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Visita ai rappresentanti delle religioni islamica, cristiano ortodossa, cattolica

26.8.2008, Ufficio stampa

“Prima della guerra, a Srebrenica vivevano 30 famiglie cattoliche, oggi vengono qui solamente una ventina di persone”, ci spiega la nostra guida croata mentre ci mostra le rovine della chiesa costruita da frati francescani nel 1291. Oggi sopra quel che resta della chiesa sorge una piccolissima cappella commemorativa. Gli scavi non sono mai stati completati e la custode si lamenta che l’erba cresce molto rigogliosa, coprendo in parte questa preziosa testimonianza del passato.

Siamo a Srebrenica, terra martoriata da una guerra e da un genocidio, solamente 13 anni fa. Oggi dei combattimenti vi è ancora evidente traccia, ma la pluralità di confessioni e di religioni presenti in questa piccola cittadina è sorprendente.

La nostra prossima tappa prevede la visita alla moschea, dove ci accoglie l’imam. Si chiama Damir Pestalic, è giovanissimo ma ha già una grande responsabilità, dovendo guidare spiritualmente una comunità così ferita. Non ha peli sulla lingua e affronta in maniera molto pacata e decisa, i problemi della sua comunità: il genocidio, la negazione di esso, le responsabilità non ancora chiarite di fronte ai tribunali, la necessità di ottenere il riconoscimento delle sofferenze patite e di ricevere le scuse dei colpevoli. Allo stesso tempo si dichiara pronto a chiedere a sua volta perdono a quelle vittime serbe la cui innocenza sia dimostrata.

Anche il pope di Srebrenica, Zeljko Teofilovic, è giovanissimo. Il suo messaggio è molto meno politico. Non entra nelle dinamiche del conflitto ma ci spiega alcune particolarità della Chiesa di Srebrenica in cui ci troviamo, costruita in stile occidentale e non bizantino. Vengo a Srebrenica da tre anni ma è la prima volta che ho l’opportunità di incontrarlo. L’anno scorso, infatti, il tentativo di invitare contemporaneamente il pope e l’imam alla prima Settimana Internazionale non era riuscito. Quindi quest’anno, se il pope non va alla Settimana, la Settimana va dal pope. Il fatto che quest’anno il contatto sia riuscito è un notevole passo avanti. Non pretendo che in qualità di guida spirituale della comunità serbo-ortodossa di Srebrenica si senta in grado di entrare nel merito di colpe e crimini commessi durante la guerra e nel genocidio. Sul dialogo interreligioso rimane cauto, ma la relazione con l’”imam Damir” è molto buona, ci spiega: “Ho imparato più da lui sull’islam che durante tutti i miei studi”. La religione veicola un messaggio di pace, spiega, e nessun crimine può essere commesso in nome della religione, di nessuna religione.

Non entriamo, con le nostre domande, in argomenti potenzialmente scomodi per il pope. Non nominiamo il termine genocidio, non gli chiediamo del passato, né del ruolo della Chiesa ortodossa prima, durante e dopo il conflitto nei Balcani. Per oggi siamo grati di aver instaurato una relazione, le domande più difficili le teniamo per una prossima occasione. Tanto noi della fondazione Alexander Langer a Srebrenica ci torniamo anche l’anno prossimo.

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