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Andrea Rossini: una settimana a Srebrenica

2.9.2008, Osservatorio Balcani
Si è conclusa la Settimana internazionale della memoria, organizzata a Srebrenica dalla Fondazione Langer e da Tuzlanska Amica. Dialoghi di pace nella cittadina simbolo della violenza etnica in Europa Centinaia di partecipanti, dibattiti, proiezioni, momenti di festa e di incontro. Per il secondo anno successivo la Fondazione Alexander Langer di Bolzano e Tuzlanska Amica, associazione bosniaca di sostegno a donne e bambini vittime di guerra, hanno dato vita a Srebrenica alla “Settimana Internazionale per la Memoria”. L'iniziativa, che avviene nell'ambito del progetto “Adopt Srebrenica”, si è tenuta dal 24 al 29 agosto scorsi, grazie anche al sostegno di diverse associazioni ed enti locali italiani e bosniaci e alla collaborazione della Cooperazione italiana in Bosnia Erzegovina. Come per la passata edizione, al centro del dibattito di queste giornate sono stati posti i temi della memoria, della giustizia e della trasformazione nonviolenta dei conflitti. Diversamente dall'anno scorso tuttavia, quando la partecipazione locale era stata molto limitata, quest'anno anche la città ha risposto, almeno in parte.

 

 


“Abbiamo cambiato approccio, abbiamo capito che non potevamo confinare la settimana all'interno della Dom Kulture, come l'anno scorso, perché questo finiva per escludere la popolazione locale”, ci dice Sabina Langer. “Abbiamo mantenuto un programma di conferenze e seminari, organizzando però allo stesso tempo diverse iniziative culturali e sociali, e siamo usciti dalla città per incontrare anche le comunità locali che risiedono nei villaggi dell'area.”

“Si tratta di una settimana complessa di iniziative”, aggiunge Mauro Cereghini, responsabile della Settimana internazionale per la Fondazione Langer. “Da un lato c'è una parte di animazione e di relazione con la città di Srebrenica e con il territorio. D'altro canto però dobbiamo anche cercare di presentare e raccontare Srebrenica a circa 150 persone che vengono dall'Italia e dall'estero, coinvolgendo intellettuali bosniaci e di altri Paesi europei. Mettere insieme queste due cose non è facile, complessivamente però direi che la sfida ha tenuto. Non so quante volte si sia vista la Dom Kulture di Srebrenica così piena come in questi giorni...”



Fondazione Alexander Langer

Oneworld South East Europe

Cooperazione Italiana Bosnia Erzegovina

La partecipazione di quest'anno è stata anche favorita dalla straordinaria rete che si è creata intorno a Fondazione Langer e Tuzlanska Amica per la realizzazione dell'iniziativa. Tra le varie associazioni presenti anche Oneworld South East Europe che, con il sostegno della Cooperazione Italiana in Bosnia Erzegovina, ha tenuto per tutta la durata della Settimana un workshop sui media. “Avevamo due obiettivi”, ci dice Valentina Pellizzer, direttrice dell'organizzazione. “Quello di far lavorare insieme un gruppo di ragazzi provenienti dall'Italia e da diversi Paesi balcanici, utilizzando i media per imparare a guardare la realtà superando i propri stereotipi. Il secondo obiettivo era quello di realizzare, con questo gruppo, un foglio di informazione quotidiano sulla Settimana, in italiano e lingue locali. Alla fine è andata molto bene, oltre al giornale cartaceo abbiamo creato anche una versione elettronica e prodotto una serie di trasmissioni andate in onda su Radio Srebrenica nel programma gestito da un'associazione locale, Prijatelji Srebrenice...”

La Cooperazione Italiana in Bosnia Erzegovina (UTL Sarajevo) ha partecipato alla Settimana realizzando diverse iniziative rivolte ai giovani di Srebrenica e dei villaggi circostanti: “Abbiamo organizzato un laboratorio artistico sul teatro dei burattini, tenuto dal maestro Hamica Nametak, e un laboratorio di pittura condotto da Radenko Djordjević, pittore professionista”, ci ricorda il direttore dell'UTL, Aldo Sicignano. “Inoltre abbiamo presentato nella Dom Kulture la mostra fotografica 'Attraverso i nostri occhi', risultato di un laboratorio di fotografia cui hanno partecipato nelle scorse settimane gli studenti delle scuole superiori di Srebrenica, sotto la guida del fotografo Sadik Salimovic.”

Il bel teatro della Dom Kulture (edificato negli anni '80 per una capienza di 460 posti, come ci informa con orgoglio la direttrice della biblioteca, Nada Jovanović) si è riempito durante le serate degli spettacoli. Ad attirare il pubblico gruppi come la compagnia Motus Danza di Siena, la Baobab International Orchestra di Pescara e l'attrice e regista Roberta Biagiarelli che ha presentato, insieme alla Maxmaber Orkestar di Trieste, il convincente ed emozionante “Il tempo della festa”, frutto di una ricerca sulla memoria delle festività che si tenevano al tempo della (ex) Jugoslavia. La nostalghia ha attraversato la sala: “E' stata un'emozione molto forte”, ricorda Adriana Giacchetti, voce e percussioni della Maxmaber. “L'energia che arrivava sul palco dalla platea era fortissima. Quando ho iniziato a cantare, e tutta la gente si è messa a cantare insieme a me, ho dovuto in qualche modo escludere l'ascolto perché temevo di non farcela ad arrivare fino in fondo...”

Gli spettacoli si sono alternati ai dibattiti e alle tavole rotonde cui hanno partecipato, tra gli altri, Vesna Teršelič (ONG Documenta – Zagabria), la Fondazione Pogranicze della Polonia, Fabio Levi della Fondazione Langer, Marijana Grandits, della Commissione per i diritti umani del ministero degli Interni austriaco, Rada Zarković, direttrice della cooperativa “Insieme” di Bratunac e Mirsad Tokača del Centro per la Ricerca e la Documentazione di Sarajevo. Nella giornata conclusiva si è tenuto il dibattito “Da Srebrenica a Bruxelles: l'Europa che vogliamo”, introdotto da Valentina Gagić, del gruppo locale di Adopt Srebrenica, e dal sindaco della città, Abdurahman Malkić. Dopo l'intervento di Tommaso Andria, primo segretario dell'Ambasciata d'Italia in Bosnia Erzegovina e di Aldo Sicignano, direttore della Cooperazione italiana, è intervenuto Vedran Dzihić, del Centro per le Strategie di Integrazione Europea (CEIS), sottolineando che “Srebrenica rappresenta lo specchio morale dell'Europa, ci ricorda uno dei momenti più vergognosi della storia europea. Ma l'Unione Europea è incerta di fronte al proprio futuro, proprio quando ne avremmo più bisogno...”. Dzihić ha sostenuto poi che “la strada verso l'Europa rappresenta la strada verso noi stessi, la ricerca di una normalità e della nostra identità, e insieme la speranza di ritrovarci come cittadini della Bosnia Erzegovina e non come serbi, croati, o musulmani.”

Franco Juri, giornalista e corrispondente di Osservatorio sui Balcani da Koper/Capodistria, ha ricostruito la storia recente della regione e sua personale, ricordando il percorso di “una parte fortunata dell'ex Jugoslavia, la Slovenia, che non ha più confini con l'Unione Europea”, mentre diversa è stata la sorte della Bosnia Erzegovina: “L'Europa che hanno conosciuto i bosniaci sono stati purtroppo i caschi blu, ed è stato un disastro.”

Nella seconda parte della conferenza sono intervenuti Olja Homa, di Novi Sad, direttrice della rete di associazioni “Citizens' Pact for South East Europe”, Vehid Sehić, del Forum Civico di Tuzla, e Valentina Pellizzer, direttrice di Oneworld South East Europe, portando il loro contributo in maniera critica sul ruolo dei cittadini nella costruzione dell'Europa.

A margine della Settimana Internazionale della memoria si è tenuto un incontro di coordinamento tra le diverse associazioni e organizzazioni non governative italiane che operano nell'area. All'incontro, convocato dalla Cooperazione italiana, hanno partecipato tra gli altri Ucodep, Educaid, Cisp, ACS, Nemafrontiera, Sagapò e le associazioni bosniache Sara, Oneworld South East Europe e Emmaus.

Nel corso dell'incontro il direttore dell'UTL, Aldo Sicignano, ha ricordato l'apertura entro fine anno di un ufficio della cooperazione italiana a Srebrenica, che servirà per il coordinamento e la supervisione di due progetti recentemente approvati dal ministero degli Esteri sullo sviluppo rurale integrato dell'area e a sostegno della comunicazione e per lo sviluppo sociale e culturale in Bosnia Erzegovina.

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