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Ai margini dell’ufficialità. Ballare a Srebrenica.

20.9.2008, Fondazione Alexander Langer Stiftung

Riflessioni sulla seconda settimana internazionale della memoria e su quello che ne è rimasto fuori.

Nebbia fitta. Pioggerellina che ti infradicia senza fartelo sapere. Arcobaleno di grigi e nausea da tornanti. Lo splendido altopiano della Romanija - Romanija mia, Romanija in fiore - oggi che lo attraverso per andare a Srebrenica è tutto un presagio di morte. O almeno io non riesco a vederlo diversamente. Nebbia fitta. Pioggerellina che ti infradicia senza fartelo sapere. Arcobaleno di grigi e nausea da tornanti. E poi animali spiaccicati ai bordi della strada, case in rovina e topografie da uranio impoverito. Colmo della letteralità, il passaggio di un carro funebre. Il tutto condito da quel sottile disagio che ancora oggi mi accompagna ogni volta che percorro l’entità cirillica.

Mi arrabbio. Mi arrabbio con il paesaggio che da circostante diventa di circostanza. Scenografia scontata, da brutto film. Sto andando a Srebrenica, ad affrontare il mostro, e il mondo che vedo si adatta alle mie aspettative, riempiendosi di simboli convenzionali della morte. Immagino che succeda spesso, e a tanti/e, ma mi arrabbio lo stesso: possibile che il giorno che vado per la prima volta in vita mia sul luogo di un genocidio non possa splendere il sole?

Poi mi tranquillizzo, perché realizzo quale sarà la vera sfida di questi giorni: evitare la tentazione di caricare di senso ogni cosa, ogni volto, ogni dettaglio. Evitare di pensare alla pioggia come ad un segno nefasto, e pensarla invece come un fenomeno atmosferico. E così per tutto il resto. Disfarsi degli strati del già detto del del già scritto. Tornare all’essenza scarna delle cose. Precondizione per anche solo pensare di poterle cominciare a capire.

Troppo presto forse per dirlo, ma credo di aver già identificato la strategia con la quale mi cimenterò con Srebrenica e con la settimana della memoria. Ne perlustrerò i bordi, le soglie, i crinali. Mi manterrò in disparte rispetto al corteo. Osserverò i mulinelli anarchici prodotti dalla corrente ordinata del programma. Esplorerò i margini dell’ufficialità.

L’arrivo a Srebrenica è in controsenso, è a ritroso. Si risale la corrente dell’esodo, il cammino della moltitudine in fuga dalla città. Prima i villaggi e i monti sulla via per il territorio liberato. Poi Bratunac, e Potočari con l’area del memoriale e la Fabbrica. Infine lei, il punto di partenza, Srebrenica. Contro il grigiore si stagliano, a poco a poco, sagome di donne di ritorno dalle compere, vecchi ciondolanti, cani randagi. Possibili notizie di assenze e traumi. Per me, per ora, notizie di vita.

La prima giornata mi dà la dimensione dei giorni successivi, mi indica l’ampiezza possibile dell’esperienza. Il pomeriggio ascolto immobile la voce delle autorità, liturgia di belle parole e auguri ufficiali declamati dal palco, alla luce dei riflettori. E’ un momento centrale, ma mi sento confinato. La notte mi ritrovo in un bar affollato di gioventù, dove un ragazzo canta e suona la chitarra in mezzo a noi, e ci fa ballare. E’ un momento marginale, ma mi sento al centro. Quando si balla, ci si sente sempre al centro.

I giorni successivi mi aggrego ai viandanti. Ogni mattina abbiamo due ore di tempo per camminare Srebrenica, prima che inizi il programma della giornata. Lo so, anche questo è un tempo organizzato. Ma troppo forte è il richiamo del confine, quello tra abitato e disabitato, tra città e bosco. E poi il camminare è fonte di scorci privati, pensieri trattenuti e incontri imprevedibili, anche con i tuoi stessi/le tue stesse compagni/e di cammino.

Mi approprio delle acque delle sorgenti curative di Crni Guber. Provo a bere, e il sapore acre di metallo mi fa contorcere la faccia in una smorfia. Mi detergo il braccio che mi sono graffiato il giorno prima con l’acqua buona per la pelle. Mi bagno gli occhi aperti con un’acqua che cura la vista, e dopo qualche secondo di pizzicore sento gli occhi puliti, nitidi come mai prima. Facciamo battute scontate accalcati intorno alla fonte della bellezza, chissà quante ne ha già sentite in tutti questi anni. Al ritorno, siamo tutti/e di buon umore.

La soglia della Casa della Cultura - luogo dei nostri incontri di programma - è popolata da un nugolo di bambini della città. Basta qualche parola pronunciata nella loro lingua, e scoprono la mia presenza. E io la loro. Ci prendiamo in giro, loro giocano sul mio spaesamento e io sulla loro piccola età. Mi affeziono a David,  undicenne, la cui esuberanza mette in imbarazzo più di uno/a. Un giorno si siede di fianco a me e mi chiede se ho in mente delle buone ragioni per cui lui non dovrebbe andarsene via da Srebrenica, dalla Bosnia. Prendo fiato, ci provo. Tentativo vano, le sue ragioni di bambino sono più forti dei miei ragionamenti di adulto. Ma non mi dispero, perché sento di essermi fatto un amico.

I bambini di Srebrenica sono curiosi, vogliono vedere che cosa c’è da vedere. Ci seguono, entrano in sala, prendono posto. Assistono a concerti, dibattiti, proiezioni, ma non capiscono tutto e si distraggono come scolari in gita. Sentir parlare italiano e inglese è interessante solo per i primi minuti, dopodiché annoia. E la noia si sconfigge facendo rumore, attivando il corpo. La concentrazione è perduta: il pubblico adulto si infastidisce e fa shhh, i bambini si accorgono del loro potere eversivo e insistono. Piccoli esseri venuti dal margine fanno azione di sabotaggio della macchina formale, ne mettono allo scoperto i limiti per rivendicare il proprio posto. E’ giusto che ci siano anche loro, penso.

E’ però semplicistico pensare ai bambini unicamente come disturbatori ed agli adulti come ligi adepti dell’ufficialità. Me lo ricorda un ubriaco, che irrompe più volte in sala col suo puzzo di rakija e lo sguardo inequivocabile di chi ha voglia di alzare la voce. Il suo fare è conforme alle aspettative: rozzo, irrispettoso, marginale. Ma ad un certo punto mi sorprende la pertinenza di una delle sue esternazioni, che lo ricolloca al centro: “fateci delle domande”, dice nella sua lingua rivolgendosi ai relatori. Fateci delle domande.

Tra le prime visite in programma, quella al memoriale e alla Fabbrica. Al memoriale mi sento istupidito, come ai funerali. Mi irrita chi non si concentra, ma sono il primo che vorrebbe andarsene. Il riverbero del sole sulle tremilacinquecento tombe bianche è abbacinante. Socchiudo gli occhi ed il cuore. Non traggo conclusioni, non elaboro il lutto. Mi accorgo che nei giorni seguenti ogni volta che passiamo in automobile, furgone o pullman per la strada che costeggia il memoriale tutti smettono per qualche secondo di parlare. Per ricominciare non appena l’ultima tomba esce dal campo visivo.

La Fabbrica è tutt’altro luogo. Era base delle Nazioni Unite, isola di salvezza nella tempesta del genocidio. Ma i suoi guardiani non sono stati all’altezza del compito. Molte vite che qui avevano trovato scampo sono state sgomberate. Oggi è luogo opposto e complementare al memoriale, rispetto al quale si trova dall’altra parte della strada. Entro. La penombra mi fa riaprire gli occhi, concilia il raccoglimento. Ci sediamo a vedere un video che racconta i giorni dell’orrore. Immagini conosciute, purtroppo familiari. Al posto delle infinte tombe bianche qui c’è un grande cubo nero, che accoglie alcune nicchie. In ognuna di esse - sono una ventina - c’è la foto di una vittima, corredata da una breve biografia e da un oggetto rinvenuto con il cadavere: un orologio, una sigaretta, un fazzoletto. La tragedia qui esce dall’anonimato, si fa volto e vita, diventa umana. Dai margini dell’oblio, queste poche vite sono portate al centro, elette a monumento intimo e universale a un tempo.

Grazie a due amiche italiane, ho l’opportunità di incontrare una famiglia che abita in una modesta casa di mattoni sul margine del memoriale. Traduco da una lingua all’altra, e così facendo ascolto due volte. Una vicina di casa si unisce all’incontro. Sa che tra le mie due amiche e la famiglia c’è un legame di solidarietà che è anche sostegno economico. Rivendica il suo diritto allo stesso trattamento. Dice di sentirsi esclusa, dimenticata. Nell’allegra confusione dei bambini intenti a prendere confidenza con i regali appena ricevuti, mi racconta la sua storia, che traduco. In un momento abbassa la voce, dice una parola che non comprendo. I bambini hanno appena finito di montare gli aquiloni, lei sussura ancora la parola, attenta che loro non la stiano ascoltando. Questa volta la colgo, e la traduco prima che mi faccia male. E’ parola di corpo violato.

Ho ripensato ai margini della Fabbrica, a quello che nella visita ufficiale non è dato vedere. Le stanze dove alloggiavano i soldati olandesi e canadesi del contingente internazionale. Le scritte offensive e i disegni pornografici che hanno lasciato sulle pareti bianche. Rivedo quel carro armato con un fallo al posto del cannone. Ripenso a chi mi disse una volta che la guerra è una festa, una celebrazione orgiastica dell’identità. Penso che forse stupri, torture e uccisioni non sono accessori della guerra, ma suoi veri motivi ispiratori. Chi decide la guerra lo fa per calcolo politico ed economico, ma chi la pratica lo fa per poter fare certe cose in libertà, al riparo dalle sanzioni e dal giudizio.

Sento amaro in bocca. Come dice Roberta, che è qui per raccogliere ricordi di feste che invece sono belle, allegre e innocenti, c’è bisogno di un dolcetto per toglierci questo sapore amaro dalla bocca. Ce l’ho, il dolcetto. E’ un lampone di Rada Žarković, un lampone di pace. Viene da una cooperativa dove lavorano Insieme persone che la logica delle etnie vorrebbe separate. Metto il lampone in bocca, lo assaporo. Lo penso come segno d’amore. Sono consapevole di star cadendo nello stesso errore che ho fatto all’inizio del viaggio: sto caricando di senso i dettagli. Ma  adesso, che sono alla fine del viaggio, mi lascio andare. Cerco i lamponi che punteggiano la mia esperienza della Bosnia Erzegovina, ne conto tanti. E mi viene voglia di ballare.

Federico Sicurelle 

 

Queste righe sono dedicate alle persone che hanno camminato con me in quei giorni. Persone che ho conosciuto a Srebrenica, o che conoscevo già da prima ma che grazie a Srebrenica ho conosciuto meglio. Ringrazio la Fondazione Alexander Langer, organizzatrice della settimana. Non mi sarei permesso di parlare dei margini, e quindi di distogliere l’attenzione dalle belle cose che la fondazione ha organizzato per noi, se non sapessi che tante altre voci ne stanno parlando.

 

Tratto dal blog Kafana

 

 

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