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Edi Rabini: Le estreme dimissioni, intervista

10.10.1995, Una Città nr. 43/95
Alex aveva una cura quasi maniacale del suo indirizzario. Ce ne puoi parlare?

Al suo indirizzario dedicava tantissimo tempo e l'aveva custodito negli anni come una delle cose più preziose. Aveva continuato ad accrescerlo senza interruzioni. Mentre io aggiorno la mia agenda ogni anno cancellando quegli indirizzi che non mi sembrano utili in un certo periodo della vita, Alex aveva deciso di mantenere con grande gelosia, con grande affetto, con una memoria straordinaria, tutti gli indirizzi delle persone che via via aveva incontrato. Per lui erano persone vive che amava ricordare e di cui, spesso, continuava a sapere anche cose personali, il loro modo di pensare, cosa stavano facendo, cosa avevano fatto, quali responsabilità si erano assunte. Gli piaceva pensare di aver fatto un pezzo di strada insieme e che poi si erano prese direzioni diverse. Cercava spesso, non so nemmeno con quante persone, di mantenere vivo il rapporto, anche solo ricordando un compleanno, e attraverso quello un episodio di vita in comune. Contemporaneamente continuava a pensare, anche, in quali reti di rapporti avrebbero voluto essere utilmente inserite, ma senza mai alcun progetto di unificazione delle persone in un'organizzazione o un partito. Alex apprezzava molto le persone che pur lavorando in maniera solidale erano capaci di mantenere una propria autonomia individuale, una propria identità personale e proprio per questo era capace di vedere, di riconoscere la bellezza delle strade diverse prese dagli altri.

E infatti ciò che lo addolorava, fino a non riuscire a sopportarlo fisicamente, non era che nei rapporti privati o in quelli pubblici le strade si separassero, ma che da una differenza di idee nascesse un'incompatibilità, un'incomunicabilità sul piano personale. Questo lo feriva tremendamente.

L'indirizzario sembra emblematico anche del suo modo di fare politica...

C'era un'estrema unità tra come lui lavorava con le singole persone e come agiva in politica. Quando incontrava una persona Alex cercava che ci fosse almeno una cosa particolare, molto personale, che gli permettesse poi di mantenere un legame stabile e originale. Alex ha partecipato a moltissimi incontri pubblici come relatore o correlatore, ma non ricordo di avere sentito due volte la stessa argomentazione, anche se magari si trattava dello stesso tema. Nell'attività pubblica, e questo lo si vede negli scritti che ha lasciato, aveva sempre la preoccupazione di rispondere in maniera molto specifica e il più possibile vicina alle aspettative di chi era lì ad ascoltare. Sia che parlasse in una parrocchia o a un gruppo di giovani o a un convegno, cercava di creare almeno un piccolo legame secondo l'aspettativa e l'esigenza concreta di chi aveva di fronte.

Proprio per questo ha frequentato molto di più piccoli gruppi che non i grandi convegni che lo infastidivano perché spesso si riducevano a parate di interventi dove le persone, dovendo confrontarsi con una cosa grande, esterna a loro, erano quasi obbligate ad andare in una direzione. Amava molto, invece, incontrare piccoli gruppi che gli ponessero delle domande concrete, e lui si sforzava sempre di intervenire nel merito.

Si è sempre rifiutato di dar vita a un'organizzazione stabile. C'è questo suo famoso slogan: solve et coagula...

Infatti. Se da una parte stava attento che la responsabilità individuale non sfociasse nell'individualismo, o nel cinismo, o nell'indifferenza, dall'altra si preoccupava molto che il lavoro collettivo non uccidesse mai la responsabilità individuale. Alex, soprattutto per le esperienze da cui veniva, sia nel mondo cattolico che nella sinistra, era portato a considerare questo come il punto più delicato. Periodicamente, infatti, era spinto ad abbandonare luoghi di lavoro collettivo, o che lui stesso aveva promosso o in cui era inserito, proprio perché avvertiva che un gruppo o una struttura stava diventando autoreferenziale, che non aveva più la freschezza per confrontarsi con i problemi, denunciarli, vederne la drammaticità, sollecitare molti a occuparsene e coltivare l'illusione, se si vuole, di risolverli e cominciava, invece, a coltivare l'idea che la sola adesione al gruppo fosse già la soluzione. Se, come diceva con una delle sue frasi tipiche, la corte diventava più importante del regno, allora lui era portato a scappare. Questa è stata un po' la grande linea di demarcazione anche con il movimento verde, dopo le elezioni dell'87, quando con Manconi, Gad Lerner, e Paissan scrisse la lettera in cui invitava a sciogliere le Liste verdi, e dove c'era, appunto, lo slogan solve et coagula. Uno slogan che poi gli sarà sempre rimproverato: "Lui scioglie e noi siamo qui a sgobbare per coagulare"...

Non c'è qualcosa di vero in questa critica? Non diventa un lavorio estremamente faticoso occuparsi del regno senza garantirsi il sostegno di una corte?

Parlando di Alex, Pannella ha detto di essere stato l'unico a non sorprendersi di questo esito tragico. E anche altre persone della sinistra hanno colto l'occasione per ribadire che l'efficacia dipende dall'organizzazione, dall'essere capaci di fare un lavoro collettivo, di prendere una giusta distanza dall'obiettivo per vedere i piccoli passi che può fare il gruppo.

Credo che la vita di Alex sia lì a dimostrare il contrario. Alex ha dimostrato quante cose può fare una persona, quante iniziative può mettere in moto una persona autonoma, libera, capace di assumersi delle responsabilità.

In realtà le molte collaborazioni di Alex con riviste, testate, associazioni, persone, erano tutte tese più che a rafforzare messaggi già strutturati, già organizzati, a collegarsi a luoghi, anche piccoli, dove si mettessero in moto energie nuove. Lui si preoccupava di più che le persone si muovessero, si assumessero responsabilità, che ogni generazione avesse il diritto di rimettersi in gioco nel modo e nella forma che era più naturale in quel momento lì. Anche se poi lui aveva le idee chiare su qual era la direzione da prendere.

La mancanza di un partito, penso, implica un di più di organizzazione, non un di meno. Per esempio, avevamo costruito dal 1988-89 la "campagna Nord-Sud" che era cresciuta arrivando a livelli molto alti di presenza politica tanto da costringere Craxi, allora responsabile dell'Onu per il debito, a rendere conto del suo operato in un pubblico incontro. Se allora fossimo stati appena un po' opportunisti, potevamo aprirci la strada del riconoscimento istituzionale della cooperazione. Ma Alex, raccogliendo i punti di vista delle persone del sud del mondo che avevano preso la parola, fece una critica durissima alla politica italiana di cooperazione e a Craxi su questo tema. Inutile dire che fummo subito attaccati e sorsero ostacoli dal punto di vista finanziario e organizzativo. Ma volevo dire che quello stile di lavoro, l'idea di raccogliere attorno a un tema le persone al di là dei loro schieramenti, ci aveva portato molto in là... Oppure si pensi al Verona forum per la pace e la riconciliazione nella ex-Jugoslavia e lo si paragoni anche alla migliore delle commissioni estere di un partito.

Il modo di lavorare di Alex aveva bisogno di più organizzazione, perché cercava di individuare le persone, le loro capacità, i tempi di una crescita.

A proposito di divergenze con i verdi, un giornale è arrivato, con grande cattivo gusto, a titolare: "chi l'ha ucciso?".

Voglio ricordare che Alex, tra i verdi, aveva molti amici ed è assolutamente sbagliato dire che i verdi gli erano nemici. Lui aveva quel suo modo di lavorare che non veniva condiviso, ma questo sarebbe successo in qualsiasi partito avesse militato. Può anche darsi che, come dice Ceronetti, la profezia non abiti nella politica, che Alex fosse veramente una pecora nera della politica. Ultimamente poi era molto preoccupato perché in Sud Tirolo l'area interetnica era rimasta sicuramente spiazzata dalla tendenza ai due grandi schieramenti e ne avevamo avuto conferma con la venuta di Prodi a Bolzano. Alex chiese a Prodi come mai avesse nominato come suo portavoce qui solo una persona di lingua italiana, peraltro con poca consuetudine a lavorare con la maggioranza di lingua tedesca. E Prodi con la sua aria molto serena gli disse: "Qui c'è la Svp, a noi interessa di più avere il sostegno dei parlamentari della Svp che non interloquire con le minoranze locali, anche di lingua tedesca, schierate contro la divisione etnica". E Alex: "Ma allora cosa ci stiamo a fare noi se la rappresentanza di lingua tedesca si esaurisce nella Svp? Se la concezione di rappresentanza etnica è così forte da ignorare la necessità del pluralismo politico qui in Sud Tirolo?".

In fondo credo che la contraddizione tra quello che lui pensava e il disagio che gli proveniva da un certo tipo di politica la considerasse insanabile e che in fondo fosse arrivato da tempo a una forte relativizzazione della politica. Lui credeva molto di più in una crescita della società che non in una modificazione della politica. E proprio per questo le divergenze politiche, che erano anche rilevanti, soprattutto di metodo oltre che di contenuto, non lo ferivano più di tanto. Se mai lo ferivano, come ho detto prima, quando si trasformavano in attacco personale o aggressività personale. In quel caso Alex era veramente disarmato, incapace di reagire. E sapendo di questa sua debolezza, sapendo che quello era il modo per metterlo fuorigioco, c'erano persone che alzavano il tono dell'attacco personale...

Poi, certamente, al suo modo di lavorare si possono fare delle critiche. Ne parlavamo anche con Uwe (Uwe Staffler era il segretario di Alex al Parlamento Europeo, ndr.) e non c'è dubbio che Alex avesse delle difficoltà, per esempio nell'ambito istituzionale in cui si muoveva, fra i parlamentari italiani ed europei, a ritrovarsi anche con poche persone, a creare un sodalizio, al limite a trovarsi anche solo la sera a discutere. Lo invitavano e lui non andava. Probabilmente a lui il tempo dedicato alla creazione di un sodalizio sembrava una perdita di energie, uno spreco. A lui interessava molto di più che i rapporti avvenissero su temi specifici e che ognuno mantenesse poi la sua dinamicità, la sua autonomia.

Tu hai parlato, mi sembra, di intreccio fra vita personale e politica. Anche questo può essere pericoloso...

Le scelte politiche erano in buona parte scelte anche esistenziali. E se non si vede questa unità tra modo di vivere e rapporti personali, vita privata e vita pubblica, è difficile capire i problemi che Alex aveva accumulato nell'ultimo periodo, negli ultimi due anni.

Eravamo arrivati già molte volte a dirci che non ce la facevamo più, che il carico era troppo grande, che bisognava dare un segnale di interruzione. Sono convinto che lui realmente esplorasse la possibilità di fermarsi, di arrestare questo senso di impotenza, di incapacità ad affrontare la mole non tanto di lavoro, quanto di aspettative, di tensione e anche di angoscia che lo circondava.

Dai racconti che si sono letti sui giornali questa difficoltà, con delicatezza ma con un filo di voce, Alex l'aveva confidata a molti, ma non con un tono tale da renderla drammatica e imperativa, carica di quella disperazione che poi alla fine, come ha scritto, sentiva.

Nel settembre del 1993 ne avevamo parlato in maniera più approfondita fino ad arrivare alla stesura di una bozza di lettera/comunicato, poi non diffusa. Te la leggo: "Per ragioni personali ed interiori che non intendo rendere pubbliche, decido di prendere congedo -non so ancora se a tempo o per sempre- dall'attività politica che svolgevo, in varie forme, ma sempre con forte convinzione od impegno, ininterrottamente da decenni, e per 13 anni anche nelle istituzioni rappresentative. Di conseguenza mi dimetto dalle funzioni politiche che mi sono state affidate, in particolare dal mandato al Parlamento Europeo, dove mi subentrerà Grazia Francescato, attuale presidente del Wwf-Italia, che spero avrà l'opportunità di proseguire tale mandato anche nella prossima legislatura. Ringrazio di cuore tutti coloro della cui fiducia, cooperazione e sostegno, ho potuto godere, e ricordo con piacere i molti insieme ai quali ho seminato e, qualche volta, anche raccolto dei frutti. Chiedo scusa e comprensione a coloro le cui aspettative nei miei confronti fossero rimaste deluse. Ringrazio in modo del tutto particolare i miei collaboratori e collaboratrici più stretti. Confido nel rispetto che si vorrà portare a questa mia decisione -che non deve scoraggiare o disincentivare nessuno- ed al silenzio con cui intendo proteggerla"

Ma già ricandidarsi alle europee era stata una decisione molto sofferta da parte sua e quella campagna elettorale l'ha fatta come ha fatto tutto il resto negli ultimi due o tre anni di vita, cercando di appoggiarsi alle persone con cui collaborava e di farsi accompagnare...

Da un paio di anni, poi, Alex non prendeva quasi più iniziative nuove, era incapace di assumere decisioni che implicassero doveri di lunga durata e anche prendere un impegno per un dibattito di lì a due mesi era ormai per lui molto difficoltoso.

Fino a un certo punto l'osmosi tra il personale e il pubblico gli aveva dato forza, quando ha cominciato a intrufolarsi sia l'angoscia che l'incapacità di scegliere, di tagliare via dei pezzi di sé tutto è cominciato a diventare difficile. Da un certo punto in poi non è stato più capace di buttare fuori i dolori e le angosce e si deve essere accorto che la mancanza di unità interiore faceva venir meno anche la capacità di progettazione politica.

Mi dicevi che anche tu ormai soffrivi molto di questa situazione...

Io non ce la facevo più. Ultimamente avevo detto un paio di volte ad Alex, che per me stava diventando difficile gestire il lavoro: per esempio, mi pesava moltissimo non poter dire la verità. Negli ultimi anni, quando c'ero io in ufficio, cercavo di dire dei no a chi chiedeva la sua presenza, il suo intervento, ma quando li incontrava lui direttamente era incapace di dire di no. Quando, poi, si avvicinava la data e questi telefonavano e Alex non poteva più andare, toccava a me trovare una scusa.

Così da un anno a questa parte ho iniziato un processo di accasamento. L'anno scorso, a fine giugno, mia sorella ha avuto un ictus, aveva 60 anni, e le avevo dedicato molto tempo, stavo a Roma con lei e l'accompagnavo in quello che risultava essere una difficile guarigione. Dopo la sua morte, in ottobre, mi sono dimesso dal consiglio federale dei Verdi e praticamente, salvo per il viaggio a Tuzla che ho fatto per amicizia con Alex, che in quel periodo aveva fatto un'operazione e sentivo quanta angoscia avesse nel non poterci andare, ho cominciato a redistribuire le mie energie, a dedicarmi alle amicizie, ho ripreso a giocare a calcio.

Ci ho ripensato in questi giorni e credo che a un certo punto mi sia successo con Alex come con altri miei cari gravemente ammalati: dedichi tutte le tue energie a tenerli in vita, perché intuisci che se li porti all'ospedale è finita, che l'unico modo è instaurare un rapporto, sentire il corpo. E a volte diventa per loro un periodo felice della vita perché avviene uno scambio affettivo fisico che prima, per difficoltà di comunicazione o per superficialità o per quello che vuoi, non c'era stato. E pensando ad Alex mi sono ricordato quella sensazione, che all'improvviso ti assale, di non farcela più. Magari una notte che passi in bianco, magari l'ammalato è più nervoso del solito, o se la fa quattro volte addosso, tu dici che non ce la fai più e sarà un caso ma questo diventa una specie di congedo, come se l'altro, all'improvviso, fosse lasciato libero di morire. Una suora mi raccontò che ad una figlia, arrivata a livelli di stanchezza inimmaginabili nell'accudire la madre, disse: "Lasciala morire, allontanati un po' da lei".

L'idea del suicidio quindi viene da lontano. Ma c'è una data precisa? Il '92 sembra l'anno in cui nulla va più per il verso giusto.

Ad un certo punto della sua vita, a partire dal '92, quando rientra in patria, per presentarsi alle politiche, è costretto a fare i conti con situazioni nuove. Cominciò a stare male fisicamente. Rimase molto colpito dalla descrizione che Petra Kelly fece in Emma della propria malattia: "tachicardia, bagni di sudore, brividi gelati, difficoltà a respirare, sentirsi improvvisamente deboli, mal di pancia e di testa e la paura che nessuno ti aiuti". Ad Alex torna molto forte l'asma. Nello stesso tempo sentiva che non era più solo lui a determinare la sua vita, ma che altri, con insistenza, rompendo quel velo di riservatezza, di giusta distanza, di discrezione di cui si era circondato, reclamavano una stabilità, un impegno più costante, nei rapporti sia privati che pubblici.

Veniva poi sempre più accusato, come Giuseppe, figlio di Giacobbe -e nell'ultimo mese per ben due volte mi aveva invitato a leggerne la storia-, di potersi permettere il lusso del sogno, scaricando su altri il peso della fatica quotidiana. E d'altra parte Alex era ben convinto che qualsiasi equilibrio raggiunto nella vita doveva poter reggere alla prova delle persone vicine. Molti, vedendolo così affaticato, lo consigliavano, lo invitavano a fermarsi, ma, ognuno, "presso di sé". Avendo poco potere da redistribuire era circondato da donne e da uomini con poco potere, soprattutto persone problematiche, anche fragili, e penso che per lui fossero fonte di gioia e di ristoro i momenti di reciproca esplorazione dell'animo, con tutto quel che di affascinante, ma anche rischioso comportano. Analogamente al tipo di rapporti politici che intratteneva, all'Alex privato interessava instaurare rapporti molto personali, caricati di attenzione, con un riconoscimento dell'unicità dell'interlocutore, delle ragioni dello scambio, anche affettivo, di idee, percorsi, memoria. A volte con una vicendevole presenza nella vita e qualche gioia data e ricevuta. Una singolarità e intensità di incontri, anche brevi, brevissimi, che custodiva con assoluta discrezione nella speranza di essere ricambiato con altrettanta discrezione. Mi aveva chiesto di procurargli un libro su "Brecht e le donne", in cui aveva sbirciato una frase della moglie che aveva sentito adatta anche a sé: "Sì, era molto fedele, purtroppo a tutte le sue donne". E a tutti gli uomini, per quanto riguarda Alex.

E' un periodo, poi, che viene a coincidere con il suicidio-omicidio di Petra Kelly e Gert Bastian in cui si immedesima scrivendo frasi rivelatrici. Fra l'altro sente con angoscia avvicinarsi il decennale della morte della madre ed il compimento di quei 50 anni che, chissà perché, considera come l'inizio della fine... Credo che inizi in quel periodo un processo di riordino, di rimozione di pezzi della vita privata, di desiderio di pace, di perdono, di riconciliazione... Forse si è già messo all'opera per lasciare tutto in ordine nell'eventualità di un suo congedo dalla politica o, addirittura, dalla vita.

Come ha detto Grazia Francescato, Alex era una persona apparentemente forte, ma molto fragile. Come tutte le persone che hanno una grandissima sensibilità viveva sempre sul filo. Può arrivare il momento in cui l'equilibrio si rompe, le angosce, le difficoltà, le richieste che ti vengono fatte di cambiare vita, alle quali, per un lungo periodo, eri riuscito a dare un equilibrio, da un certo momento in poi provocano una rottura interna incontrollabile, sempre più invadente. Il suicidio fa ormai parte della nostra cultura, non è più un tabù e penso che possa entrare nel novero delle possibilità. E che in certi casi, forse anche in quello di Alex, la possibilità di morire come sei vissuto, affrontando la morte con la stessa determinazione e la stessa consapevolezza con cui hai dominato la vita, possa arrivare a crescere interiormente. E' un'idea che io non posso condividere, che non sento mia, ma che immagino possibile. Ne Il ponte sulla Zepa di Ivo Andric ho letto un brano che mi ha colpito molto: "Da qualche parte si insinuò e prese forza in lui un pensiero: ogni opera e ogni parola umana possono provocare il male... il visir vittorioso ebbe paura della vita e così, senza accorgersene, entrò in quello stato che è la prima fase della morte, quando si incomincia a osservare con più interesse l'ombra creata dagli oggetti che non gli oggetti stessi...".

Tuttavia continuo a credere che fino all'ultimo Alex abbia preso in considerazione altre forme di congedo: un completo cambiamento di vita, una scelta di povertà, una ripresa di quell'insegnamento che aveva sempre amato, il ritiro in un monastero, l'assunzione di qualche modesta attività, senza pubblicità e con pochi vincoli. Proposte in questo senso gli erano venute da più parti, a partire da Ivan Illich che più volte lo aveva sollecitato a dedicarsi con lui a un periodo di studio. Alla fine le avrà considerate impercorribili.

Credo che non abbia trovato la forza per raccogliere tutte le sue energie per imboccare la strada, che pur vedeva, per ricostruire quell'anima unitaria che a lungo gli aveva consentito di lavorare di un sol getto, di essere aperto a molteplici messaggi, di trasformarli in un messaggio univoco. E infatti, ultimamente, si doleva di avere un'anima molteplice, complicata, contradditoria, che determinava la sua azione con impedimenti e inciampi nell'agire.

La Bosnia quanto ha influito sulla sua decisione?

Il parroco di Telfes, che l'ha seppellito, ha raccontato che recentemente, nel corso di un colloquio che aveva avuto con Alex per una cosa pratica, al termine gli aveva chiesto cosa succedesse in Bosnia e Alex gli aveva dato un quadro tragico della situazione. Tragico al punto che, ripensandoci poi, si era convinto che Alex avesse dentro di sé quell'orrore che vedeva fuori.

Credo sia giusto dire che non è morto solo per la Bosnia però sono convinto che la responsabilità che sentiva con la rete di persone con cui stava lavorando sulla Bosnia e anche la sensazione che lì si stava consumando una tragedia, sicuramente, oltre a rendergli insopportabile, come gli succedeva da alcuni anni, l'idea di andare in vacanza, gli rese moralmente inaccettabile anche quell'idea di dimissioni che comunque aveva coltivato.

Nella bilancia fra le due opzioni di dimissioni, credo che la responsabilità che sentiva per la Bosnia abbia spinto per la forma di congedo "traumatica". Solo quel tipo di dimissioni avrebbe autorizzato i suoi amici a leggervi come un urlo disperato, quasi a dire: "muovetevi in tanti, da solo non ce la posso fare". Questo poteva essere per lui accettabile, anche se tragico, mentre interrompere col linguaggio di quella lettera che aveva preparato, pur se per molti amici sarebbe stato quasi un sollievo leggerla, diventava sempre meno possibile. Temeva che un suo abbandono dall'impegno autorizzasse altri a fare altrettanto.

E ora, Edi, cosa succede?

Ho la disperazione di essermelo visto scappare. Non è solo la sensazione di aver perso un amico, ma quella di non aver capito, di essermi fatto fregare da lui perché all'interno di chiacchierate anche lunghe sui suoi e sui nostri problemi, sulle sue e sulle nostre fragilità, dopo un po' che parlavi di questo chiudevi il capitolo fragilità e iniziavi il capitolo lavoro, e nel lavoro era di una produttività e di una forza che andavano a nascondere le cose che aveva dentro. Così in me prevale ancora il senso di colpa: non posso non sentirmi dentro una rabbia, una delusione per non aver potuto interrompere in qualche maniera l'angoscia tremenda che gli stava crescendo dentro.

Malgrado ciò, sono d'accordo con Grazia Francescato che ha detto che con la sua morte Alex si è come sciolto in tantissime altre persone. Stamattina mi è venuto in mente che da quando lui è morto, questo suo sogno del "più lento, più dolce e più profondo" (lentius, profundius, suavius era la parola d'ordine coniata da Alex per Verde Europa capovolgendo il motto olimpico. Ndr.) che allora mi sembrava lontano a realizzarsi, oggi lo sento come una possibilità di vita. Prima eravamo talmente ingolfati di appuntamenti di lavoro che non riuscivamo più ad aver tempo per tutto il resto e si disperdevano anche incontri e messaggi importanti. Con la sua morte Alex sembra voler dire: "In fondo mi sentivo soffocare perché non volevo o non ero in grado di porre dei paletti, dei limiti, di dire dei no; oggi potete togliere di mezzo la mia parte contingente comprese le difficoltà che vi ho creato e vivere con pienezza nella riscoperta in profondità di quel che assieme abbiamo fatto o detto".

Leggendo cose di 10-15-20 anni fa le sento come un nutrimento per me e forse prima o poi quel che lui ha fatto potrà essere visto come un dono. Questa continuità nell'incoraggiare, nel valorizzare le persone che facevano delle cose, anche le più modeste, questo esempio forse potrà essere seguito da molti altri. Credo che l'atto di Alex ci induca a pensare, a vedere altre persone, a strutturare dei rapporti con altre persone in forma delicata e sostanziale. La morte di Alex ha creato sicuramente un vuoto politico ma mi conforta sapere che esiste una rete di rapporti fra persone autonome e responsabili che sono poi il sottostrato necessario a ogni tentativo di rifondazione della politica. Vedo che le persone che vogliono stringere rapporti lo fanno, mentre la disgregazione è nella politica che oggi più di ieri mi sembra povera di significato. Per ora che siamo ancora vicinissimi al fatto, si è come attaccata una linea telefonica che stimola a riflettere in profondità e a vedere le debolezze nostre, non solo individuali. La Bosnia, se vogliamo, ne è un esempio. Da quando è morto Alex, quelli sulla Bosnia sono gli unici articoli che, dolorosamente, riesco a leggere.

Recentemente Alex mi aveva confidato: "Ho avuto una vita per molti versi intensa, ricca e faticosa. Allora magari posso invocare una sorta di baby pensione, ritirandomi prima del termine ordinario e lasciando così a qualcun altro la possibilità di completare in meglio".

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