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Vincenzo Legrottaglie: nel cuore dell'Europa "la nostra speranza è su quell'altra sponda"

13.8.2017, Gazzetta Meggiorno 13 agosto 2017

Dai romanzi del premio Nobel Ivo Andric al simbolo di Mostar, al Bridge Film Festival di Mitrovica (Kosovo). Letteratura e cinema, il ponte metafora dei Balcani.

Il ponte mette in contatto luoghi difficilmente raggiungibili e persone che vivono su sponde diverse. Le sue arcate protese nel vuoto si caricano spesso di un significato metaforico come il desiderio di raggiungere mete ideali, fantastiche o irraggiungibili. “I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi” scrive Ivo Andric (I Ponti, 1963). Lo scrittore jugoslavo dedicherà una trilogia alla tematica con Il ponte sulla Zepa, Il ponte sulla Drina e I ponti. Egli riceverà, nel 1961, il premio Nobel per la letteratura con Il ponte sulla Drina, uno dei vertici della narrativa novecentesca. Andric resta l’unico caso di concessione del prestigioso premio internazionale ad un intellettuale dell’Europa dell’Est, organico al sistema, durante il socialismo reale. Il romanzo racconta i momenti salienti della storia, lunga quattro secoli, che passa sul ponte di Visegrad in Bosnia costruito nel XVI secolo durante il dominio turco. I ponti nei Balcani si caricano di significati particolari come quello di Sarajevo dove il 28 giugno 1914 il nazionalista Gavrilo Princip sparò uccidendo gli eredi al trono asburgico innescando la Grande Guerra. Sui ponti di Belgrado nel 1999 si schieravano i giovani indossando le magliette raffiguranti un bersaglio per difendere i manufatti sulla Sava e sul Danubio dai bombardamenti. A Gjakova in Kosovo nello studio del sindaco attualmente in carica Mimosa Kusari Lila campeggia la gigantografia di una foto in bianco e nero del vecchio ponte ottomano. A Vushtrri sempre in Kosovo intorno ad un antico manufatto, simbolo tangibile della storia di quella comunità, è stata creata un’area destinata a parco pubblico. Il ponte è un elemento ricorrente nella cultura europea specie con riferimento a momenti di transizione. È stato così per il movimento degli espressionisti tedeschi Die Brücke (Il Ponte) che cercarono di traghettare la pittura figurativa ottocentesca verso una nuova maniera di concepire l’espressione artistica non scevra dall’impegno sociale. Le loro opere saranno presentate dai nazisti come esempi di arte degenerata. Lo stesso nome userà Alexander Langer, scrittore e politico, per la rivista da lui fondata e diretta a Bolzano nel 1967 per cercare di mettere in comunicazione le tre comunità dell’Alto Adige. Langer si occuperà anche del disfacimento della Jugoslavia tanto da lanciare al presidente francese Jacques Chirac il suo drammatico appello: “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” per tentare di porre fine all’assedio della città bosniaca. Ci sono ponti che non riescono a raggiungere il loro scopo anche quando vengono riscostruiti. Nei Balcani alcuni casi sono emblematici: quello sul fiume Naretva a Mostar in Bosnia, quello sul fiume Bistrica tra Leposavic e Zvecan nel Kosovo settentrionale e il ponte sul fiume Ibar a Mitrovica, sempre in Kosovo. Most in serbo-croato significa ponte; Mostar è quindi la città del ponte per antonomasia. Il ponte vecchio, costruito da Solimano il Magnifico nel 1566, sopravvissuto al declino di due imperi e alle due guerre mondiali, venne distrutto nel novembre 1993 dall’artiglieria croato-bosniaca. L’opera sarà ricostruita solo nel 2004 in seguito all’intervento internazionale e l’intero borgo antico sarà iscritto nella lista dei beni protetti dall’UNESCO. Il rifacimento non ha sanato le ferite psicologiche prodotte dalle guerre jugoslave. Oggi, a Mostar, la vita è ripresa, ma in tanti ci dicono che non hanno mai attraversato il ponte. Così la sponda orientale è abitata dai Bosgnacchi di religione mussulmana, dall’altra parte dai Croati di Bosnia. Ognuno con le sue ferite. In mezzo i turisti attratti dalle botteghe e dai tuffatori acrobatici che si esibiscono per i visitatori. Il 2 dicembre 2016 ha avuto luogo l’inaugurazione del nuovo ponte tra Zvecan e Leposavic nel Nord del Kosovo, una zona a maggioranza serba che mal si adatta all’autorità di Pristina. I Serbi del Kosovo hanno bloccato l’auto del primo ministro in carica in quel momento Isa Mustafa e di altri dignitari kosovari costringendoli a raggiungere in ritardo il luogo della cerimonia attraverso la via impervia delle montagne. Mitrovica è la città simbolo della separazione interetnica in Kosovo. Il Ponte Centrale sull’Ibar è un palcoscenico per la politica internazionale; è il luogo di scontri, barricate, muri prima alzati e poi abbattuti, presunte aiuole della pace, statue che evocano contrapposti miti, infiniti negoziati. L’Unione Europea sostiene un piano, più volte rinviato, per la riapertura della circolazione nella città ancora tagliata in due dalla guerra del 1999. Mentre i Serbi a Nord, gli Albanesi a Sud vivono le loro vite parallele, un gruppo di giovani dell’associazione Color Art ha avviato un tentativo di distensione organizzando il Bridge Film Festival (BFF), giunto alla quarta edizione, che si svolerà dal 21 al 25 settembre del 2017. Lo scopo principale è quello di avvicinare le comunità, favorire una migliore comprensione tra culture diverse. “Alcune persone potrebbero immaginare Mitrovica – si legge in un comunicato del BFF - come la città dei conflitti, divisa politicamente e geograficamente dal suo fiume. Tuttavia, non si dovrebbe mai dimenticare la sua ricca cultura e storia”. Uno dei motti del festival è stato “Benvenuti sull’altra sponda” per riflette la natura accogliente dell’evento che si svolge sul ponte. Durante l’ultima edizione il BFF ha ricevuto un totale di 2842 film tra lungometraggi e corti da 106 paesi, Italia inclusa. È aumentato il numero dei film provenienti da tutti i Balcani, compreso il Kosovo, la Serbia e l’Albania. Il merito di Besarta Pasoma, direttrice del BFF e dei suoi collaboratori, è quello di voler costruire un ponte culturale tra gli uomini che vivono in comunità divise non solo a Mitrovica, ma in tutto il mondo facendo leva sulla settima arte. “Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda” (Andric).

Vincenzo LEGROTTAGLIE

(continua . . .)

Il ponte come elemento narrativo “forte” anche in Puglia

QUANTI FILM “SOSPESI SULL’ACQUA”, DA RUBINI AI TITOLI DEL “PROGETTO MEMORIA”

Il ponte è un elemento molto presente anche nei film girati in Puglia. È cosi per “L’anima gemella” di Sergio Rubini (2002) con diverse scene ambientate sul Ponte Ciolo, a Gagliano del Capo. Sempre sullo stesso ponte e in una nota discoteca del posto è ambientato l’episodio “Sotto il Ponte” (2005) della serie televisiva realizzata da Mediaset con protagonista Diego Abatantuono nei panni del giudice Mastrangelo diretto da Enrico Oldoini. Il procuratore Mastrangelo, assegnato a Lecce, deve risolvere il caso del ritrovamento del cadavere di una ragazza sulla spiaggia nei pressi del Ciolo. Il ponte è presente anche nelle produzioni indipendenti come in “Kalif” di Raffaello Fusaro (2009). Il documentario racconta la storia di un ragazzo della Costa d’Avorio adottato da una famiglia barese. Kalif, il protagonista, riflette ad alta voce al rientro dal suo viaggio in Africa sul treno che dall’aeroporto di Palese lo conduce a Bari, mentre la macchina da presa indugia sul ponte ferroviario che scorre parallelo fuori dal finestrino del vagone. Quel ponte e le parole del protagonista sembrano raccordare la duplice identità culturale del giovane. Il documentario di Nico Angiuli (2009) dal titolo “Otnarat - Taranto futuro inverso” narra in trentasei minuti di una Taranto senza la divorante industria in un futuro ipotetico e generose sono le immagini sul Ponte Girevole aperto per il passaggio di una nave. Sia “Kalif “che “Otnarat” sono stati prodotti da Apulia Film Commission e inseriti nel Progetto Memoria, allora coordinato da Sonia Del Prete. I manufatti della Città dei Due Mari sono abbondantemente ripresi anche in “Marpiccolo” (2009) del regista svizzero Alessandro di Robilant. La pellicola è stata prodotta dalla Overlook Production e da RAI Cinema. Particolarmente suggestiva è la scena girata sotto il Ponte di Punta Penna - Pizzone sul Marpiccolo dove i due giovani protagonisti Tiziano e Stella, dopo essersi innamorati, si prefiggono lo scopo di lasciare Taranto per sfuggire al degrado sociale e all’inquinamento.

(v. leg.)

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