Alexander Langer Alexander Langer Racconti, ricordi e dediche

Scritti di Alex Langer Racconti, ricordi e dediche
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Alfio Nicotra: mi ha gridato "facciamo qualcosa per la Bosnia"

5.7.1995, "Liberazione"
Alex Langer non c'è più. Ha scelto la stupenda collina di Pian dei Giullari sopra Firenze per togliersi la vita. Non sappiamo cosa lo abbia spinto ad un gesto così estremo. Sappiamo però che da oggi ci sentiamo un po' più soli. Se n'è andato un compagno di strada, un ostinato pacifista, un amico.

Alex era a tutti gli effetti un uomo di frontiera. Per anni in Alto Adige ha rappresentato coloro che non volevano sentirsi tedeschi o italiani ma semplicemente cittadini di quelle terre. Al censimento aveva rifiutato di sottoscrivere la "dichiarazione etnica" considerandola una sorta di apartheid nel cuore di Europa. Per questo era stato cacciato dal suo posto di insegnante per esservi riammesso solo dopo una lunga battaglia legale. Tra i fondatori del movimento verde in Italia non sempre ci siamo trovati in sintonia con le sue posizioni. Eppure è proprio questa diversità che ci fa sentire tutto il peso di questa sua improvvisa partenza. Quando la notizia della sua morte, di quel tipo di morte, è rimbalzata sul terminale delle agenzie ho pensato a Petra Kelly, la leader dei verdi tedeschi suicidatasi due anni fa. Era stato proprio Alex ad interrogarsi sul perché di un gesto così in apparente contrasto con le battaglie sostenute.

Alex aveva un cruccio l'ex-Jugoslavia. Da quando quella parte di Europa era esplosa in una mattanza senza fine, si era buttato a capo fitto nel tentativo di gettare ponti tra le varie etnie, di tenere in piedi quel tenue filo che cose più grosse di lui e di tutti noi volevano spezzare in un lago di sangue. Ricordo Alex a Sarajevo pochi giorni prima della guerra. Lo ricordo a Verona, all'inizio del '93 in un incontro interetnico tra forze non nazionalistiche provenienti da Belgrado, Zagabria, Sarajevo, Skopje e tante altre città. E poi ancora alla testa delle carovane di aiuto nei campi profughi. Eppure questo suo frenetico agire non gli bastava. Viveva come un oracolo inaccettabile l'impotenza della politica, tanto da iniziare a credere, lui, obiettore di coscienza per natura, alla necessità di un intervento militare esterno in ex-Jugoslavia. Ricordo una notte a discutere di questo, con lui che voleva, quasi supplicava, che riuscissi a convincerlo del contrario, che anche lì, dove tutto sembrava prendere fuoco, c'era ancora spazio per la nonviolenza e le politiche di pace...

La casa della sua compagna a Firenze è proprio vicina a quella di mia madre. Pochi giorni fa ci siamo visti per strada. Nel salutarci mi ha ricordato "dobbiamo fare qualcosa per la Bosnia". Adesso quella frase mi appare quasi urlata, come volesse infrangere un silenzio invincibile. È l'ultima cosa che ricordo di lui. Una cosa che è un impegno per noi tutti.
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