Alexander Langer Alexander Langer Racconti e ricordi

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Pietro Del Zanna: Alexander Langer come compagno di viaggio

18.7.2008, Intervento all'assemblea dei Verdi a Chianciano

Il risultato elettorale delle ultime elezioni politiche è l’atto finale di un declino iniziato da tempo. Di pari passo con la crisi di credibilità e di rappresentatività politica, abbiamo visto crescere la degenerazione nell'uso e nella gestione del potere. Già durante l'oceanica assemblea, qui a Chianciano nel 1999, che aveva visto eleggere Grazia Francescato, i giochi di scomposizione e ricostruzione di cordate - vizio atavico dei verdi- aveva soffocato il bisogno di novità e di freschezza portato da migliaia di iscritti. La novità, allora, fu la comparsa delle truppe cammellate di Alfonso Pecoraro Scanio. Anche un’allora sprovveduto come me si accorse dell’ondata anomala, al momento del voto, della comparsa di centinaia di volti sconosciuti ed estranei al contesto, accompagnati da autobus allo scopo.
Quel metodo non è più cambiato, tant'è che, negli anni, abbiamo assistito ad un aumento esponenziale di iscritti a fronte di un calo vertiginoso di voti e di capacità di mobilitazione.

Il controllo del partito attraverso il controllo dei pacchetti di tessere, nominali e non reali, pronti solo al voto assembleare; la prassi, sempre più diffusa del commissariamento di federazioni locali, sostituendo persone incontrollabili con personaggi di fiducia della dirigenza; la centralizzazione a Roma di scelte riguardanti la rappresentanze locali; la modifica delle regole di vita interna attraverso decisioni dell'esecutivo nazionale; la sovraesposizione mediatica del Presidente; il doppio incarico Presidente-Ministro e tanto altro, hanno impoverito il confronto interno, ridotto gli spazi di agibilità politica per le minoranze e distrutto le ragioni fondanti dei Verdi riducendoli ad un partitino plebiscitario, dove tutti, ma solo apparentemente condividevano la linea politica.

Adesso è inimmaginabile pensare ad un tentativo di rinascita se non attraverso ad una svolta radicale, all’abbandono definitivo di questi meccanismi di potere “padronali” ed un passaggio lineare  ad un metodo democratico, partecipativo e nonviolento.

Anche per questi motivi, personalmente, ritenevo molto importante uscire da questa assemblea con una riforma federalista molto spinta, che restituisse pieno potere politico ed economico alle realtà locali ed una costruzione di coordinamenti provinciali, regionali e nazionali fino al gruppo di coordinamento dei 14 senza la figura del/la portavoce nazionale. Adesso è il tempo della ricostruzione sul territorio, del dialogo interno ed esterno, plurale, che parta dalle contraddizioni reali. Non è il momento dell’identificazione di una linea politica calata dall’alto con una figura più o meno di prestigio, più o meno carismatica da spendere sui media. Così non è andata. Gli organismi non dimissionari hanno avuto la meglio e sono riusciti a tamponare un cambiamento così radicale e necessario. Si tratta, a questo punto, di lavorare al meglio, affinché le modeste modifiche transitorie portino a frutti ben più maturi per l’assemblea dell’anno prossimo. Una buona premessa sarà senz’altro la costituzione del gruppo di coordinamento dei 14 a parità di genere, dopo gli anni che abbiamo passato con un esecutivo esclusivamente maschile. Ma occorre fin da ora costruire percorsi basati sulla fiducia reciproca, sulla valorizzazione delle qualità di ciascuno abbandonando una volta per tutte l’eterna lotta per bande.

Se ci volgiamo indietro ed andiamo a scandagliare la nostra storia troveremo patrimoni culturali, ideali ed etici immensi, sepolti dalla polvere del nostro sopravvivere di questi ultimi anni.

Sarà imprescindibile andare a riscoprire Langer oltre i noti slogans “Solvet e coagula”, “Lentius, Profundius, Suavius” ecc. Fa impressione quanto sia stato citato l’altro ieri dagli ospiti degli altri partiti e quanto, invece, da noi, venga ignorato nei modi, nei metodi e nei contenuti.

Alex Langer deve uscire una volta per tutte dalla condanna ad una doppia morte che gli deriva, loro malgrado, tanto dagli amici più cari, quanto da chi non lo ha conosciuto. Gli amici più cari, coloro che lo hanno conosciuto e ci hanno lavorato insieme, o non sono più ormai da anni nel partito dei Verdi o temono di offenderne l’immagine citandolo nelle trite discussioni di questo partito e preferiscono tenerlo fuori da tanta miseria.

Chi non lo ha conosciuto a volte nutre una certa “diffidenza” a pelle percependo nelle varie citazioni forse un tentativo di trasformare un suicida in martire, esprimendo, così, in maniera più o meno velata un giudizio etico sulla scelta di Alex che nessuno, credo, ma proprio nessuno, si può permettere di fare.

Personalmente, non essendo stato suo amico intimo, esulo dalla prima categoria.

Per quanto riguarda la seconda ho ben chiaro i motivi della mia vicinanza alla figura di Alex, ben lontani all’idea di farne un martire.

No, Alex va riscoperto per la sua “normalità verde”. Per la sua intelligenza, per la sua valenza etica, per la sua nonviolenza, per il suo metodo di approccio alla complessità e la sua traduzione in parole semplici e comprensibili da tutti. Non è un novello Karl Marx dell’ecologismo. E’ un compagno di viaggio.

Ormai abbiamo a disposizione una miriade di suoi scritti e colpisce sempre quanto, molto spesso, gli anni non pesino su molte sue intuizioni e analisi.

Invito a leggere “Noi, fondamentalisti? A spasso per l’Europa”, nel capitolo 3 “Nonviolenza per la decrescita” del volume “Fare la pace” (scritti su Azione nonviolenta 1984-1995). Ne riporto un breve passaggio a proposito delle nostre diverse radici, del nostro essere plurali, del nostro uscire dai recinti stretti delimitati dal dualismo destra-sinistra: “Anche molti movimenti tradizionalisti sono sospetti di fondamentalismo: dai movimenti che ad esempio rivendicano la dignità della propria regione, fino ai tradizionalisti di stampo religioso e culturale. I tradizionalisti, dal nostro punto di vista, sono anch’essi-quasi per definizione- molto estranei dalla corrente del mercato e dello sviluppo. Altra isola dell’arcipelago che stiamo esplorando, mi sembra possano essere alcune delle comunità etniche minoritarie: ad esempio i nomadi, che rifiutano -seppur non tutti e non sempre- l’integrazione. Anche il femminismo, credo, ha significato un’irruzione di fondamentalismo, quando sosteneva, per dirla in poche parole, la tesi che “il vostro (dei maschi) sistema non è costruito su nostra misura (delle donne), e quindi noi (donne) non chiediamo di avere una parte uguale alla vostra, ma dobbiamo trovare un altro tipo di compatibilità”.

E qui mi permetto di prendere la palla al balzo per dire due parole sulla questione di genere all’interno di questo partito.

Qualificata, a grandi linee, la polarità femminile come quella della procreazione, della cura, del generare vita, del coltivare la terra, del nodo della tessitura, dell’amore incondizionato e quella maschile con la lancia della caccia e della guerra, col chiodo del costruttore e del carpentiere, con l’esploratore di nuove frontiere, con l’amore condizionato (a condizione che siano rispettate le regole) è palese, in un movimento politico che si pone l’obiettivo di invertire la linea dello sviluppo e curarne le ferite inferte al pianeta e alla società tutta, da che parte dovrebbe pendere la bilancia. Guardiamoci intorno e vediamo quanta strada abbiamo ancora da fare.

Probabilmente le quote “rosa” non sono la migliore soluzione, chi ne ha di migliori le proponga. Certo è che anche osservando il partito da questa semplice lente, mai siamo caduti così in basso.

Ripartire da un coordinamento a parità di genere è il primo indispensabile passo per una possibile rigenerazione. (parte non letta visto l’esito raggiunto dalle elezioni a portavoce) Altrettanto un buon segnale sarebbe la candidatura a portavoce di due donne. Anche per questo, a margine della riunione di ieri, delle componenti che chiamerei “della discontinuità” auspico vivamente che si ricomponga un’unità, ampiamente a rischio in questo momento, intorno alla candidatura di Monica Frassoni accompagnata da un documento politico unitario, che reinserisca, di fatto, i due coportavoce e porti avanti quelle chiare linee di garanzia e “nuovo inizio” ben spiegate ieri sera da Marco Boato in una affollata assemblea notturna (ho lottato fino all’ultimo per questo esito, non riuscendo, evidentemente, nell’intento).

Mi auguro, comunque, che la rottura dell’unanimismo, avvenuta, getti le premesse per il rinnovamento necessario.

Scriveva sempre Langer in Minima Personalia: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri già familiari o nuovi che siano che la vita mi dona.” Così è per me. E proprio in questi giorni, grazie alla mailinglist “Baseverde”, ho potuto incontrare e conoscere, qui a Chianciano, Daniela Caprino, una ragazza col cuore grande, che mi ha donato un suo piccolo libro sui suoi viaggi in Bosnia.

- A proposito, perché non vincolare l’elezione dei due co-portavoce, l’anno prossimo, ad una età massima di 35 anni? Quanti bei giovani ci girano intorno e si allontanano immediatamente nel vedere che non abbiamo niente di diverso da offrire dagli altri partiti?-

Il suo libro si conclude con una bella lettera ad Alex che comincia così:

“Caro Alex, sono convinta che il segreto della tua morte è racchiuso nelle parole –Troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere-”

Io non so (o so troppo bene) ed ho rinunciato ad indagare le ragioni del gesto di Alex. So per certo che in questa distanza sta la ragione del suicidio dei Verdi.

Riproviamoci, ma non avrebbe senso farlo non provando ad annullare questa distanza.

 

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