Alexander Langer Alexander Langer Racconti e ricordi

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Alexander Langer: L'Europa nasce o muore a Sarajevo"

3.3.2003, Edi Rabini per "Testimoninaze": Nuove guerre e culture della pace
Un tempo mi creava qualche complesso il non poter disporre di un apparato ideologico con il quale mettere in bell’ordine, non senza necessarie forzature, i fatti della vita. Mi sono accorto poi, a mie spese, che in una certa coerenza intellettuale, che riemerge incrollabile ad ogni crisi di convivenza, da Sarajevo al Kosovo, dall’Afghanistan all’Iraq, c’è a volte una buona dose di ferocia e di cinismo.

Si vedono e si strumentalizzano, da una parte e dall’altra, corpi martoriati, ma non si rivelano le esperienze e le relazioni concrete che stanno alla base delle singole posizioni. In realtà succede spesso che prima ci schieriamo in base a convincimenti profondi, poi tendiamo a selezione le informazioni adeguate per supportarli.
Faccio solo un esempio. Nella storia orale che mi è stata tramandata in famiglia anche le bombe inglesi della seconda guerra mondiale non sono state un fatto neutrale. C’era il posto per il racconto delle paure e il ricordo di quei 3.500 sopravvisati del campo di concentramento che per merito della linea ferroviaria interrotta non poterono essere caricati sui treni destinati ai campi di sterminio che li aspettavano in Germania,

Preannuncio così dall’inizio alcuni dei miei parametri di giudizio: la storia della terra sudtirolese in cui sono nato da madre tedesca e padre veneto; la fortunata frequentazione di Alexander Langer; il sentimento di condivisione con le poche persone che ho avuto modo di conoscere da vicino, dall’Algeria e Ruanda, da Belgrado Tuzla e Pristina, da Pechino e Quito, da Israele e Palestina, che sono poi il piccolo circuito dei premi Langer assegnati dall’omonima Fondazione a partire dal 1997.

Ho preso parte il 5 aprile scorso ad un seminario promosso a Livorno dalla Federazione nazionale dei Verdi su “Politica e nonviolenza”, assieme ad alcuni esponenti di rilievo dei facitori di pace e del movimento nonviolento.
Le bombe cadevano sull’Iraq da alcuni giorni. Ho usato per il mio intervento il titolo dell’ultimo scritto di Alexander Langer, dopo il vertice dei Capi di stato e di governo a Cannes il 26 giugno 1995: L’Europa nasce o muore a Sarajevo.
Poteva sembrare una forzatura polemica perchè fu proprio in quell’occasione, pochi giorni dopo la strage di 70 giovani a Tuzla, alcuni prima di quella genocidaria di Srebrenica, che Alex si recò, solitario quasi, con altri parlamentari europei al vertice di Stato a Cannes, per consegnare un appello disperato con la pressante richiesta di un intervento, anche militare, volto ad interrompere l’atroce assedio della capitale bosniaca. In quell’occasione il pacifista Chirac accusò lui e la delegazione di essere poco meno che dei guerrafondai.

Perchè ripartire da Sarajevo? Perchè nel tentativo di mostrare una coerenza ideologica ferrea, non pochi esponenti del fondamentalismo pacifista, che allora furono toccati da un soffio di umana pietà per le vittime, si dedicano ora ad un’opera di revisionismo, retrodatando a quella guerra il loro odierno “senza se e senza ma”. Ed è per questo “peccato originale”, per la difficoltà di usare i suoi scritti come manganello ideolgico per spaccare in due gli schieramenti, che Alexander Langer è stato per lo più espulso dal loro martirologio, sostanzialmente dimenticato.
Sono venuti poi il Kosovo, Timor Est, le Twin Towers, l’Afghanistan e l’Iraq, ognuno con la propria specifità ad imporci l’arte del discernimento e della scelta. Ma l’Europa è nata davvero per certi aspetti a Sarajevo.
Sarajevo era da tempo il sintomo più evidente e la vittima sacrificale di una crisi più generale esplosa dopo il 1989. Con la dissoluzione dell’impero sovietico e della Jugoslavia di Tito erano rapidamente aumentati gli eserciti e i sistemi di armi "senza padrone", come anche gli scienziati e i tecnici "senza padrone"; con la messa in circolazione di un enorme potenziale di armamenti incontrollati e incontrollabili. Chi aveva un pezzo di fucile si sentiva in diritto di rivendicare tutto ciò che era stato leggittimato della storia nel periodo di costruzione degli stati nazionali: rivendicazioni territoriali, ridefinizione di confini e sfere di influenza, nazionalismo, movimenti etnici. Fu un periodo in cui i fattori endemici, le dinamiche locali, avevano un peso sicuramente superiore alle possibilità di condizionamento esterno, sia della vicina Europa che dalla lontana America, ambedue sorprese e impreparate.

Come orientarsi dunque in una situazione così drammaticamente nuova. Alexander Langer era ripartito ancora una volta dalla sua esperienza sudtirolese.
I primi suoi testi che abbiamo trovato sono del 1961. Aveva 15 anni. Sono pubblicati su di un piccolo foglio ciclostilato della congregazione Mariana di Bolzano, dal titolo “Offenes Wort” (Parola aperta), intrisi di una forte tensione religiosa ed etica: un programma di vita. Quando si iscrive all’università di Firenze nel 1964 non può non incontrare ben presto la scuola di Barbiana, Testimonianze, la Fuci e, più tardi, l’Isolotto. Con qualche malcelato orgoglio pubblica sul numero 99/1967 proprio di Testimonianze un breve saggio sulle prospettive del suo Sudtirolo, che in quegli anni, tra un attentato e l’altro, si impone all’attenzione dell’opinione pubblica.
In questo breve tempo il suo percorso formativo è sostanzialmente completato ed è fortemente intriso di una conoscenza profonda, profondamente vissuta di ciò che aveva vissuto la sua terra, facendone così un solido parametro di giudizio sulle dinamiche generali che alimentano e incancreniscono i conflitti natura etnica, religiosa, nazionale. E di come convinzioni autodefinitesi “etiche” vengono utilizzate da gruppi dirigenti spregiudicati per costruire gerarchie e consenso, un netto fossato tra amici e nemici, un permanente ostilità contro chi sceglie di collocarsi nella terra di mezzo, dei “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”.
Non è dato di sapere quale sia stato il privato deserto da attraversare o la pancia della balena che lo ha ospitato, rendendolo così nemico di ogni prigione fisica e mentale. Ma proprio in quel periodo sembra aver pronunciato, come succede ad ogni giovane che si rispetti, i suoi primi drastici “mai più”. Mai più affidare alle armi le istanze di liberazione. Mai più rinunciare alle proprie convinzioni personali nel nome della subordinazione ad un gruppo, attenuando così la responsabilità individuale e l’esercizio del libero convincimento. E non è un caso che Langer, anche nel periodo di più intenso impegno in difesa delle minoranze, non abbia mai flirtato con l’esremismo dell’IRA o dell’ETA, o si sia più tardi opposto alle prime spinte secessioniste di Croazia e Slovenia. E che sia diventa uno degli animatori del movimento nonviolento e di pace in Italia ed Europa, ma anche un suo critico puntuale e tenace quando l’interesse per la “corte” sembrava diventava prevalente su quella del “regno”.

Sicuramente l’Alto Adige-Südtirol -come si deve scrivere in buon bilinguese - è un luogo in cui nell’arco di pochi anni, di alcune brevi generazioni, si è accumulato un forte imperativo (già comunque ben presente nella cultura alpina tirolese) a sacrificare l’unicità della persona ai bisogni della comunità etnica. Un’anticipazione di storie molto attuali, che ritornano puntualmente, di nazionalismi contrapposti, pulizie etniche, campi di concentramento, persecuzioni, bombardamenti, protettorati. E dopo la seconda guerra mondiale, ben presto, prima che fosse maturata una nuova classe dirigente e una riflessione critica sul passato. questa tradizione dello “stare uniti” si è concretizzato in un nuovo ciclo di lotta ancora collettive, prima separatista e poi autonomista, con la costruzione di una forte dialettica amico-nemico, il fascino per il gesto armato, gli attentati che si prolungano fino al 1988, un clima di complicità e omertà, la spinta al partito unico di raccolta che impedisce il dispiegarsi di una democrazia pluralista.
E ne segue, da parte statuale, un forte consenso sociale, italiano prevalentemente, ad usare le maniere forti, la compattazione nazionalista che scompiglia le tradionali appartenenze politiche, con alcune ferite di legalità mai completamente chiarite, la militarizzazione del territorio, la sperimentazione della guerra piscologica, la schedatura diffusa, anche episodi di tortura e di condanna a morte illegale tramite esecuzione.

A differenza di chi ancora oggi ridicolizza la pace pur sempre precaria raggiunta per esempio in Bosnia o in Kosovo, noi sapevamo bene che esiste una sostanziale differenza tra un conflitto guerreggiato e uno di carattere politico, anche se ancora intriso di nazionalismi, Ci rendevamo conto che la bestia della forza deve essere rinchiusa in un qualche recinto, se non può essere ancora addormentata o uccisa.
A partire dall’approvazione di un nuovo Statuto d’autonomia, nel 1972, prende avvio la costruzione in Sudtirolo di un complesso meccanismo istituzionale rivolto alla moderazione degli interessi etnici, alla costruzione di un clima di fiducia, che si può sintetizzare sostanzialmente nella rinuncia a rivendicazioni di confine in cambio di un forte augoverno locale su base trietnica. Non è la società conviviale che sognavamo, ma questo scambio tra rinuncia alle rivendicazione di confine in favore di un forte autogoverno territoriale diventa via via una vera alternativa alla fame di stato, di confini, di sicurezza.
Alexander Langer (che pur rimane critico fermo di alcuni estremismi etnicisti che avranno l’effetto inevitabile di rafforzare il braccio di ferro tra i gruppi) ripropone questa idea forte nei suoi viaggi ed incontri in Bosnia, Macedonia. Kosovo, Kurdistan, Tibet, Cecenia. Perfino in Israele e Palestina nel 1993, trovando non poco interesse tra chi vede i rischi insiti nella prospettiva della creazione di due stati etnicamente puri.
Quest’idea, della necessità di un drastico dimagrimento del potere statuale verso forme sempre più avanzate di autogoverno locale (ma anche verso rassicuranti ombrelli protettivi sovranazionali) acquista un livello di desiderabilità generale, non solo italiana. Se “libertà è partecipazione”, come cantava Giorgio Gaber, il luogo principe della partecipazione stà proprio nelle molte autonomie tra loro federate, tipiche delle più antiche e forti democrazie. Credo che anche in Afghanistan o in Iraq si dimostrerà illusorio ogni tentativo di governo “centralizzata”, che non tenesse conto di questo (universale?) bisogno di potersi confrontare con poteri vicini, controllabili e condizionabili.
Se non si prendono in dovuta considerazioni le particolarità locali, storiche, culturali dei conflitti irrisolti, si corre il rischio di accompagnare le volontà di controllo e dominio con una sorta di colonialismo delle idee. Dopo aver criticato chi vuole affibiare all’altro mondo le nostre tecnologie inquinanti o in disuso, ci troviamo involontariamente a trasferirvi pratiche politiche, schemi di interpretazione della realtà, modelli statuali che noi, qui, consideriamo ormai superati e non più desiderabili.

In quel disperato “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”, Alexander Langer riprende e riassume alcune delle proposte di azione nate dentro il laboratorio jugoslavo. Nel 1991 aveva promosso con altri il “Verona Forum per la pace e conciliazione nell’ex-Jugoslavia”, una rete fatta di alcune centinaia di personalità ben rappresesentative delle sue regioni tra loro nemiche, alle quali offre un tavolo di dialogo e di interazione.
Non so dire se con queste modeste proposte hanno dato parola ai primi passi verso una politica estera comune che l’Europa muoveva in quegli anni o se l’Europa si è mossa anche a partire da quelle profetiche parole.
Sono delle proposte molto semplici, molto concrete, com’era sua abitudine. E si sa che per realizzare proposte semplici c’é bisogno di una moltitudine di persone che interagiscono, mentre per presentarci come combattenti dell’impero bastano a volte azioni simboliche ben proclamate da piccoli gruppi.
C’é comunque da rimanere stupiti nel constatare la rapidità con cui quelle proposte, nate dentro l’urgenza della Sarajevo accerchiata, sono state messe in moto, dentro quel percorso di apprendimento nelle tragedie che appartiene evidentemente non solo ai singoli umani ma anche alle piùi elefantiache istituzioni.

Provo a riassumerle.
1. Ristabilire il valore del diritto, a partire da quel Tribunale penale internazionale che gli attuali tifosi allora boicottavano come “grimaldello dell’imparialismo americano”. O da quella Corte internazionale per l’ambiente presso l’ONU, avanzata già nell’aprile 1991, che vede oggi un’inaspettata primavera.
2.. Promuovere accanto alla democrazia, il dialogo tra cittadini, la partecipazione della società civile, l’articolazione dei poteri, la libertà di espressione. Una linea d’azione, di ingerenza civile e umanitaria, che è ormai al centro dei programmi di finanziamento comunitari.
3 Sostenere le forze di dialogo interne invece che appoggiare e costruire contropoteri militarizzati. E bisognerebbe prendere atto che proprio il discusso intervento NATO in Kosovo ha rappresentato l’inizio di un’inversione di tendenza, nella prassi prima consolidata dalle due parti che garantivano l’equilibrio del terrore, di finanziare e addestrare gruppi d’opposizione armata, che poi diventavano regolarmente autonomi dai loro stregoni. Ed è stato forse grazie a quell’intervento esterno se alle prime elezioni in Kosovo hanno poi prevalso le forze moderate di Rugova.
4. Professionalizzare il volontariato in un corpo civile di pace europeo, accanto ad una forza di polizia internazionale sotto l’egida dell’ONU.
Un’idea questa, approvata una prima volta dal Parlamento Europeo nel 1996 nel testo a cui aveva lavorato Langer, fatta propria da autorevoli documenti dell’ONU e dell’OSCE, che avrebbe potuto realizzarsi più celermente se fosse stata assunta con convinzione da quell’arcipelago di iniziative di solidarietà, gemellaggio, cooperazione che aveva preso slancio in tutta Europa negli anni della crisi Jugoslava. Ne sono nate sì alcune consolidate associazioni non governative, istituti di ricerca e formazione, corsi universitari e di formazione privata, esperienze di intervento sul campo. Ma l’impatto politico è stato frenato, almeno in Italia, dall’assenza di interlocutori istituzionali, dal prevalere di uno spirito di concorrenza (per le scarse risorse a finanziarie a disposizione e le regole di accesso poco trasparenti) e dalla tradizionale divisione tra mondo associativo laico e quello legato alla chiesa cattolica.
Sono stati i militari invece, forse perchè costretti dalla perdita della loro ragione sociale, a dar corso ad una colossale riconversione della loro azienda, e a costruirsi una nicchia di specializzazione, giustamente riconosciuta a livello internazionale, per i compiti di interposizione nei conflitti armati e di ricostruzione della convivenza postbellica. Quasi un avamposto di quel corpo di polizia internazionale auspicato da più parti, o di quel esercito europeo che potrebbe caratterizzarsi proprio da un prevalere del fattore “umano” rispetto a quello americano tutto orientato ad affidarsi ad una supertecnologia così gravida dii conseguenze psicologiche, sanitarie e ambientali.
Con un esercito ed un servizio civile che diventano ormai professione, torna d’attualità la necessità di una proficua interazione tra difesa civile e difesa militare, che era stata alla base dell’elaborazione iniziale del movimento per l’obiezione di coscienza. prima della sua trasformazione in parastato.

Alexander Langer era stato uno dei portatori in Italia della nuova sensibilità ecologista che si è concretizzata dall’inizio degli anni 80 con una impetuosa crescita dell’associazionismo ambientalista ed il successo dei Verdi, alle elezioni parlamentari del 1987
Con la Campagna internazionale “Nord-Sud, biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, aveva contribuito con molti altri a dare un respiro fortemente internazionalista, si potrebbe dire oggi “globale” a questa spinta per una umanità più equa e solidale. Il vertice di Rio del 1992, pur già segnato dall’irrompere della crisi del vecchio impero sovietico, aveva rappresentato il livello più alto di quella speranza e proposta, che riprenderà corpo e visibilità solo (e non a caso) a partire dalla conclusione del ciclo di guerre "Jugoslave", con la fine di Milosevic nel dopo Kosovo. Dico “non a caso” per sottolineare quanto sia difficile pensare di promuovere giustizia sociale o ambientale, dove non si siano prima consolidate alcune regole minime di convivenza, di sicurezza per le persone, di rispetto dei fondamentali diritti umani
E temo che l’attentato delle Twin Towers, punta emergente di un fondamentalismo islamista, la cui pericolosità non avevamo riconosciuto per tempo da ciò che stava avvenendo da tempo in Algeria, Iran, Afghanistan, Palestina, abbia interrotto per un nuovo lungo periodo “le speranze di Rio”, timidamente rilanciate a Johannesburg.
La crisi globale che stiamo vivendo, ci chiede una riflessione diffusa, prima culturale che politica, sul rapporto tra giustizia sociale e convivenza possibile, tra benessere ambientale e democrazia partecipata, tra difesa militare e difesa civile, tra regionalismo e bisogno di istituzioni sovranazionali.

Edi Rabini, Bolzano
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