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Elisa Grazzi: La figura di Mana ci dice....

12.5.2008, Fondazione
Mana Sultan Abduraham Alì Isse era una donna somala che ha deciso di non stare a guardare la rovina del suo Paese. Una donna intelligente che aveva i mezzi per intervenire e ha deciso di farlo. Figlia dell'ultimo sultano della cittadina di Merka, figura molto popolare e soprattutto grazie alle sue politiche riformiste, Mana è un esempio di cambiamento positivo e coraggioso che viene dall'interno e quindi ha potenzialmente più futuro. Un cambiamento che parte nel momento della disperazione e si fonda sulla capacità di vedere oltre.

 

Cerchiamo qui di raccontare l'impegno di Mana attraverso quello che le sue parole e la sua figura hanno da dirci.

“Nel '91 avevo lasciato la Somalia insieme a mia sorella e a mia figlia. Eravamo a Roma e la TV cominciò a trasmettere le immagini dello sfacelo del Paese. Così decisi di rientrare”. Tornata a Merka, la sua città, Mana comincia ad accogliere i profughi che arrivavano a migliaia dalle campagne e ad affrontare l'emergenza dei numerosissimi orfani. “Spesso i profughi avevano camminato per giorni ed erano allo stremo delle forze. C'erano cadaveri ovunque e bambini abbandonati. Il primo lo raccogliemmo in centro città e lo portammo a casa nostra. Era attaccato al seno della madre, già morta. Non sapevamo nulla di lui, neanche il nome. Lo chiamammo Ayuub, Giobbe”. Un nome che augura pazienza e speranza: le virtù dei forti, necessarie per rialzarsi e proseguire il proprio cammino. E fu proprio questo il nome scelto per il villaggio di accoglienza che Mana fondò quando casa sua divenne troppo piccola: “Abbiamo raccolto 8023 bambini orfani. Per una parte di questi è stato possibile trovare la zona di provenienza e quindi siamo riusciti a riportarli nei loro villaggi, dove alcuni hanno ritrovato i loro parenti. A questi orfani si dava un sussidio mensile. Per i bambini che era impossibile affidare ai loro parenti abbiamo creato una sorta di villaggio di fortuna (non un orfanotrofio) alle porte di Merka. Presto il villaggio si riempì di oltre un migliaio di bambini, a cui cercammo di trovare delle madri adottive, donne che erano rimaste sole a causa della guerra”.

Le parole di Mana, ma soprattutto la sua figura fanno pensare e mettono in discussione molti dei semplicismi che sono i nostri punti di riferimento mentali quando pensiamo all'Africa. Mana ci dice che l'Africa sa essere intraprendente e sa prendere l'iniziativa per affrontare le proprie difficoltà; che in Africa c'è chi sa mettere a buon frutto la propria posizione di relativo potere, intervenendo pragmaticamente e nell'interesse di tutti; ci trasmette ottimismo e fiducia nel futuro. Inoltre, la figura di Mana mette in questione l'idea superficiale della donna sottomessa e impotente: “La donna è il pilastro della Somalia, se qualcosa è rimasto della Somalia dopo questi quattordici anni è grazie alle donne, perché sono state le uniche che sono riuscite a lavorare, ad arrangiarsi in qualsiasi modo per aiutare la famiglia”. Ed è anche al miglioramento della condizione femminile che Mana ha dedicato buona parte del suo impegno e delle sue energie riformatrici. All'epoca delle trattative condotte a Nairobi dalle varie fazioni politiche e dai clan per dare vita al nuovo governo nel 2004, era riuscita a ottenere che il 12% dei deputati al Parlamento provvisorio fossero donne. “Mi avevano proposto il 3% - puntualizzava - io chiedevo il 25%”.


L'apertura mentale e la creatività sono fondamentali per affrontare positivamente le situazioni problematiche e di conflitto. La figura di Mana ci testimonia anche questo.


 

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