Alexander Langer Alexander Langer Racconti e ricordi

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Riccardo Dello Sbarba: La delusione del mondo

20.7.1995, da "FF" n. 28/95
Quel che avrei voluto dire ad Alex e non gli ho mai detto. Era il giugno del 1993, allora io lavoravo ancora per il quotidiano "Alto Adige". Alex era a Strasburgo e ci parlammo a lungo. Il giorno dopo richiamò lui, da Firenze: l'argomento era delicato e coinvolgente e così aveva deciso di rispondere per scritto.

L'argomento era il suicidio di Gert Bastian e Petra Kelly, i due ex parlamentari dei Grünen tedeschi. Erano amici cari di Alexander Langer.

Un anno dopo la loro morte (avvenuta nell'ottobre del 1992) in Germania la loro storia faceva ancora discutere. Der Spiegel aveva appena pubblicato una lunga storia di copertina, che prendeva spunto da un libro-inchiesta della femminista Alice Schwarzer e riapriva diversi interrogativi. Questa fu l'occasione per riparlarne con Alex.

Lui era ancora molto scosso. Nei suoi viaggi per l'Europa Petra Kelly era stata uno dei suoi punti di riferimento e la sua morte gli era caduta addosso improvvisa come un macigno. Quella morte, mi pareva, Alex la portava ancora dentro di sè, a distanza di un anno, come un'eco prolungata ed irrisolta. Ne parlava commosso, poi si chiariva la voce e raccontava, poi si commuoveva ancora. Per questo, alla fine, aveva deciso di scrivere.

Il fax arrivò verso sera, scritto a mano. "Non posso e non voglio pronunciarmi sui singoli aspetti di un'indagine sui fatti e sugli animi" - così cominciava. I giornali di quei giorni (perfino Stern ci aveva messo le mani sopra) parlavano di "Chaos der Seelen", ricostruivano l'itinerario di sofferenza della coppia, raccontavano la progressiva emarginazione di Petra Kelly da parte dei Grünen e l'attività internazionale sempre più intensa e solitaria con la quale l'ex deputata del Bundestag vi aveva reagito. Parlavano della lenta depressione che l'aveva presa e pubblicavano un suo articolo del 1990, apparso sulla rivista femminista "Emma": "Angoscia, la nuova malattia delle donne".

"La stessa malattia che ho io dal 1983 - scriveva allora Petra Kelly - con gli stessi sintomi: tachicardia, bagni di sudore, brividi gelati, difficoltà a respirare, sentirsi improvvisamente deboli, mal di pancia e di testa e la paura che nessuno ti aiuti".

Tutto questo stava sui giornali di quei giorni e su tutto questo - e su tutte le ferite, le supposizioni, le storie e le malignità che con questo si riaprivano - il "non posso e non voglio" di Alex voleva far tornare un po' di silenzio.

Poi però continuava - aveva voglia di parlare e del resto lui stesso aveva scritto sul quotidiano "Il Manifesto" un lungo ricordo dei suoi due amici, un anno prima, cioè pochi giorni dopo il loro suicidio.

Dunque continuava: "Confermo ciò che già dissi un anno fa: quello che mi pare di scorgere è l'intreccio strettissimo tra delusione sul mondo e disperazione privata: chi dei due abbia, ad un certo punto deciso che per entrambi non si vedeva più una via d'uscita non m'interessa molto e credo di intuire che Petra e Gert abbiano sentito la stessa impossibilità di andare avanti". Anche per telefono aveva usato più volte le stesse parole: impossibilità di andare avanti. Qui però spiegava che cosa volessero dire.

Le spiegava così: "La fine tragica di Petra ricorda un'altra donna che nel recente passato aveva tentato, con una analoga porzione di idealismo tedesco, di invertire la ruota della storia del suo paese: Ulrike Meinhof che, partita da ideali non dissimili, aveva invece finito per dare vita alla Raf".

"Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l'umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere".

Così scrisse Alexander Langer - era il giugno del 1993 e le frasi finali erano le stesse che aveva scritto un anno prima sul "Manifesto".

Ricordo di aver riletto queste frasi più volte, nei giorni successivi, con le persone con cui allora condividevo una certa intimità. Ricordo che mi piaceva la sua calligrafia. Ricordo di aver notato come nell'ultima parte. quella sugli Hoffnungsträger, il soggetto si dilatasse - non c'erano più solo Petra e dUlrike, c'era quel "ci si sente addosso" - una specie di "noi" dai confini incerti che mi pareva angoscioso e inquietante. Mi dissi che gliene avrei parlato, ad Alex, alla prima occasione.

Quell'occasione non c'è stata mai.
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