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Seminario “Media e memoria” - Srebrenica, mercoledì 29 agosto 2007

5.9.2007, Srebrenica - Ufficio Stampa
L'afflusso di pubblico è molto maggiore del previsto: il seminario su “Media e memoria”, che si doveva tenere nella Casa della Fiducia di Srebrenica, dev’essere spostato nella più capiente Sala Grande del Dom Kulture, la casa della cultura che in questi giorni ospita la Settimana Internazionale dedicata alla Memoria. Il moderatore Zlatko Dizdarevic, ex-redattore del settimanale bosniaco Oslobodjenje e autore di numerosi libri tra i quali "Lettere da Sarajevo", introduce gli ospiti: Jörg Becker, professore di Scienze Politiche all'Università di Innbruck ed esperto di mass media, Andrea Foschi, giovane giornalista free lance e Miro Peijc, giornalista del quotidiano regionale Zurnal. Si vuole riflettere sul ruolo che i mezzi di informazione hanno prima, durante e dopo un conflitto: prima nella costruzione dell'immagine del nemico, poi nell'influenzare l'opinione pubblica mantenendo alto il livello di paura dell'altro e dopo il conflitto nell'influenzare le memorie collettive. Nel suo intervento, il prof. Becker evidenzia il ruolo a suo dire fondamentale, delle Agenzie di pubbliche relazioni nel manipolare in maniera molto consapevole e finalizzata l'immagine, per esempio, dei Serbi. A tal proposito cita alcuni esempi risalenti già al 1909, mostrando una serie di caricature apparse sulla rivista Simplicissimus. "I serbi amano vivere assieme ai loro animali", viene detto nella didascalia che ritrae una famiglia nella stalla assieme ai maiali. Un "popolare passatempo in Serbia", inoltre sarebbe quello di uccidere il Re. Le caricature rimangono sul proiettore per tutto il tempo dell'intervento di Becker. Il professore continua il suo discorso evidenziando il ruolo che le Agenzie di pubbliche relazioni – in particolar modo quelle statunitensi – avrebbero avuto anche nella ex Jugoslavia. Formati da rappresentanti o ex rappresentanti della politica o delle élites militari, per queste agenzie l'importante è informare con rapidità, puntando ad un pubblico accuratamente selezionato seguendo una precisa strategia: manipolare l'informazione, non informare, e diffondere esclusivamente informazione positiva sul proprio committente, negando ogni possibilità di critica. Le notizie non vengono mai verificate, nè rettificate in caso di cattiva informazione. Il primo messaggio che passa è quello definitivo. Anche i territori della ex Jugoslavia, secondo Becker, sarebbero stati vittima della micidiale attività propagandistica di agenzie di questo tipo. Solo tramite la martellante attività delle agenzie di P.R. sarebbe stato possibile diffondere e consolidare l'immagine del Serbo malvagio, aggressore ed inguaribilmente aggressivo. La tesi di Becker è che sarebbe ingiusto paragonare i Serbi ai nazisti e l'eccidio di Srebrenica all'Olocausto, non solo per considerazioni quantitative ma anche qualitative. Anche i Serbi hanno avuto i loro morti nella guerra degli anni '90, ma sono stati vittima spesso di atti di violenza anche in passato – Becker cita i bombardamenti nazisti di Belgrado e molti altri esempi.  Le reazioni della platea alle tesi di Becker sono contrastanti: solo una parte applaude. Il modertore, Zlatko Dizdarevic, sottolinea che le cose si possono vedere in modi diversi. Il prof. Becker ha evidenziato come ci sia l'interesse a far passare una sola verità, ma nella realtà non esiste un poplo sanguinario per natura e nella sua interezza. Durante il periodo del conflitto, la televisione “satanizzava” il nemico sia da una parte che dall'altra. Dizdarevic sente il dovere di ricordare, inoltre, che Potocari esiste veramente: il genocidio non è un fatto inventato dalle agenzie di pubbliche relazioni. Come non è un fatto inventato che il generale Mladic, entrando a Srebrenica, disse che “questa è la vendetta contro i Turchi”, conclude Dizdarevic.  Andrea Foschi nel suo intervento sottolinea il disagio, ma anche l'impegno a scrivere ed occuparsi di argomenti quali l'attualità della Bosnia Erzegovina. Di questi argomenti in Italia nessuna testata ha interesse a scrivere, e ancora inferiore è l'interesse del lettore ad essere informato sui fatti bosniaci. Tutto questo risulta in una sorta di “missione”: da giornalista appassionato di Bosnia, Foschi ha sviluppato verso queste terre quasi una sorta di „dipendenza“.  Dizdarevic prende spunto da questa annotazione per sottolineare quanta poca dedizione alla qualità dell'informazione ci sia anche tra i reporter balcanici. I fatti non vengono più approfonditi, e non va più di moda occuparsi delle questioni morali. Oggi, sostiene il giornalista, ci si occupa solamente di politica reale e di strategia, tralasciando la questione morale. A questo proposito cita una famosa barzelletta. Nei giorni della guerra arriva a Sarajevo un giornalista. Un abitante del posto gli chiede quando è arrivato. “Ieri”, spiega il reporter. “E quanto si ferma?” “Fino a domani” “E cos’è venuto a fare in un tempo così breve?” “Sto scrivendo un libro”, risponde il giornalista, “si chiamerà La Bosnia Erzegovina ieri, oggi e domani”. Dizdarevic chiosa sarcasticamente di non essere certo orgoglioso di un tipo di giornalismo fatto così.  Anche Miro Peijc, nel suo intervento sottolinea il ruolo fondamentale – in negativo – che i media hanno avuto durante il conflitto nel perpetrare l’odio e nel diffonderlo capillarmente. I media sopravvivevano solo con fondi governativi, e di conseguenza il tipo di informazione non poteva che essere di parte. La cosa grave, a dire di Peijc, è che molti suoi colleghi giornalisti avrebbero continuato anche dopo la fine del conflitto a fornire informazione unilaterale, più simile alla propaganda che al giornalismi d’inchiesta: i fatti non venivano mai verificati e si pubblicava sempre senza avere le prove di quel che sia afferma. Poi invece cambia parzialmente rotta. Il suo giornale infatti non è una testata che fa inchieste. Anzi: non parla proprio di storia. “È compito degli scienziati, dei ricercatori e degli storici arrivare a chiarire le responsabilità dei crimini che sono stati commessi. Per questo ci vogliono dati sufficienti, che per adesso ancora non ci sono. Ecco perché il mio giornale non esprime giudizi e non parla né di storia, né di politica”, spiega Peijc. “Le vedute e i giudizi sul periodo ’92-’95 divergono ancora troppo per poterne parlare”. Zurnal, un quotidiano gratuito scritto nei due alfabeti per trovare lettori sia tra i serbi che tra i bosgnacchi, cerca invece di “contribuire alla riconciliazione, alla tolleranza, alla convivenza, al rispetto reciproco”. È un’informazione che guarda al futuro, più che al passato. Si dà più spazio alle buone notizie che alle controversie. Così Peijc apprezza molto l’operato delle molte Ong che lavorano a favore del dialogo interetnico, iniziative che stanno dando i loro frutti, tanto che “Srebrenica potrà servire da esempio per alte comunità”. Nella vita quotidiana a Srebrenica infatti, a suo giudizio, la convivenza funziona già oggi: gruppi etnici diversi si ritrovano nello stesso caffè, mentre le divisioni vengono mantenute solamente dalla politica.   Si passa alle domande e agli interventi dal pubblico, e come ci si poteva aspettare, la prima domanda è rivolta al prof. Becker. Irfanka Pasagic dell’associazione Tuzlanska Amica interviene animosamente sostenendo che chi parla di Srebrenica e del genocidio che ha vissuto, dovrebbe aver visitato i posti e conoscerli, prima di esprimersi, e chiede senza mezzi termini a Becker di informare la platea su quante volte abbia visitato la Bosnia, invitandolo ad essere più prudente nelle sue espressioni. “Ogni parola sbagliata può creare il caos, e di questo bisogna sempre essere consapevoli”, conclude Irfanka Pasagic. Nella replica, Becker sottolinea che si tratta di un fraintendimento: egli non parlava né di Bosnia, né di Srebrenica in senso stretto, ma voleva fare un discorso di portata più generale sul ruolo – potenzialmente pericoloso – che i media e le agenzie di P.R. hanno giocato e giocano tutt’oggi nel fomentare l’odio e le divisioni tra gruppi etnici. “Le storie sulla BiH nascono generalmente negli USA, in Francia ecc. non per informare il lettore ma per servire degli scopi ben precisi, di natura politica. “Le strutture uccidono la sofferenza individuale. Questo era uno dei messaggi che volevo lanciare”, conclude Becker. Il dibattito non tende a diminuire di intensità, e anche Liliana Radmanovic interviene per dare sfogo a tutta la sua rabbia, ricordando quanto fosse moralmente deprecabile chi preferiva mantenere la testa bassa e fare informazione “di regime”, piuttosto che mantenere la propria libertà di giudizio. “Chi ha fatto disinformazione è il primo criminale di guerra”, è il duro giudizio di Liliana Radmanovic. “E non è vero che no ci si poteva ribellare: lo si poteva fare eccome!”Interviene anche un giornalista di Srebrenica che lavora per Radio Deutsche Welle. Critica la memoria corta delle persone e la pigrizia nell’affrontare i problemi alla loro radice. Nel quotidiano è vero, si coopera e si va d’accordo, ma le cose, a suo giudizio, cambiano radicalmente una volta che si incomincia a parlare di argomenti più seri come la corruzione. Molti soldi sono stati spesi a favore di Srebrenica ma dei progressi che ci si poteva aspettar non si vede molto. Ce n’è anche per il sindaco Malkic e per gli assessori che vivono a Sarajevo o comunque lontano da Srebrenica. Invece di scrivere che “va tutto bene”, bisognerebbe anche affrontare i problemi e contribuire a fare chiarezza, è l’invito polemico rivolto a Miro Peijc. Questi non risponde alla provocazione, ma sottolinea ancora una volta che non spetta al giornalista il ruolo di giudice. L’argomento suscita enorme interesse, e la domanda di Camilla Notarbartolo (il rapporto tra i media bosniaci e quelli italiani) deve essere rimandato alla tavola rotonda. Lalla Golfarelli sottolinea che “non bisognerebbe mai mettere la propria appartenenza davanti all’esigenza di verità. Quando serve bisogna avere anche il coraggio di andare contro la propria comunità”. La sua domanda quindi è: “È diventato un atto di eroismo essere indipendente?”Risponde Jörg Becker. Non siamo più nella modernità, sostiene, ma oltre ad essa. Cercare le responsabilità individuali non è più di moda. Viviamo invece in tempi in cui negli Stati Uniti lavorano 120.000 giornalisti, a fronte di 180.000 agenti di P.R. L’ultima domanda è di Heidi Meinzolt, che vorrebbe sapere se ci sono giornaliste donne in Bosnia. Dizdarevic sottolinea come anche nel conflitto stesso, il ruolo della donna sia stato particolarmente tragico.
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