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Daniel Cohn Bendit: "Alex, dal '68 al suicidio è il nostro grande freddo"

6.7.1995, La Repubblica, 6.7.1995 p. 11
"Aveva scelto una vita difficile, con lui parlai a lungo di suicidio"

BONN - "Che vale parlare davanti al suicidio? Metto in guardia dal cercare una spiegazione sola al gesto di Alex Langer. Lui aveva deciso di vivere dando molto al mondo, e forse aveva raccolto delusioni. Ma è troppo facile dire questo e basta. Comunque il diritto al suicidio esiste, come il diritto alla vita". È un caldo pomeriggio a Francoforte, la sinistra qui vive un giorno di sconfitta - Petra Roth, "dama d'acciaio di Kohl", s'insidia come nuovo sindaco nel municipio rosso espugnato - mentre ascoltiamo Daniel Cohn Bendit, leader verde e intellettuale liberale di punta, commentare triste ma lucido la scelta disperata dell'amico e compagno di tante battaglie. Sembra di piombare nel copione de "Il grande freddo", l'indimenticabile film-culto di Kasdan in cui un gruppo di ex sessantottini divisi da carriere di successo si riincontra dopo anni attorno alla bara d'un amico suicida (che per ironia amara si chiamava Alex anche nella pellicola) e scopre che si può sempre capitolare. "Ciao Alex", titolerà la vistosa inserzione sulla Frankfurter Rundschau e sulla Taz, i giornali della sinistra non ortodossa, che oggi saluterà l'amico italiano.

"Che dire", esordisce Dany-le-Rouge, "intanto quando un uomo si toglie la vita bisogna rispettare la sua scelta. Ma solo lui ha saputo perché lo ha fatto. poco possono aiutare le spiegazioni che adesso, cioè "dopo", cerchiamo noi rimasti qui al mondo".

Lui, vincitore, leader e uomo di successo per eccellenza tra i reduci del '68, s'inchina alla capitolazione dell'amico suicida.

Lui però ha detto addio al mondo dicendo di non farcela più, alludendo a disperazione politica...

"Sì, l'ho letto oggi sul vostro giornale. Ma ciò può voler dire qualsiasi coa. Metto in guardia da un giudizio unidimensionale su un suicidio. Certo, hanno pesato i drammi della Bosnia e del Kossovo, i conflitti tra nazionalità, un tema che ha sempre visto Alex in prima linea alla ricerca di ponti tra etnie rivali, come a Bolzano. Certo, il lavoro dei Verdi in Italia è difficile, certo fare il portavoce ecologista all'Europarlamento è stressante... insomma, tutto ha eroso le sue forze. Era anche malato di asma, forse soffriva di problemi privati... questa situazione combinata avrebbe pesato su molti uomini, ma come cercare una sola spiegazione?"

Non ricorda la morte della leader verde tedesca Petra Kelly?

"Al tempo, le indagini hanno concluso che Petra non si uccise insieme al suo compagno Gerd Bastian, con cui fu trovata morta, ma fu invece uccisa da lui il quale subito dopo si tolse la vita. No, davvero non è la stessa cosa."

Ma in un suo omaggio a caldo a Petra Kelly, Langer disse che in questo mondo militare essere "Hoffnungstraeger", portatore di speranza (una parola con cui la sinistra qui definisce i suoi leader più amati) può essere troppo duro, richiedere troppo amore per il mondo e troppa forza davanti alle rudezze altrui...

"Alex viveva molto intensamente la forte dimensione religiosa, come quelle parole che lei cita confermano".

Ma essere portatore di speranza è stato troppo duro anche per lui?

"Il suicidio mi è così lontano che il solo pensarvi m'induce a grande cautela. Io ho sempre pensato che ognuno abbia diritto al suicidio come ha diritto alla vita, ma su questo Alex non fu mai d'accordo con me, e aspre discussioni sul tema ci opposero. Per me questa è un'idea naturale, lui era scettico. Nel caso di Petra Kelly e di Bastian fu anche la pesante crisi d'un rapporto di coppia. La solitudine di Petra fu in parte un prodotto di quella crisi sentimentale e di una apparente incapacità ad avere relazioni, in parte un riflesso delle difficoltà politiche".

E il caso di Alex Langer? È la nuova sconfitta degli ideali di una generazione?

"Alex si era scelto e cercato una vita difficile, lavorava come un pazzo, si dava senza limiti. Il suicidio fa pensare che egli avesse la sensazione di non aver a sua volta ricevuto abbastanza, ma questo lo si può dire forse in ogni caso di suicidio. Attenti a non formulare un giudizio riduttivo: lui è la vittima, il modo è cattivo. Il mondo è cattivo, certo, lui ha cercato di cambiarlo. E ne è rimasto deluso, perché non è riuscito nel suo intento come sperava. Era disperato per la tragedia della Bosnia...".

Sofri sembra indicare nella Bosnia una chiave del dramma...

"Sì, ma su questo non me la sento di parlare con certezza. Non so se e quanto avesse la sensazione d'un fallimento nei suoi rapporti personali. E a sua volta cosa può dire ora la sua compagna: mea culpa, sono colpevole? Troppo semplice".

Può un forte senso religioso spingere al suicidio?

"Questa è la sorpresa. In teoria no, ma ciò malgrado la sua disperazione è stata tale da spingerlo a tanto. Perché? Non posso pensare che solo fatti politici lo abbiano portato a togliersi la vita. Anzi, ritengo pericoloso ridurre questo dramma a un evento politico. Un uomo è più delle sue attività politiche e sociali, davanti alla vita e alla morte: le relazioni personali e la capacità di averle pesano non di meno. Ma su Alex non posso dire di più".

È tardi, l'eroe del Sessantotto si congeda. Lui, responsabile uscente per gli stranieri a Francoforte, non vuole sentirsi sconfitto solo perché la giunta rosso-verde della metropoli della Bundesbank è caduta: perdere un'elezione è normale in democrazia, non deve valere più d'una piccola delusione e di riflessioni autocritiche. Né peserà su suo rango e ruolo di opinion leader progressista. No, altri sono dolori e rimpianti.

Dany-le-rouge abituato da sempre a dubitare e mettersi in forse proprio mentre si cercano certezze per dare coraggio agli altri, da ieri porta un peso in più: lo choc di un amico perduto per sempre, il rimpianto di troppe cose che non ci si è detti né più ci si potrà dire, un vuoto forse inimmaginabile fino alla vigilia della tragedia.
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