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Srebrenica ed io, rivoltata come un calzino

11.6.2009, Operazione Colomba

Fabri una volta a un convegno ha detto “più sono in Kossovo e meno ci capisco”. Non vale solo per il Kossovo, ma per tutti i Balcani mi sa. Non ho girato i Balcani molto, per niente direi, vivo in Kossovo da ormai quasi tre anni e un anno fa circa sono stata per qualche giorno a Prijedor in Bosnia e Herzegovina, e ora a fine agosto per una settimana a Srebrenica, cittadina in Bosnia vicino al confine con la Serbia. Sono tornata e so di non sapere niente, di capire sempre di meno. Sono stata li assieme a quattro dei “nostri ragazzi” del Kossovo e li poi abbiamo conosciuto un sacco di gente favolosa.

Questa esperienza di una settimana mi ha ancora una volta rivoltata come un calzino. Non so quanti video, documentari o foto ho visto negli ultimi anni su Srebrenica, sul genocidio li, foto di gente che scappava, di persone che piangevano, persone ammazzate, documentari di persone che raccontavano la loro storia, il generale Mladic che entra con le sue truppe, i caschi blu delle Nazioni Unite impotenti, la faccia di Karadzic, foto del memoriale alle persone uccise nel luglio 1995, più di 8.000, ecc. Pensavo di essere almeno un po’ preparata ad andare in questo posto. Ma non c’è preparazione che tenga.
Il primo giorno siamo andati a visitare il memoriale di Potocari, le foto o i documentari visti non riescono nemmeno a rendere un frammento della realtà. È enorme, grandissimo, non saprei dire quanto, forse come tre campi da calcio, un mare di lame bianche, con sopra nomi, non ci sono parole per descrivere, solo il silenzio, lacrime, e una domanda che mi perseguita “Ma noi dove eravamo e dove siamo oggi???”.
Non ce l’ho fatta quella mattina ad essere di aiuto a nessuno, Potocari mi ha steso, anche ad E. che era li con me. Ci guardavamo in silenzio, ed E. ha detto “non è importante di che etnia sono queste persone, sono persone civili e sono state ammazzate. Qui l’unica cosa che puoi fare è stare in silenzio e non usare questo monumento per scopi politici.”


Srebrenica è sulla stessa strada, forse a 5 km da Potocari più verso la fine di una vallata. Sembra che la guerra sia finita ieri, le case sono ancora massacrate dagli innumerabili colpi di kalashnikov, le case sono tutte grigie, a parte un centro commerciale giallo che ha – a quanto mi dicono – aperto l’anno scorso. È un posto assurdo, c’é un aria densa che si respira, ed è come se qualcuno avesse tolto la voce a questo posto. La sensazione è quella di quando si esce dalla discoteca e si ha ballato tutta la sera attaccato agli amplificatori, usciti non si sente bene. Camminare per Srebrenica mi dava questa sensazione. Sembra un museo a cielo aperto, con ovviamente tutte le strumentalizzazioni politiche dell’una e dell’altra parte, il business con le vittime – con i morti, ma anche con i viventi.
A 13 anni dalla firma del Trattato di Dayton la città sembra un museo, ma come fanno dei ragazzi di oggi, 20 anni, o dei bambini a crescere in modo sano qui se ogni giorno quando si svegliano vedono muri crivellati dai proiettili?? Come si fa a crescere in un museo? Come si fa?


La cosa che mi ha fatto più strano è che a quanto ci diceva la gente non hanno problemi di libertà di movimento. Le persone che abitano li (bosniaci serbi, bosniaci musulmani e qualche bosniaco croato) non hanno problemi a muoversi in giro per la città. Come è possibile? Il Kossovo sembra più crudele, ma anche più reale da quel punto di vista. C’è stato e c’é tutt’ora un conflitto in atto, le persone delle varie parti hanno sofferto e quindi ora c’è un problema di libertà di movimento (reale e psicologico). Scusate il cinismo, ma mi sembra umano, no? A Srebrenica dove ci sono stati non so quanti morti, solo in quella cittadina e nei dintorni, non c’è un problema di libertà di movimento? Mi sembra di un’assurdità unica, perché allo stesso tempo non si elabora il conflitto, non si parla di cosa è successo, si vive in realtà abbastanza parallele, i muri crivellati e questo silenzio assordante.


I primi due giorni sono stati davvero non facili, pesanti, e facevo una gran fatica a tener viva la speranza per questo posto.
Grazie al fatto che so la lingua (nonostante le gaffe su quale lingua sia se serbo, bosniaco, croato?? “doberdanski” alla fine) e soprattutto grazie al fatto che ero li insieme ai quattro del Kossovo – che sono stati magnifici – pian piano siamo riusciti a entrare in contatto con i ragazzi del posto, a conoscerci, costruire un po’ di fiducia tra di noi e cosi a entrare un po’ di più in questo posto. I ragazzi del Kossovo sono stati fondamentali, hanno fatto da ponte, hanno scherzato, sono riusciti a rompere qualche tabù e soprattutto, essendo anche loro “dei Balcani”, potevano fare delle domante e scherzare su certe cose sulle quale io non avrei mai potuto parlare in quel modo.
E così questo posto che sembrava talmente senza speranza, per me l’ha trovata nelle facce dei ragazzi di Srebrenica. Nella facce di N., bosniaco musulmano, che trema sempre ma ha un sorriso che ti strazia, di E., bosniaco musulmano, che a Potocari ci porta alla tomba di suo padre e ci canta la canzoni che aveva imparato da lui, o D., figlia di matrimonio misto che adora ridere e scherzare, o J., una tra le prime ragazze di famiglia serba che ha cercato il contatto con l’altra parte e ci racconta come sua famiglia era contraria e come ora anche suo fratello ha cominciato a conoscer un po’ i suoi amici. J. mi dice anche quanto sia contenta di situazioni come queste, dove si può scherzare su certi temi che altrimenti non si possono nemmeno sognare di menzionare.


Oppure M. e M., bosniaci serbi, e A., bosniaco musulmano (che fanno parte di un centro giovani a Bratunac, a 10 km di Srebrenica) che sono stati picchiati dalla polizia perché avevano appeso dei cartelloni (di notte, perché sennò sarebbe stato troppo rischioso) con su scritto “Chi è il tuo eroe?” e sotto foto di gruppi musicali famosi in mezzo alle facce di Karadzic, Mladic, Oric e altri. M. dice che è solo parlando di cosa è successo, evitando generalizzazioni (es. tutti i serbi o tutti i musulmani) e riconoscendo anche la colpa della propria parte che si può arrivare al punto che la storia non si ripeta. E alla fine la signora R., serba, membro delle donne in nero di Belgrado negli anni ’90, che dal 2000, all’inizio auto-finanziando il tutto, ha messo in piedi una cooperativa di lamponi che oggi da’ lavoro a 500 persone di Bratuanc, miste, e che oltre al lavoro pian piano ri-crea anche quella normalità di tessuto e relazioni sociali che sono stati distrutti con la guerra. Una donna che mi da’ l’idea di credere e vivere al 100% ogni parola che dice. R.., con una faccia sorridente e degli occhi pieni di energia e vita vissuta, alla mia domanda perché questo progetto funziona, mi risponde, come se fosse la cosa più normale del mondo: “è fondamentale stare qui e viverci, io abito praticamente in questa cooperativa, credo in quello che facciamo e mi metto in prima linea. Ma non mi pesa, perché quando abbiamo cominciato sembrava solo un sogno ed ora questo sogno è la mia realtà, vivo il mio sogno, insieme ad altre 500 persone.”


E così la settimana è un continuo crescendo, in questo mix agro-dolce balcanico, tra lacrime e sorrisi, tra un cuore pesantissimo e riempito di significato. Ci lasciamo nella speranza che un giorno questi ragazzi possano venirci a trovare in Kossovo, per raccontare la loro esperienza e per uno scambio prezioso.
Sono arrivata in questo posto con le lacrime e riparto con le lacrime. Dovremmo forse stare qui, come dice R., vivere qui a fianco a questi ragazzi e camminare con loro come lo stiamo facendo in Kossovo?
Con grande fatica e mille dubbi ora mi ritrovo qui a casa mia, nella mia camera, e mi rendo conto quanto sono pian pianino cambiata in questi anni, quanto i Balcani, ma soprattutto la gente che ci abita, mi abbiano cambiata. Fra qualche giorno ritorno in Kossovo, cambiata, e con la frase di Fabri più chiara che mai “più ci stai e meno ci capisci”.


Srebernica mi mancherà, non l’avrei mai sognato. Quello che voglio dire è che noi che lavoriamo in zone di conflitto o post-conflitto non siamo impermeabili alla sofferenza (anche se a volte lo vorremmo tanto), a volte ti fa piangere e a volte è proprio questa sofferenza a spingerti a rimanere e a provare a stare vicino alle persone cercando con loro un modo per vivere una vita dignitosa e provando tutto il possibile perché la guerra e la sofferenza non generino altra guerra e sofferenza.

 

Sonja Cimadom

volontaria dell'Operazione Colomba a Gorazdevac - Kosovo

 

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