Alexander Langer Alexander Langer Racconti, ricordi e dediche

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Enrico Rossi: Il Sudtirolo di Alexander Langer, un ricordo dieci anni dopo

9.6.2006, in “Mesogea”, n. 2 (2005), p. 54-58
Il 27 ottobre 1580 arrivando a Bolzano Michel de Montaigne la trovò «assai scadente» rispetto alle altre città tedesche, notando che si «rendeva ben conto di aver cominciato a lasciare la Germania» .
Un mese e mezzo prima, era partito da Parigi per il Lago di Costanza, aveva attraversato la Baviera fino a Monaco e di lì, attraverso Insbruck, era giunto alle porte dell’Italia, meta del suo viaggio. Quell’Italia che in parte intravedeva a Bolzano, con le sue «vie più strette e nessuna bella piazza pubblica», una città che comunque attraverso «fontane, ruscelli, dipinti e vetrate» mostrava ancora evidenti i suoi tratti tedeschi. Questa compresenza di caratteri contrastanti e diversi che spesso caratterizza i luoghi di confine, là dove questi sono anche grandi vie di passaggio, tende a concretizzarsi in una sorta di identità storica ineluttabile. Sotto quest’aspetto, da quell’autunno in cui passò Montaigne è cambiato poco e ancora oggi in Sudtirolo le compresenze sono le stesse e così pure la funzione di via di collegamento e di trait d’union culturale tra un al di qua delle Alpi italiano e un di là delle Alpi tedesco. Figlio di questo paesaggio geografico e culturale, Alexander Langer si fece sempre interprete dei valori che possono crescere nelle terre di confine, e così ci piace ricordarlo a dieci anni dalla morte: conscio, certo, dei problemi presenti in questi territori, ma sempre saldo nella convinzione che la ricchezza che ne deriva sia molto di più.

Una sera di maggio della seconda metà degli anni Settanta mentre camminavo sotto i Portici di Bolzano, la mia città, mi accorsi che era ben strano che quella vecchia via del centro con le sue serie di avvolti, con i suoi negozi, alcuni così antichi, gli erker che sporgono sugli angoli delle case – insomma quel pezzo di città dall’anima così inguaribilmente tedesca, la sera fosse frequentato prevalentemente da noi italiani. Andavo a una riunione politica al CUC, il Circolo universitario cittadino, dove invece ci saremmo trovati rappresentati in ugual misura, italiani e tedeschi. Che in Sudtirolo significa persone di madrelingua italiana e persone di madrelingua tedesca. Una quindicina di persone in tutto e, come al solito in questi casi, da un iniziale ciascuno parla la sua lingua che tanto gli altri capiscono, dopo pochi preamboli la conversazione si svolse quasi tutta in italiano: i tedeschi conoscono mediamente meglio l’italiano di quanto gli italiani non conoscano il tedesco. Era la prima volta che partecipavo a una di quelle riunioni informali così tipiche in quegli anni, ed ero di gran lunga il più giovane. Stavo ascoltando con curiosità, a volte un po’ frastornato dalla confusione dei discorsi e dall’approsimazione generale, quando a un certo punto prese la parola una persona di madrelingua tedesca che parlava un bellissimo italiano: il periodare, il modo di costruire le frasi, i costrutti, veniva da pensare a influssi toscani, ma era strano: la sua origine tedesca era evidente. Era un tipo dall’aria intelligente, lo sguardo fermo e vivace insieme dietro agli occhiali, un viso che ricordava facilmente un coniglio; sembrava uno buono, in tanti più tardi l’avrebbero definito mite. Quando cominciò a parlare la mia attenzione fu completamente assorbita, il discorso si faceva a ogni frase più complesso, ma ogni cosa sembrava – era – semplice, sia da capire che da fare propria. Si chiamava Alex e dopo aver ripreso i fili di tutto quanto era stato detto fino ad allora, si stava spingendo molto più avanti. Delineava un’azione politica che vedeva il Sudtirolo come un luogo fecondo di esperimenti reali di convivenza interetnica, una regione che sfruttando la sua posizione geografica e la sua storia si facesse «ponte» tra il Nord e il Sud dell’Europa. Tutto questo in analogia con un Mediterraneo che avrebbe dovuto assolvere la stessa funzione tra il Nord e il Sud di questa parte di mondo.

«die brücke», il ponte, si chiamava la rivista che Alexander Langer aveva fondato una decina d’anni prima, nel 1967, assieme ad alcuni amici sudtirolesi, e in cui trovò espressione per un paio d’anni (tanto visse la rivista) il primo dissenso sudtirolese alla politica ufficiale tedesca della compattezza etnica da contrapporre al «nemico» italiano. E dapprima Nuova sinistra/Neue Linke e poi Lista alternativa per l’altro Sudtirolo si chiamarono le liste che avrebbero raccolto molte delle persone che non erano d’accordo con la politica totalitaria nella sua espressione etnocentrica, frutto della contrapposizione etnico-linguistica. Quelle liste che in serate come quella al CUC muovevano i primi passi concreti.
L’idea di Langer era semplice: dovunque fosse possibile, cercare di creare e sfruttare occasioni di reciproca conoscenza di lingua cultura storia pregiudizi e abitudini, tutto ciò che forma il mondo dell’«altro»; e di condivisione di riunioni attività e eventi di qualunque tipo. Tutti piccoli ponti questi, che dovevano servire a creare le basi di una convivenza fondata sul fermo mantenimento della propria identità etnica (e non solo) e sull’altrettanto ferma volontà di conoscere – di sperimentare su di sé – l’identità altrui. Ci credeva davvero, Langer, e faceva parte del suo modo di vedere le cose il comportarsi in maniera conforme alle idee. Così, come meticolosamente compilava fino all’ultima lira le note spese e i loro giustificativi, altrettanto scrupolosamente usava, alternandole, le due lingue – l’italiana e la tedesca – nel corso dei suoi interventi al Parlamento europeo, dove più tardi fu eletto deputato. Lo faceva per rispetto nei confronti dei suoi elettori, diceva, visto che appartenevano a entrambi i gruppi etnici. E magari chissà, anche perché si sentiva un italiano tra i tedeschi in Germania, e un tedesco tra gli italiani in Italia, come spesso gli piaceva puntualizzare, lui così naturalmente europeo. Ma fedele fino in fondo ai suoi principi di mantenimento dell’identità originaria, confessava di parlare con il suo assistente la loro madrelingua comune, il dialetto sudtirolese.

Per tutta la prima elementare sono andato a scuola assieme a mia madre, che era maestra e che insegnava nella stessa scuola. Un giorno eravamo in ritardo e mentre camminando velocemente stavamo arrivando nei pressi dell’edificio, mi disse di passare con lei dall’entrata sul retro, quella dei maestri. Mi sembrava una buona idea, era la via più breve per arrivare in classe, ma improvvisamente mi dovetti fermare. Proprio non riuscivo, a proseguire: quello che vedevo era stupefacente. Nel cortile sul retro, in un posto dove non avevo mai visto nessuno, si stava svolgendo un’altra entrata a scuola. Tutti i bambini in fila per due, coi grembiulini e le cartelle, e pian piano le maestre che venivano a prendere le classi. Non poteva essere la mia, di entrata a scuola, non conoscevo nessuno, il posto era differente, e c'erano anche meno bambini. Pian piano cominciai ad accorgermi che intanto mia madre mi stava chiamando e tirando per la mano, vieni! è tardi!, diceva. Allora la guardai e le chiesi che cos’era quello che stavo vedendo. Sono i bambini tedeschi che vanno a scuola, mi rispose con un tono di voce assolutamente normale. Era l’ottobre del 1966. Lì per lì non capii e rimasi frastornato, ma col tempo seppi che c’era un’intera ala dell’edificio per i bambini tedeschi, con le loro maestre tedesche, con il loro pezzo di cortile, il loro cancello, e con i loro orari d’entrata e di uscita diversi dai nostri; anche gli orari della pausa, erano diversi. E questo succedeva in tutte le scuole che ospitavano bambini di entrambe le lingue.

In uno scritto autobiografico Langer ricorda come, finite le scuole elementari, si dovette spostare a Bolzano per frequentare tutto il ciclo delle medie. Nella sua cittadina di origine, a Vipiteno, solo gli italiani, pur essendo un quarto degli abitanti, avevano le scuole medie: c'erano tanti figli di ufficiali. A Bolzano, città a prevalenza italiana, «chiedere il biglietto o un'informazione in tedesco è impensabile. In città ci si sente proprio in minoranza, da tirolesi», dice. «Sul mio autobus (linea 3 di Bolzano) siamo solo due bambini di lingua tedesca». In una situazione del genere la tentazione del nazionalismo è forte: «comincio a sentire il fascino della resistenza etnica». Ma presto il carattere e l'educazione ricevuta, le esperienze vissute e lo sviluppo del pensiero, gli fanno seguire una strada completamente diversa. Anzi, alternativa. Non più la contrapposizione tra gruppi etnici, non più gabbie, etniche. «Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo» recita uno dei punti del suo decalogo per la convivenza interetnica ; «più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo», quello seguente. Perché quello era il Sudtirolo in cui Langer cominciò a proporre le sue idee, una regione dove in mezzo alla bandiera bianca e rossa ancora campeggia l’aquila. Quella bandiera tirolese che a casa sua non era mai stata issata, così come nessun’altra. Anche se al suo paese, come ha raccontato, «la notte del Sacro Cuore passava qualcuno che si segnava sul taccuino le case con bandiera. Per conto del partito tirolese. Un altro faceva la stessa cosa, per conto della Questura».

Portare la sua esperienza lungo altri confini, in altri luoghi di compresenze e contrapposizioni etniche, fu uno sviluppo naturale. Dal 1991 il suo impegno per e nei paesi dell'est, e dell'ex-Jugoslavia in particolare, aumenta freneticamente raggiungendo quasi un punto di non ritorno con Sarajevo assediata. Quale lo stupore, ricevuto in delegazione a Cannes prima del vertice internazionale del giugno 1995 per un possibile intervento nella guerra, nel sentirsi dire da Chirac in persona «che sì, liberare Sarajevo dall'assedio è una priorità, ma che non esistono buoni e cattivi, e che non bisogna fare la guerra» . Loro «pacifisti di vecchia data», sentirsi dare praticamente dei guerrafondai. Loro che erano andati a chiedere di riconoscere che in quella guerra in cui «i bersagli sono donne, bambini, vecchi deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortai che sparano dal nulla», che lì in quella guerra c'erano «aggressori e aggrediti, criminali e vittime». Sapeva di cosa parlava, con il suo andirivieni di viaggi da quei paesi colpiti, ogni volta con nuove conoscenze e indirizzi di persone da aiutare lì, con persone direttamente a carico qui, e la ricerca delle risorse e delle possibilità per continuare a tenere sempre viva quell'incessante trama di rapporti diretti, vissuti, per aiutare le persone di buona volontà nei paesi travolti dai nazionalismi.

In tedesco c'è una bella parola per indicare persone come Alexander Langer: Hoffnungsträger, portatore di speranza; dove Hoffnung è la speranza e Träger è colui che porta, anche nel senso di portare qualche cosa, magari anche di pesante. È un termine che lui stesso aveva usato nel ricordare la verde tedesca Petra Kelly alla sua morte: «Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano» aveva scritto . Quando il 3 luglio di dieci anni fa Langer fa si tolse la vita, tra i moltissimi colpiti e addolorati, alcuni (pochi) non si stupirono. Come che sia, il rispetto impedisce di passare quel confine che comunque rimane tra il destino di una vita politica pubblica e una morte per scelta personale. Anche nel biglietto che ha lasciato, pur ricordando la propria disperazione totale, Langer esortava a proseguire «in ciò che era giusto». E così piace ricordarlo oggi, immaginando il grande vuoto che ha lasciato, pieno di tutto quello che ha fatto, di tutto quello che ha seminato.


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