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Divjak, il serbo che amò Sarajevo. Un articolo di Adriano Sofri, una petizione per la sua liberazione, un intervista a Ismeta Fetahovic

Divjak, il serbo che amò Sarajevo

Durante il conflitto fu considerato un traditore. È stato fermato in Austria su mandato di Belgrado che lo accusa di crimini di guerra. La sua popolarità fece ombra ad alcuni dei capi nazionalisti. Per questo fu di fatto emarginato

di  ADRIANO SOFRI

Per i sarajevesi e i bosniaci e per chiunque abbia frequentato quella tragedia, Jovan Divjak è una figura leggendaria. Si può dire di lui come di un eroe di guerra, se questa espressione non togliesse molto alla cordialità sua e all'affetto della sua gente. La sua gente non si definisce per la nazionalità, ma per l'umanità, quella di cui in un tempo felice Sarajevo fu il nido caldo. E lui si definisce così: bosniaco, e umano. Né serbo né croato né musulmano, in quel crogiuolo rovesciato cui è stata degradata la Bosnia dalla furia sciovinista Divjak è serbo di origini e di nazionalità, e quando la Jugoslavia è andata in pezzi era un alto ufficiale dell'esercito. Decise di restare a Sarajevo, fu considerato un disertore dai serbisti, e il peggiore dei traditori quando prese la decisione di distribuire le armi ai resistenti bosniaci. Non bisogna però pensare a lui come a un transfugo e a un rinnegatore dei suoi padri e madri. Una notte, chiusi in una casa amica, dopo aver mangiato e bevuto come si poteva col coprifuoco e l'inverno in una città assediata, cantammo tutte le canzoni, e alla fine lui cantò bellissime canzoni popolari serbe, di quelle che non avevano nessuna colpa dell'infamia in corso.

Il suo personale valore gli procurò una popolarità così forte da fare ombra ad alcuni dei capi bosniaco-musulmani, nazionalisti a loro volta, che pure del suo impegno si erano tanto avvalsi. Così, dopo essere stato il vicecomandante delle operazioni militari di difesa, fu di fatto emarginato, e diventò il generale che si incontrava dappertutto nella città assediata, e che si prodigava per i suoi concittadini. Già durante la guerra, e dopo la sua fine nel 1995 -se si può chiamarla guerra, e se si può dirla finita - si adoperò specialmente, con l'associazione volontaria intitolata Obrazovanje
Gradi BIH (L'istruzione costruisce la Bosnia Herzegovina) a promuovere gli studi degli orfani di guerra e dei ragazzi bisognosi, senza riguardo alcuno alle loro origini "etniche" (e si ricordi che fra i bosniaci musulmani e croati e serbi non c'è alcuna differenza "etnica": caso clamoroso ma non raro di invenzione razzista). Grazie alla sua associazione hanno potuto studiare, dalle scuole primarie all'università, molte centinaia di ragazzi, 120 fra loro rom bosniaci.

A Vienna faceva scalo giovedì per venire in Italia, dov'è assiduo, a un convegno bolognese. Sapeva del mandato di cattura emesso contro di lui dal governo serbo, ma non intendeva lasciar limitare la propria libertà da quella provocazione. La notizia del suo arresto 1è stata uno schiaffo in faccia alla
gente di Sarajevo e della Bosnia, e ai tantissimi amici che Divjak si è fatto nel mondo. Il governo serbo che lo accusa di crimini di guerra è quello che aspetta ancora a stanare il boia di Srebrenica, Mladic. Bisogna augurarsi che l'Austria voglia presto cancellare una brutta macchia, e che non voglia spingersi a una decisione spregevole come l'estradizione di Divjak a Belgrado. Lui è un uomo magnifico, e non ha paura di niente. Ma l'offesa che ne verrebbe alla verità, al diritto e alla dirittura sarebbe enorme.

 (La Repubblica 5-3-2011)

 

firma la petizione per liberare il generale Jovan Divjak

http://www.petizionionline.it/petizione/liberate-jovan-divjak/3597