Alexander Langer Alexander Langer Racconti, ricordi e dediche

Scritti di Alex Langer Racconti, ricordi e dediche
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Mao Valpiana: Alexander Langer, un facitore di pace

7.7.2005, Introduzione a: Fare la pace, Movimento Nonviolento
Alex è stato un caro amico del Movimento Nonviolento. Gli siamo riconoscenti per i tanti stimoli che ci ha dato, per la disponibilità generosa, per il contributo di analisi, proposte e iniziative.

Abbiamo pensato di rendergli omaggio predisponendo l’edizione di questo libro che contiene alcuni dei suoi molti articoli pubblicati in Azione nonviolenta dal 1984 al 1995, raccolti in quattro filoni: dal pacifismo alla nonviolenza, nonviolenza e riconciliazione, nonviolenza per la decrescita, nonviolenza è politica. Alcuni articoli sono nati espressamente per Azione nonviolenta; altri li scriveva e poi li diffondeva in copia a riviste amiche; qualche volta sono stati ripresi da altre pubblicazioni, ci sono anche trascrizioni da interventi registrati, ma sempre Alex ci ha fatto pervenire la sua gratitudine per l’ospitalità trovata nella rivista, di cui era un attento lettore. Ogni volta che veniva a trovarci alla Casa per la Nonviolenza di Verona, non se ne andava senza aver acquistato un testo di Capitini, di Gandhi o l’ultima novità di letteratura o saggistica nonviolenta.
Vorace lettore e prolifico scrittore. Anche questo era Alex.
Nessuno è legittimato a servirsi dei suoi scritti di anni fa per utilizzarli politicamente nella realtà di oggi. Alex ha deciso di non dire più nulla dal 3 luglio del 1995, e va rispettato anche in questa scelta.
Non ci interessa sostenere, sarebbe arbitrario, che tutte le sue scelte pubbliche furono improntate alla nonviolenza, né vogliamo iscriverlo d’ufficio postumo al Movimento Nonviolento (anche se per alcuni anni scelse di esserlo). Vogliamo semplicemente mettere in luce che dietro le sue prese di posizione, anche le più difficili e discutibili, c’era una conoscenza e un’adesione profonda ed esplicita alla nonviolenza specifica, incarnata nella sua particolare ed originale esperienza personale.
C’erano in lui una vocazione innata e una naturale dimestichezza con i principi base di una personalità nonviolenta (istinto di giustizia, capacità di indignarsi, ricerca della verità, volontà di dialogo) e non a caso nel 1961 (a soli 15 anni) scelse come nome per il suo primo giornalino scolastico “Parola aperta”, un titolo che oggi ci richiama con forza quell’idea religiosa di “apertura” che è alla base del pensiero nonviolento di Capitini, il quale in quello stesso anno dava vita alla prima Marcia Perugia-Assisi. Anche il secondo periodico fondato da Langer nel 1967, “Il Ponte”, portava un nome che si rifà alla cultura nonviolenta dell’incontro e del dialogo.
La scelta nonviolenta (laica e religiosa insieme) è decisiva nella biografia di Alex, non ideologica, ma sempre messa alla prova del confronto con la realtà più complessa e contraddittoria. In un suo scritto Alex ha auspicato lo sviluppo del settore “ricerca e sviluppo” della nonviolenza: i laboratori nei quali ha lavorato sono stati molti, dal Sudtirolo, nel 1968, fino alla Bosnia, nel 1995.
Lui si è descritto come un “portatore di speranza”. Per noi è sempre stato semplicemente un amico della nonviolenza. Anzi, si può dire che Alexander Langer abbia dato corpo all’idea capitiniana del “potere di tutti”, riuscendo ad applicare la nonviolenza, forse più di ogni altro, in alcuni degli ambiti più difficili per farlo: la politica e le istituzioni. E’ stato detto, giustamente, che Alex era il più impolitico dei politici, eppure è stato il rappresentante istituzionale di un vasto movimento ecologista e pacifista, che insieme a tante sconfitte ha raggiunto anche straordinari risultati concreti. Ha saputo attraversare cariche prestigiose senza rimanere invischiato nelle sabbie mobili del potere; ha trattato alla pari con capi di stato senza mai tradire la sua vocazione francescana.
Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri, già familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere .



Non è ancora ventenne quando con un gruppo di amici -i più di provenienza cristiana, qualche non credente, ragazze e ragazzi, di madrelingua tedesca, italiana, ladina- vuole farsi un'idea di come potrebbero andare le cose in Sudtirolo per un futuro di convivenza e rispetto, nella conoscenza reciproca di lingue e culture. E’ nel corso di questa ricerca che Alexander Langer (1946-1995), con una solida formazione cristiana alle spalle (“leggo, rifletto, prego, mi impegno") inizia ad entrare in contatto con le realtà organizzate della nonviolenza italiana.
Nella sua autobiografia, raccontando degli anni giovanili (1967), scrive:
Comincia a far riferimento al nostro gruppo - tuttora piuttosto impolitico, e senza legami con alcun partito - anche Lidia Menapace , allora assessore provinciale (Dc) alla sanità, una delle poche persone di madrelingua italiana pienamente convinte della necessità di una riforma coraggiosamente autonomistica dello statuto sudtirolese. Insieme a Lidia in autunno faccio una tournée di buona volontà a Roma, a Innsbruck, a Vienna. Aiutati dal Mir (Movimento internazionale della riconciliazione) teniamo conferenze sull'Alto Adige, ed abbiamo qualche incontro con personalità di rilievo, tra cui il card. König di Vienna .
Sia al Liceo che all’Università sente la necessità di fondare due giornalini (prima "Offenes Wort", parola aperta, 1961-1963, e poi "Die Brücke", il ponte, 1967-1969) dove Alex comincia ad elaborare la sua visione di "nuova sinistra" (1967) per arrivare all'organizzazione pluri-etnica nella politica sudtirolese (1968). Tra gli interlocutori più solidali e disponibili di questa esperienza, dice Alex, “troviamo l'avv. Sandro Canestrini , uomo di sinistra che ha saputo capire e distinguere tra i "dinamitardi" tirolesi e il bacillo neonazista” .
Si trasferisce a Firenze per gli studi universitari dal 1964 al 1967, ed è un momento formativo di grande rinnovamento ed apertura:
Incontro Giorgio La Pira, mio professore; Ernesto Balducci, che ogni settimana tiene una lezione sul Concilio, al cenacolo. Entro in contatto con Il Ponte di Enriques Agnoletti (pubblicherà nel 1967 un mio lungo articolo sul Sudtirolo), con Testimonianze (che anche mi invita a scrivere).
L'incontro più profondo è con Don Milani e la sua scuola di Barbiana, per la quale insieme ad una vecchia ebrea austro-boema, Marianne Andre, tradurrò in tedesco Lettera ad una professoressa (pubblicata nel 1970) .
E’ in quel periodo che, pur essendo in Germania per un dottorato, prende contatto diretto con il Movimento Nonviolento “per poter avere maggiori indicazioni sulla esatta situazione degli obiettori di coscienza in Italia, sia qui per gli amici che se ne interessano, sia per me personalmente, in quanto il problema di anno in anno diventa più scottante ed a un certo punto non sarà più rinviabile” . Riceve materiale di documentazione e copie di Azione nonviolenta da distribuire; ricambia con un primo contributo in denaro.
Gli effetti di questo contatto non si fanno attendere e nello stesso anno Alex organizza a Bolzano, contro le celebrazioni del 4 novembre 1968 che ricordano il cinquantesimo anniversario della “vittoria” della prima guerra mondiale, una dimostrazione pacifista (per la quale verrà fermato e identificato in questura) e il periodico Die Brücke pubblica un articolo per il quale Langer verrà denunciato dai Carabinieri per vilipendio alle Forze armate, alle istituzioni costituzionali e istigazione a disobbedire alla legge . Nel testo, in tedesco, intitolato “Fünzing Jahre Sieg 1918-1968” (a cinquant’anni dalla guerra) si legge:
E’ necessario che l’opinione pubblica dell’Alto Adige sia educata fin da ora… a ripudiare ogni celebrazione di vittoria poiché questi tipi di vittorie sono state ottenute attraverso la brutale forza delle armi, e non hanno nessun significato morale. Il fatto della “vittoria” o della “sconfitta” che la guerra comporta, non ci dice nulla, poiché è provocata da motivi privi di un senso morale o addirittura da motivi che bisogna ripudiare. Le celebrazioni della “vittoria” e gli atteggiamenti contrari da parte del gruppo sudtirolese, hanno ben precisi significati: si vuole esaltare il potere e l’apparato del potere…. Un importante passo da intraprendere sarebbe quindi la diffusione della verità per giungere all’opposizione del militarismo che regna ancora nell’apparato democratico dello Stato. Il fine ultimo resta l’eliminazione dell’esercito…” .
Alex non tralascia di inviare alla sede del Movimento Nonviolento a Perugia copia degli articoli di stampa che riportano la notizia della manifestazione e della denuncia .
Il suo percorso politico lo porta, nel 1970, ad aderire a Lotta Continua ed è probabilmente per questa scelta che alla fine non si dichiara obiettore ma parte per il servizio militare:
Svolgo il servizio militare tardi (a oltre 27 anni), dopo aver sperato tanto di evitarlo (grazie ai due fratelli chiamati prima di me) ed aver studiato tutte le possibilità alternative (obiezione e carcere; servizio all'estero con la legge Pedini). Quando ci vado, penso alla caserma come ad un luogo di lotta di classe e di ricomposizione del proletariato, ed in quel senso mi propongo di agire, tra i “proletari in divisa”. Parto con alle spalle una recentissima assoluzione per insufficienza di prove per vilipendio alle forze armate, e finisco così in una caserma punitiva dell'artiglieria di montagna, a Saluzzo, con i muli, una disciplina rigida e una speciale e dichiarata sorveglianza a mio carico.
E' il periodo della mia vita in cui sopporto la maggiore fatica fisica e mi trovo tra contadini ed operai non per aver scelto di “andare tra il popolo”, ma per esserci stato mandato, mio malgrado, su un piede di perfetta parità. Mi dà una grande soddisfazione che pochi giorni dopo il congedo (settembre 1973, dopo il golpe di Pinochet) un buon nucleo del nostro contingente si ritrovi davanti alla caserma per una manifestazione. Saluzzo ci guarda con stupore.
L’esperienza nazionale con Lotta Continua sfocia in un rapporto ravvicinato con il Partito Radicale (campagna referendaria del 1977) e si conclude nell’estate del 1978; da lì riprenderà il suo lavoro politico principale “in provincia” con due impegni elettorali con "Neue Linke - Nuova sinistra" (1978) e poi con una più ampia "Lista alternativa per l'altro Sudtirolo" (1983).

Incuriosito ed ammirato da quanto sentivo stesse accadendo in Alto Adige, proprio grazie al laboratorio politico della lista inter-etnica alternativa, ho frequentato alcuni incontri e convegni a Trento e Bolzano, e lì, dopo averne tanto sentito parlare anche come primo obiettore al censimento etnico, ho conosciuto personalmente Alexander Langer e mi è venuta la voglia di intervistarlo per la prima volta. Il tema era il movimento pacifista tedesco, all’epoca il più forte in un’Europa ancora divisa. Durante quel colloquio Alex ha voluto essere informato con precisione sulle persone e le iniziative del Movimento Nonviolento, ed era felice di aver “ritrovato” Azione nonviolenta. Proprio in quei mesi anche in Italia iniziava il percorso verso la nascita del movimento verde e Alex insisteva e parteggiava per un coinvolgimento diretto degli amici della nonviolenza nel progetto che gli piaceva chiamare “ecopax”, che doveva camminare sulle gambe dell’ambientalismo e del pacifismo.
Nel 1984 vengo invitato a tenere la relazione introduttiva alla prima assemblea italiana di comitati e gruppi promotori di liste verdi, che si svolge a Firenze: mi trovo così investito di una funzione di battistrada e di punto d'equilibrio che svolgo volentieri, nella prospettiva di passare velocemente il testimone ad altri, ma che mi preoccuperebbe, se si perpetuasse nel tempo e se prolungasse ed accentuasse troppo la mia condizione di ostaggio.
E' la primavera del 1985, le elezioni amministrative sono imminenti, in molte città e regioni ci saranno “liste verdi”. Sulla terza pagina di un quotidiano romano mi trovo apostrofato come “profeta verde”. Io mi trovo a girare l'Italia per contribuire a questa semina verde. Cerco di farlo con argomenti ed intenti poco elettorali e molto riflessivi. Anche in questo caso non sono stato io a “candidarmi”. Anzi, più che mai mi sono sentito ostaggio di un’accelerazione nata dalla combinazione di molte circostanze.
E' difficile far credere che Bolzano non è la locomotiva verde d'Italia. Si vede che la realtà inventata dai mass-media è più convincente di quella vera. Non resta che darsi da fare per non deludere troppo.
Alex si dà davvero da fare, più e meglio di ogni altro. In questa sua arte di creare reti e rapporti, immette sempre anche gli amici e le amiche della nonviolenza. Ed è così che con lui abbiamo fatto una lungo cammino insieme, durato gli ultimi dieci anni della sua vita.
Molte tappe di questo cammino sono descritte negli articoli raccolti in questo volume, dalla campagna Nord/Sud del 1988, al convegno “Sviluppo? Basta! A tutto c’è un limite” del 1990, dalla Carovana Trieste-Sarajevo del 1991, al VeronaForum del 1993, e in mezzo la lunga avventura verde, dalle speranze della nascita di un grande movimento trasversale (1985), fino alle delusioni della trasformazione in partitino (1995).
Alex è stato anche, dal 1982, un attivo compagno di strada nella campagna di obiezione fiscale alle spese militari, solidale con gli imputati ai processi per istigazione (“sono molto contento del nostro grande successo sulla obiezione di coscienza alle spese militari”) , e ha partecipato personalmente all’acquisto dei terreni della Verde Vigna a Comiso per impedire l’espansione della base militare che doveva ospitare i missili nucleari Cruise. Per un’Europa libera dal nucleare, nel 1984 abbiamo organizzato insieme una manifestazione sul Ponte Europa/Europabrücke; un treno speciale partito da Verona raccoglieva manifestanti a Rovereto, Trento, Bolzano, fino a Innsbruck, per chiedere la smilitarizzazione e la denuclearizzazione. Riprenderà gli stessi temi qualche anno dopo per proporre un manifesto comune di verdi europei “...per la costruzione di un’Europa ecologica, pacifica, democratica, nonviolenta, solidale, libertaria, giusta e fraterna...” , bozza purtroppo mai approvata per divergenti opinioni fra i rappresentati verdi a Strasburgo.
Nel 1988 abbiamo partecipato insieme ad un convegno in Brasile, a Manaus, sui temi della missione, dell’ambiente, degli indios. Ci interessava capire quella realtà per riportare in Italia elementi utili alla Campagna Nord-Sud che voleva far conoscere all’opinione pubblica il dramma ambientale e sociale che stava vivendo l’Amazzonia: “L’ecologia non è un lusso dei ricchi, ma una necessità dei poveri” fu il messaggio centrale del suo intervento. Da quel convegno prese avvio anche l’idea per la campagna del 1992 “Il Sud del mondo, nostro creditore” in occasione delle celebrazioni dei 500 anni dello sbarco degli europei in America, con un’altra sua intuizione: “Dare voce ai conquistati e dare voce agli obiettori di coscienza e disertori nelle file dei conquistatori”. Aveva la capacità di offrire sempre un punto di vista inusuale, per comprendere meglio la realtà.
Voglio ricordare anche la sua presenza alle varie edizioni della Marcia Perugia-Assisi e la partecipazione generosa alla campagna “un mattone per la pace” per acquistare la Casa per la Nonviolenza di Verona, nella quale Alex diceva “mi sento a casa” e non dimenticava mai di rinnovare con puntualità l’abbonamento ad Azione nonviolenta.
E’ stato un “motorino d’avviamento” (sua l’espressione) per tante iniziative di pace, sempre attento alla soluzioni concrete e praticabili da proporre.
Mi sento profondamente pacifista (facitore di pace: almeno negli intenti), e mi capita con una certa frequenza di partecipare a iniziative e incontri per la pace. Spesso ho l’impressione che si tratti di una pace astratta, e di un pacifismo privo di strumenti per raggiungere i suoi obiettivi. Al momento della guerra delle Falkland-Malvine penso: se questo fosse un conflitto italo-tedesco (-austriaco, ecc.), saprei da che parte cominciare per contribuire a una pace concreta. Il “gruppo misto”, il ponte, il “traditore” della propria parte che però non diventa un transfuga, e che si mette insieme ai “traditori” dell’altra parte... “la logica dei blocchi blocca la logica”, c’è scritto su uno striscione della manifestazione pacifista internazionale che teniamo il lunedì di Pasqua del 1984, sul “ponte Europa” vicino a Innsbruck. Contro la logica dei blocchi: penso di avere qualche esperienza in proposito grazie alla vicenda sudtirolese, e mi piacerebbe renderla più fruttuosa .
Poi, dopo la stagione del 1989, con la caduta del Muro di Berlino, vennero gli anni difficili della prima guerra del Golfo nel 1990-91, i fatti d’Albania, e poi la crisi Jugoslava, in una tragica catena dalla Croazia, alla Serbia, alla Bosnia, fino all’assedio di Sarajevo e la strage di Tuzla. Fu difficile per Alex coniugare tensione ideale (“La spaventosa guerra in corso non deve farci fare tutti quanti un salto indietro, riammettendo la guerra tra i protagonisti della storia e tra gli strumenti - seppur estremi - della convivenza tra i popoli. Con il livello odierno di armamenti, di affollamento demografico del mondo e di precarietà ecologica del pianeta comunque non ci può più essere più "guerra giusta", se mai ve ne poteva esistere in passato”) e realismo politico (“Oggi penso che davvero occorra un uso misurato e mirato della forza internazionale, e quindi nel quadro dell'ONU. Per fare cosa? Non certo per appoggiare alcuni dei contendenti contro altri, ma per fermare alcune azioni particolarmente intollerabili e far capire che c'é un limite, che la logica della forza non paga) .
La nonviolenza ha bisogno sia di profeti che di politici. Ma essere insieme profeti e politici è davvero molto, molto complesso (“troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”) .
Alex era una bella persona.
E’ stato un privilegio averlo come amico.




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