Alexander Langer Alexander Langer Racconti, ricordi e dediche

Scritti di Alex Langer Racconti, ricordi e dediche
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Enzo Colotti: il vulcano Langer

30.11.1995, ESTRATTO DA "BELFAGOR", Firenze
Nonostante la differenza generazionale e la diversa formazione culturale con Alexander Langer si stabilì quasi istintivamente una corrente di simpatia, un'intesa spesso tacita, talvolta ragionata su alcune cose fondamentali, che era più forte di ogni possibile discordanza.

Forse, solo ora che Alex non c'è più ci si rende conto di quanto fosse importante sapere che da qualche parte in Europa Alex stava lavorando, parlando con quel suo fare visionario e suadente insieme, perorando una causa che era in linea di principio giusta, anche se non sempre se ne vedeva lo sbocco operativo o si poteva consentire senza discutere con la sua proposta. E si poteva essere certi che Alex sarebbe stato sempre dalla parte giusta, per quel tanto che si identifica con la parte dei deboli, degli indifesi.

Nato in un'area che gli opposti nazionalismi consegnerebbero volentieri all'inferno delle guerre etniche, Alex era per istinto, prima ancora che per ragionamento, certo non per convenienza, uno dei pochi europei veri che abbia prodotto il nostro paese, cosí prodigo di retorica europeista ma così avaro di comportamenti europei. Credo che Alex non sia mai stato sfiorato dall'idea di prendere partito per uno dei gruppi etnici che si contendevano la supremazia nel Südtirol: il suo sogno era viceversa di abbattere qualsiasi barriera, le "gabbie etniche", che impoverivano il pieno dispiegarsi della ricchezza culturale e umana che poteva e doveva derivare dall'incontro e dall'incrocio di lingue e di culture. Forse anche per la sua invidiabile capacità di dominare più lingue Alex era l'interprete perfetto, ideale, di un mondo multiculturale, nel quale non faceva nessuna fatica a vivere. Faceva fatica viceversa (e questo forse lo ha ucciso) a vivere nelle contrapposizioni perenni, nelle barriere che una dietro l'altra continuavano ed ergersi contro le buone intenzioni di chi non si rassegnava ad occupare posizioni sempre più arretrate, sempre più difensive. Quando alla vigilia delle elezioni tedesche del 1980, in un momento assai delicato per la fisionomia democratica della Bundesrepublik sulla quale si allungava l'ombra della candidatura alla cancelleria di Franz Josef Strauss, nell'ambito delle iniziative a sostegno dei diritti civili e contro il Berufsverbot gli chiedemmo per un libretto rimasto semiclandestino un intervento sui Grüne che allora incominciavano ad emergere come "un'incognita che conta" (sono parole sue), ci mandò un contributo dal titolo emblemativo "Verde speranza". L'articolo si concludeva con queste parole: "E sono, comunque, in tanti, a non volersi per l'ennesima volta subordinare al ricatto del male minore e farsene legare le mani, piuttosto che far emergere, finalmente, un'alternativa".

In queste poche righe c'era tutto Alex. Contro la rassegnazione, contro l'accettazione della filosofia del "male minore", contro la tendenza a subire passivamente il ruolo difensivo dell'eterno oppositore che le maggioranze hanno sempre cercato di costruirgli addosso, in favore della ricerca di una risposta positiva, da protagonista, fautore appunto di una alternativa. Era uno di quegli individui che sono di per sé una forza. Da esponente di una minoranza di "obiettori etnici" (è l'espressione usata da lui stesso nei noti "Minima personalia", "Belfagor" marzo 1986) sudtirolesi era cresciuto rapidamente a figura politica di rilievo nazionale, dal 1989 era parlamentare europeo e tra i parlamentari europei era diventato un elemento di raccordo, non un semplice coordinatore organizzativo, di assoluto rilievo, con una competenza, e non soltanto una passione, nelle questioni relative alla tutela dei gruppi minoritari e dei diritti umani da fare invidia a molti. Alex non era solo un sostenitore ardente e intransigente dei diritti delle minoranze, era anche un lucido ragionatore e un conoscitore eccellente dei meccanismi giuridici e istituzionali: se può avere peccato più di una volta di utopismo, non ha mai peccato di approssimazione o di pressapochismo. Ava un rigore etico e intellettuale assoluto: quando nell'ormai lontano 1978 presentammo insieme, alla Fondazione Basso a Roma, il libro di un altro grande outsider (e non avrebbe potuto essere diversamente), Günther Wallraff, "Il grande bugiardo" (edito da Feltrinelli e forse ingiustamente dimenticato in questa nostra confusa transizione), e lui si prestò a fare da interprete a Wallraff, tenne a precisare che non sapeva se avrebbe potuto tradurre tutto, perché non voleva dovere farsi interprete di affermazioni che potesse non condividere.

Per molti sudtirolesi di una generazione più giovane, suoi coetanei o anche più giovani, Alex era diventato un punto di riferimento indispensabile, sia nella costruzione di una "nuova sinistra" erede della contestazione sessantottina, sia come protagonista della simbiosi tra ambientalismo e multiculturalità, che è meno strana di quanto a prima vista potrebbe apparire. Credo che per questi amici e compagni la perdita di Alex sia difficilmente rimpiazzabile. Alex proprio per la missione che si era imposto, di convincere se non di convertire il mondo, parlava molto, ostinato argomentatore nonostante la sua timidezza, suadente nella gentilezza di modi non usuali al giorno d'oggi, ma aveva anche la dote rara di ascoltare gli altri, di sapere ascoltare. Nella distanza di anni tra di noi questa fu una delle cose che mi colpirono immediatamente. Ebbene, la sua morte mi fa pensare anche al destino dei suoi sudtirolesi che in un decennio sono stati privati di tre personaggi straordinari, che in qualche misura avevano cercato di rompere l'assedio della brutale contrapposizione etnica, di gettare ponti, di aprire orizzonti, di convertire in ricchezza la pluralità di apporti etnici che rischiavano di soffocare nella miseria dei nazionalismi.

La sorte non è stata generosa con nessuno dei tre. Primo ad andarsene fu Norbert Kaser, il poeta sudtirolese, morto di impotenza, dell'"impotenza di tante persone che ai miei occhi rappresentano il meglio di questa terra", come scriverà Alex in "Belfagor". Seguì, a distanza di anni, la scomparsa di un uomo di una più vecchia generazione, che ho conosciuto bene, Claus Gatterer, morto di male incurabile a Vienna, dove di fatto si era ritirato in volontario esilio, stimato collaboratore della televisione austriaca. Claus Gatterer aveva la stessa vocazione cosmopolita di Alex, gli stessi modi gentili, anche lui inflessibile nei confronti dei potenti, sempre dalla parte delle vittime. A Vienna ci incontrammo l'ultima volta ad un dibattito su Dimitrov e fu molto contento di sentire che io evocavo la battaglia di Münzenberg per la liberazione di Dimitrov: Münzenberg, appunto, uno sconfitto, un vinto, del quale allora pochi richiamavano il nome. E lui, Gatterer, aveva da parte sua sfidato il senso comune nazionalista rovesciando agli occhi dei sudtirolesi l'immagine di Cesare Battisti, presentato non come traditore ma come vittima dell'Austria.

Di due generazioni più giovane, Alex era della stessa qualità umana, dei tre forse quello che aveva superato meglio il provincialismo sudtirolese, perché, nonostante tutto, i tempi erano andati cambiando, perché aveva fatto tesoro di troppe esperienze e possedeva strumenti politici e culturali più agguerriti (penso che la campagna contro il censimento del 1981 non abbia creato solo nemici ma prodotto anche esperienze fondamentali). fu evidente sin dall'inizio di una sua attività pubblica che la dimensione sudtirolese gli stava troppo stretta, che la sua era una dimensione veramente europea, che non gli bastava neppure porsi come mediatore di due culture, a cavallo fra Italia e Germania. Ma nel Südtirol Alex ha dato voce a un mutamento di sensibilità e di cultura politica che è stato fondamentale per consegnare alle generazioni future un messaggio di convivenza etnica e civile che non potrebbe passare certo attraverso le chiusure della Volkspartei o dei partiti italiani. Se oggi esiste nel Südtirol una opinione limitata ma qualificata, che comunque è diventata interlocutore nella vita pubblica, che riesce ad esprimersi e a farsi ascoltare fuori da gretti calcoli nazionalistici, etnici, al limite razzisti, è merito principalmente di Langer e della sua intuizione che occorresse comunque rimescolare le carte per rompere separazioni, impedire cristallizzazioni, aprire brecce, promuovere quanto più possibile l'incontro e la mescolanza delle popolazioni, come condizione prima della loro reciproca conoscenza e accettazione. Per questo il suo ingresso in politica aveva disturbato tutti e sicuramente turbato qualcuno, anche fra quelli che alla sua morte hanno versato lacrime di coccodrillo o proferito parole di rispetto, che avrebbero fatto meglio a pronunciare quando Alex era ancora in vita, per evitare il sospetto di ipocrisia che oggi inevitabilmente le circonda.

Kaser, Gatterer, Langer, per tutti e tre il Südtirol era troppo stretto, tutti e tre hanno corso il rischio di rimanervi soffocati. Alex, dei tre, è stao quello che maglio ha saputo tradurre in positivo la lezione della storia e dell'esperienza della sua terra. E' verissimo che ad essa era indiscutibilmente legato, che ad essa sempre tornava come si torna alla sorgente delle proprie origini, ma per quanti errori possa avere commesso Alex (e certo ne ha commessi anche lui), uno sicuramente non l'ha fatto, quello cioè di scambiare Sterzing o il Südtirol per l'ombelico del mondo. In questo non c'era in lui nulla di provinciale, come non era derivato da provincialismo o da municipalismo l'impegno che aveva sentito di dover portare nella vita pubblica locale. Nel suo utopismo Alex era anche una persona concreta, aveva bisogno di misurarsi con la dimensione della quotidianità della gente comune, di persone vive, di individualità concrete. Le origini ebraiche della sua famiglia, l'emarginazione subita dal padre, il suo cattolicesimo non dottrinario, il suo senso della solidarietà per i poveri e per gli indifesi che si espresse fra l'altro - e si tratta ancora una volta di un personaggio limite, di un outsider - nel suo incontro con il don Milani della "Lettera a una professoressa": sono alcuni tra i motivi della sua complessa personalità per la quale sembrava che nulla fosse mai impossibile, ma non nel senso dell'arroganza o della iattanza dei rambo della politica, ma nel senso che anche nelle situazioni più difficili era sempre possibile fare qualcosa e, per poco che fosse, bisognava farlo. Alex che guardava sempre così lontano e così in alto, a differenza di molti inconcludenti, era capace di molte mediazioni. Il suo praticismo nasceva sempre da un'idea alta della politica e del valore dell'esistenza umana.

Come tutte le personalità forti Alex era certamente un accentratore, un vulcano di iniziative e di idee, un monopolizzatore anche perché spesso nessuno sapeva fare o dire meglio di lui. Ma in questo senso è anche vero che più di una volta corse il rischio dell'isolamento, delle fughe in avanti, dell'iniziativa "provocatoria" nel senso migliore dell'espressione, per stanare gli avversari ma anche gli amici considerati troppo tiepidi o troppo cauti. Credo che vi sia del vero se si dicesse che probabilmente negli ultimi anni Alex tendesse a farsi carico di troppe cose, in quel suo peregrinare da una parte all'altra dell'Europa, come se su di lui gravasse tutto il dolore del mondo o come se il nostro stesso continente gli fosse diventato ormai troppo stretto.

Non avendo più avuto modo di incontrarlo negli ultimissimi anni non sono in grado di precisare meglio queste impressioni. So di sicuro per le cose lette o apprese da amici comuni che il suo grande impegno dell'ultimo periodo è stata la tragedia della ex Jugoslavia. Un'altra drammatica occasione per continuare la lotta contro le "gabbie etniche", contro le separatezze, contro ogni "integralismo etnico o religioso", per una idea di democrazia non formale ma verificata sulla possibilità per la gente di vivere gli uni accanto agli altri senza dovere declinare la propria appartenenza etnica o religiosa. "L'Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo": leggendo queste parole a conclusione del documento presentato dai Verdi e altri "cani sciolti" del parlamento europeo ai capi di governo dell'Unione Europea riuniti a Cannes pare di scorgere una conclusione che può essere stata dettata soltanto da Alex. Il bellissimo e problematico testo che reca nel titolo proprio le parole che ho appena citato, pubblicato sul numero di luglio-agosto de "La terra vista dalla luna", contiene una analisi spietata della situazione creatasi nel cuore della ex Jugoslavia, ma anche un senso di scoramento per l'inazione dell'Europa e per l'inefficienza e le contraddizioni delle Nazioni Unite. In particolare, l'idea che i soldati dell'ONU inviati a proteggere le popolazioni dovessero invece pensare soltanto a salvare se stessi lo indignava oltre ogni misura.

E tuttavia, pur attraverso un discorso che si sviluppava tra un cumulo di rovine, Alex riproponeva un motivo fondamentale del suo modo di pensare e di agire: "Offrire il massimo sostegno a chi decide di dialogare, a chi sa reintegrare: tutte le cosiddette trattative di pace hanno, in realtà, rafforzato i signori della guerra, legittimando la loro leadership, consolidando il loro potere, emarginando i loro avversari democratici. Niente o quasi è stato fatto, invece, per sostenere le forze del dialogo, della reintegrazione, della ricerca di soluzioni comuni". Non so che cosa direbbe oggi Alex dopo l'inizio dei bombardamenti della Nato e dopo l'avvio di una trattativa di pace che ha tutta l'aria di voler sanzionare le separazioni etniche ottenute sul campo con la forza delle armi. Forse, per ben che vada, finiranno le operazioni militari e l'assedio di Sarajevo, ma la via della "reintegrazione" mi pare più lontana che mai, l'ideale dello stato democratico come unica alternativa possibile allo stato etnico altrettanto estraneo agli architetti della nuova pace. E proprio in momenti come questi, in cui tutti sembrano affidare la loro coscienza ai volontari che portano aiuti umanitari, senza curarsi troppo del fatto che poi qui in Italia quando capita sono tutti per le esclusioni e per rimandare indietro i rifugiati e i profughi della guerra, il non sentire più la voce di Alex ci dà la dimensione di ciò di cui siamo stati privati.

Non conosco le vicende private di Alex, non so perciò se e quale peso possano avere avuto nel suo passo estremo. Il rispetto dovuto a tutti coloro che sono stati coinvolti dalla perdita impone un doveroso riserbo. Sento che amici e congiunti promettono di raccogliere gli scritti e le testimonianze dell'intensa operosità di Alex. C'è da auspicare che ciò possa dare i primi frutti al più presto, per tornare a riflettere con piena conoscenza sui molti spunti che con la sua generosità Alex ha profuso a piene mani e perché qualcuno raccolga e si faccia continuatore della sua sfida a non sacrificare la democrazia per la sicurezza, perché in sostanza nessuno debba avere paura di stare in minoranza, fosse politica, etnica o religiosa.
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