Alexander Langer Alexander Langer Racconti, ricordi e dediche

Scritti di Alex Langer Racconti, ricordi e dediche
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Sandro Boato, PENSIERI DA UN'ESTATE CATTIVA

8.9.1995, da "Alto Adige", 8.9.1995
Se ne va un'estate incerta, cattiva: con troppo secco e sete per una Spagna in gravissima crisi climatica, con troppe precipitazioni d'acqua e di vaniloqui a danno del turismo e della politica in Italia, con troppe vittime innocenti dell'intolleranza e dell'odio sulle sponde del Mediterraneo, in Algeria, in Israele/Palestina, nell'ex Jugoslavia e ancora a Sarajevo, indifesa sino a ieri.

Un'estate adatta alla lettura dunque e alla riflessione. Mi sono concentrato sui Balcani - e sulla Bosnia in particolare - avvertendo intensamente la presenza e l'assenza di Alexander Langer, del suo pensiero politico, della sua cultura centroeuropea e mediterranea, del suo impegno pluriennale per la convivenza degli slavi del Sud. In due libri di grande respiro e nei rispettivi autori, ho riscontrato assonanze di fondo con la riflessione e con l'azione di Langer: "Danubio" (Garzanti, 1989 di Claudio Magris, germanista triestino e recente parlamentare, e "Mediterraneo" (Garzanti, 1991) di Predag Matvejevic', romanista jugoslavo-bosniaco e scrittore "europeo" nativo di Mostar. Pur essendo entrambe queste fascinose narrazioni storico-geografiche precedenti alla rottura della Jugoslavia, all'aggressione croata e serba contro la Bosnia e all'assedio serbo di Sarajevo, sono egualmente di grande aiuto per capire la complessità del Centro Europa, "stratificazione di secoli rimasti sempre presenti, di lacerazioni e conflitti irrisolti, di ferite non cicatrizzate e di contraddizioni non conciliate" (Magris), e la aleatorietà del concetto di identità, di etnia, di nazionalità "spesso traballante" sul Mediterraneo e nei Balcani in particolare (Matvejevic').

Romanzi-saggi destinati a durare nel tempo, "Danubio" e "Mediterraneo" trasmettono le tensioni contrastanti tra ricchezza delle diversità regionali e cuturali e assolutizzazione delle radici ed esclusivismo delle tradizioni, e inoltre tra localismo particolaristico ed isolamento conservatore nella terraferma e nella montagna della comunicazione aperta e scambio innovativo nel mare e nelle città.

Queste osservazioni e questi concetti mettono in gioco il futuro dell'Europa ed hanno costituito parallelamente l'humus dell'esperienza e dell'iniziativa di Langer, a partire da Die Brücke/Il ponte tra tedeschi e italiani nell'Alto Adige/Südtirol degli anni Sessanti (che riecheggia la centralità fisica e culturale del ponte nell'opera del grande scrittore bosniaco Ivo Andric') passando poi per la campagna d'opinione contro il "censimento-schedatura etnica" imposto dalla Provincia di Bolzano dal 1981, fino al suo disperato impegno per la convivenza interetnica nel Kòsovo e a difesa delle città bosniache - contro ogni apartheid e "pulizia etnica".

La convivenza ed i diritti umani, valori "europei" elementari astrattamente condivisi da tutti, si sono dimostrati al contrario inarrivabili di fronte ai nazionalismi croato e serbo, ed a un'autodeterminazione assunta come diritto assoluto e mito indiscutibile.

Alexander Langer, paladino delle minoranze ed emblema della loro difesa, aveva capito assai per tempo - proprio grazie all'impegno per un'evoluzione positiva della vertenza interetnica sudtirolese - a quale deriva potesse portare l'estremizzazione di tale diritto, se vissuto per contrapposizione, svincolato dal valore primario della convivenza. Giustamente, Reinhold Messner additava, alle persone convenute per ricordarlo nel chiostro dei Francesani a Bolzano il 7 luglio scorso, la sua prospettiva quale testimonianza ed esempio di respiro europeo, autentico rovesciamento di quel "dividiamoci per capirci meglio", a lungo prevalente nella Svp.

Gli eccidi efferati e gli esodi biblici di Srebréniza, Zepa, Bihac' e Knin sono altrettanti contrassegni della perdita di senso umano dell'autodeterminazione, della follia omicida insita nell'etnocentrismo, maggioritario o minoritario che sia. E ancora l'agonia di Sarajevo (e di Tuzla ed altre enclaves bosniache) rappresenta la estrema resistenza alla divisione etnica. Il rifiuto dell'odio per il diverso-uguale, la differenza accettata pur se difficile, la convivenza pluriculturale che caratterizzava l'intera Bosnia, abitata da musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei ed altri.

Langer aveva vissuto questa tragedia europea con pieno coinvolgimento personale, maturando via via nell'esperienza diretta e trasformandosi nei convincimenti più profondi, in particolare sugli impegni trasgrediti dell'Europa comunitaria e dell'Onu per disinnescare il conflitto serbo-croato e poi per liberare Sarajevo dall'assedio serbo-bosniaco.

Sotto i suoi occhi il pacifismo ideologico mostrava tutta la sua impotenza, a spese della popolazione civile delle città bosniache, "zone di sicurezza" garantite dall'Onu solo sulla carta, ma nella realtà prive di ogni efficace difesa ed esposte alla fame, all'aggressione violenta, ai peggiori suprusi, alla distruzione.

Il diritto di "ingerenza umanitaria" affermato da Papa Wojtyla in favore della Bosnia e di ogni minoranza oppressa, l'invocazione dell'intervento armato dell'Onu e dell'Europa a difesa di Sarajevo inerme, da parte del sindaco, l'analoga disperata richiesta del sindaco di Tuzla, conosciuto personalmente da Langer, il rischio quotidiano direttamente vissuto pure dal suo amico Adriano Sofri (autore di un terzo importante saggio di recente pubblicazione, "Il nodo e il chiodo" - Sellerio 1995 - che tratta anche questa incandescente materia) nella capitale bosniaca, contribuiscono alla determinazione dello stesso Langer in favore del diritto alla difesa delle città assediate della Bosnia, anche mediante l'intervento armato internazionale. Mai come ora Alexander Langer servirebbe vivo, presente, attivo.
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