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Mario Raffaelli: Accordi di pace, segnali di guerra
Intervista a Mario Raffaelli. Già deputato trentino, è stato sottosegretario agli esteri con incarichi specifici per l’Africa. Attualmente è inviato speciale del governo italiano al processo di pace per la Somalia.

Quale compito svolge in questo periodo in Somalia?

Avevo cominciato nell’agosto del 2003 con un incarico speciale del governo, inizialmente collegato alla conferenza di riconciliazione nazionale in Somalia che è finita nell’ottobre del 2004. Da quasi tre anni risiedo permanentemente a Nairobi e da lì mi muovo nei vari paesi del Corno d’Africa.
Una delle decisioni assunte dopo la conclusione della conferenza, che aveva dato vita a un parlamento e un governo transitorio, era quello di istituire un organismo internazionale presieduto dalle Nazioni Unite, al quale sono stato incaricato di partecipare, per accompagnare questi cinque anni di transizione che devono terminare nel 2009, con un referendum sulla costituzione definitiva..

Che possibilità ci sono per giungere a un accordo ?

Il processo di pace avviato è stato contrastato fin dall’inizio, in particolare per via della divisione tra il presidente e il governo provvisorio, formato con la partecipazione dei “warlord”, i signori della guerra di Mogadiscio. Alcuni di loro erano diventati ministri, ma avevano iniziato a creare tensioni su alcuni problemi, peraltro reali, come la scelta della capitale, l’intervento esterno internazionale, la presenza di truppe africane a garanzia della stabilità. Nonostante queste contraddizioni nel gennaio 2006 era stato convocato per la prima volta il parlamento somalo a Baidoa, ma proprio in quel periodo a Mogadiscio hanno preso il potere le corti islamiche.


Perché un così grande consenso alle corti islamiche?

Il discorso sarebbe complesso, ma cerco di semplificarlo. Le corti islamiche sono nate a Mogadiscio essenzialmente per portare un minimo di ordine e rispetto della legge in una città che dal ‘91 non aveva istituzioni formali. Sono nate su base clanica, con una giurisdizione legata all’area in cui erano situati i diversi sotto-clan. Dal 2000 si sono coordinate fra loro, cominciando ad avere anche un’agenda politica più ambiziosa; sostituendosi, in assenza di un’autorità di governo centrale, nella rappresentanza degli interessi organizzati sia politici che economici.
Nel 2006, in pochi giorni, in poco più di un mese, sono riuscite a spazzare via tutti i signori della guerra che avevano imperversato a Mogadiscio e a conquistare anche un certo consenso popolare. L’occasione l’aveva offerta lo spazio che la cosiddetta “alleanza contro il terrorismo” aveva dato ai warlord, pure legati a vari sottoclan, che operavano un po’ come cacciatori di taglie, come i bounty killers nei film western, taglieggiando anche la povera gente, con blocchi stradali, di imposizione di tasse improprie. La popolazione di Mogadiscio e i militanti dei clan hanno sostenuto le corti islamiche non per un fattore religioso, non per un estremismo personale, ma per un semplice desiderio di ordine e sicurezza, accettando anche qualche fenomeno di radicalismo religioso, molto enfatizzato dalla stampa internazionale.

E infatti Mogadiscio e una grande parte del contro-sud, in sei mesi, hanno ripreso a vivere per la prima volta ed è per questo che c’è stato un atteggiamento molto ostile all’intervento armato dell’Etiopia.

Avevano fatto lo stesso errore gli osservatori internazionali all’inizio degli anni ’90, quando avevano scambiato gli oppositori di Siad Barre come un movimento di liberazione dotato di una sua omogeneità e di una sua piattaforma politica, come anche era successo in altri paesi africani. E però non era così, perché appena venuto meno ciò che li unificava, la cacciata del dittatore, era cominciata una dura lotta interna dalla quale si è subito chiamato fuori il Somaliland, chiedendo l’indipendenza, e poi anche il Puntland che vorrebbe essere riconosciuto come regione autonoma dentro una Somalia federale.

Per inciso, può accennare alla situazione dell’economia somala?

Gran parte della popolazione vive di un’economia di sussistenza, o grazie alle rimesse economiche dalla diaspora: si parla di 700/800 milioni di dollari all’anno, che corrispondono al doppio di tutti gli aiuti internazionali annuali allo sviluppo. Ci sono agenzie molto efficienti che riescono a fare arrivare nel giro di 48 ore alle famiglie un bonifico fatto a New York. Ma non mancano settori economici molti dinamici, in cerca di stabilità e rappresentanza.

Il settore più dinamico è rimasto il commercio da e verso i paesi del Golfo, il Kenia, il Corno d’Africa, con possibilità di guadagni molto forti, dovuti all’assenza di tasse. Commerci di beni in transito, ma anche di bestiame e prodotti agricoli dalle regioni più stabili. Un altro settore molto importante è quello delle telecomunicazioni, con la rete più economica ed efficiente dell’intera Africa. Va infine ricordato che tutti i servizi normalmente forniti da un potere pubblico sono gestiti in Somalia direttamente da privati che ne ricavano notevoli profitti: energia elettrica, sanità, acqua, istruzione.

Quindi l’intervento militare etiope ha destabilizzato di nuovo la situazione?

Con l’Etiopia, il grande vicino, c’è una storia di antiche tensioni e di guerre. Temo che una Somalia forte, unita e con una leadership islamica possa riaprire la questione di sovranità sull’Ogaden, la cosiddetta quinta regione dell’Etiopia che è a totale popolazione somala, oggetto di due guerre particolarmente devastanti.
L’intervento militare etiope ha reso di nuovo drammatica la situazione a Mogadiscio. Nei mesi di marzo e aprile dell’anno scorso c’è stata addirittura una battaglia campale all’interno della città che ha fatto parlare di piccola Baghdad. Ci sono stati infatti per la prima volta attentati suicidi, bombardamenti, uso dell’artiglieria pesante e degli elicotteri contro la popolazione civile nei quartieri dove l’opposizione aveva maggiori sostenitori. Si parla di seimila vittime civili a Mogadiscio nel corso di quest’anno, lo sfollamento di quasi un milione di persone, che ha fatto dichiarare alle Nazioni Unite che si tratta della maggiore catastrofe umanitaria del momento, peggiore del Darfour.

Quale ruolo può giocare l’Italia?

L’Italia può svolgere una funzione positiva in Somalia non solo per la storia dei suoi rapporti con quell’area. E’ un paese ben visto dalla popolazione, non ha grandi interessi economici da affermare, ha sempre scelto di avere un ruolo di mediazione tra i diversi schieramenti in campo. Manca ormai solo un anno e mezzo alle elezioni previste dagli accordi di transizione. Se non si dovesse riuscire a concludere in tempo questo processo, si aprirebbero scenari completamente diversi, verrebbero buttati via anni di sofferenze terribili. Questo vuol dire sostanzialmente lavorare per avere due accordi: uno con l’opposizione armata per la rinuncia alla violenza e il riconoscimento del percorso pattuito e uno sul ritiro degli etiopici in un contesto che eviti un vuoto di potere e di sicurezza per il governo provvisorio.