niente” diventano più credibili. Il paziente non è così stupido da pensare che qualunque esperto ne sappia più di lui, in fondo non si parla solo del suo cancro, si tratta di decidere anche della sua vita. Riuscire ad instaurare un dialogo franco, improntato sulla fiducia, può riuscire a evitare i rischi di accanimento.
L’accanimento è qualcosa che nasce con un fine positivo, quello di non chiudere una porta, ma che poi degenera a volte a causa di una valutazione errata. Qui non si parla ovviamente della macchina, dei tubi, dell’accanimento del rianimatore. Io definisco l’accanimento in oncologia come il perseguimento di un bene parziale dell’individuo a scapito del suo bene complessivo. Tu valuti gli aspetti che ti sembrano importanti, ma non necessariamente lo sono anche per il paziente, così, perseguendo un bene parziale, alla fine rischi di essere di danno alla persona.
Faccio un esempio banale. Mettiamo che mi portino una persona immobilizzata sul letto per dolori intensi legati a metastasi ossee; una persona che ha solo il dolore come sintomo. Ora, io so che non si può modificare l’aspettativa di vita e che, però, esistono diverse terapie che possono dargli sollievo. Gli prescrivo una chemioterapia o una radioterapia che sortisce un ottimo effetto. Dopo un mese la persona si muove. Il medico è soddisfatto: "Ma questo è un risultato splendido, un mese fa era bloccato sul letto e adesso...”. Ebbene, l’ammalato potrebbe rispondere: "Si sono molto contento” e allora avremmo centrato l’obiettivo. Ma l’ammalato potrebbe anche dire: "Dottore, se lei mi chiede se ho dolore, le devo dire di no, ma va peggio tutto il resto: ho perso tutti i capelli, non riesco a farmi vedere da nessuno, non mi guardo neanche allo specchio. Poi sono così debole, ho sempre la nausea, episodi di vomito, le gambe gonfie. Insomma, se mi chiede se la mia vita è migliorata non so cosa rispondere, non vorrei che fosse addirittura peggiorata”. Ecco, io con questa persona ho fatto un atto di accanimento perché avevo un’alternativa. Sarebbe stata più opportuna una terapia antidolorifica. Insomma, ripeto, l’accanimento non è la cura a ogni costo, oltre ogni limite (questo è tipico della rianimazione). L’accanimento moderno è quello di scegliere lo strumento che non è il più idoneo. Ma la scelta dello strumento più idoneo viene anche dal conoscersi, dal parlarsi.
Grazie alle nuove cure, il cancro è diventato sempre più una malattia cronica.
Non c’è dubbio che i trattamenti oggi disponibili consentono di controllare la malattia. Il cancro è come il diabete, l’ipertensione, le cardiopatie. È una malattia cronica. Tra l’altro ha una forte probabilità di guarigione, mediamente circa il 60%, quindi paradossalmente è una delle più guaribili tra le malattie croniche. Perché (almeno per ora) non si guarisce dalla bronchite cronica, dal diabete o da una malattia neurologica, mentre di tumore si guarisce. Certo, se non si guarisce, è una malattia cronica caratterizzata, da un lato, da una particolare durezza degli atti terapeutici e, dall’altro, da quest’aura quasi metafisica che ha assunto per cui sembra sia la più brutta malattia del mondo. Io credo sia una malattia importante, che determina gravi disagi, e che si differenzia soprattutto per l’aspetto dell’atto terapeutico così invasivo e violento, drastico. Ora, proprio perché il percorso è lungo, per me l’importante è saper gestire questa situazione ricordando sempre che noi non dobbiamo curare la malattia, ma l’ammalato. Quindi anche gli strumenti e le terapie che via via adotteremo saranno scelti assieme all’ammalato.


Avete avuto anche manifestazioni di solidarietà inattese...
Poco dopo l’inizio della stagione ricevo una telefonata: "Buongiorno, sono Roberto Furcht”. Conoscevo quel nome, Furcht è un importante grossista di pianoforti e una persona con una grandissima competenza musicale spesso coinvolta in giurie di concorsi. Mi dice: "Siete sicuri di avere uno strumento idoneo per i vostri concerti?”. Effettivamente c’era un pianoforte verticale lasciato all’ospedale, non uno strumento da concerto. Rispondo: "Facciamo quello che possiamo”. "Mi dica un po’, si offenderebbe se mandassi un pianoforte?”. Insomma, per farla breve, ci fornisce un pianoforte in comodato d’uso che tuttora è lì e che io spero piano piano di riuscire a comperare.


Ma perché vuole comprare il pianoforte?
Perché prima della mia pensione vorrei riuscire a lasciare questo strumento con il numero di inventario. Furcht ha fatto capire che per lui è donato, però non è la stessa cosa: fino a quando non sarà di proprietà dell’azienda sanitaria, rimarrà una cosa che non è censita da nessuna parte, che oggi c’è e domani non c’è più... Se invece diventa di proprietà dell’ospedale, chi verrà dopo di me, se non lo vuole dovrà farlo scaricare dall’inventario, insomma dovrà marcare una discontinuità. Ecco, perché ci vogliamo mettere la targhetta. La targhetta significa che è inventariato, che è una delle "apparecchiature” del reparto.

 

(a cura di Barbara Bertoncin)

 

Intervista realizzata da Barbara Bertoncin
per UNA CITTA'

 

unacitta_200-Claudio_Graiff.doc (46 KB)