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Fabio Levi, a proposito della lettera di Maria Bacchi....

25.9.2007, Fabio Levi
Cara Maria, per cominciare ti riconosco volentieri una competenza e una sensibilità sulle cose bosniache che io non ho e di questo ti ringrazio perché mi aiuta a cogliere aspetti che a volte mi sfuggono. Al riguardo spero di imparare in fretta.

Sul termine "cetnici" accetto volentieri il suggerimento. Le parole sono pietre - lo sappiamo - e bisogna fare grande attenzione a usarle soprattutto in contesti come quelli.

Sullo status di Srebrenica (statuto speciale, legge elettorale, ecc.). Le tue osservazioni mi sembrano un ottimo punto di partenza per una discussione pacata - come dici tu -. Nel pezzo che ho scritto non c'è da parte mia alcuna presa di posizione di merito. Mi limito solo a constatare che la situazione è difficile, molto difficile. Se dovessi dire qualcosa, da ignorante come sono, è che forse la questione cruciale sta nella costituzione bosniaca di cui si dovrebbero attenuare le valenze etniche per aprire spazi in varie direzioni, anche per Srebrenica. E che d'altra parte  iniziative interetniche a livello locale potrebbero aiutare non poco. Ma - ripeto - si tratta di parole in libertà.

Su Alma: lì vale la tua maggiore conoscenza della situazione. Hai colto aspetti che io non sono stato in grado di registrare. Se è come dici tu sono molto contento e la cosa ovviamente va valorizzata.

Su Vladen (o Mladen): bisogna controllare. E' chiaro che nei due casi le cose cambiano.

In generale le questioni principali mi sembrano due.

1) Lungi da me trascurare tutti gli spiragli che possono consentire di incrinare la contrapposizione frontale fra serbi e mussulmani. Il problema però non è tanto di proclamare quell'esigenza in generale - non mi riferisco ovviamente a te ma a un atteggiamento che mi pare di aver colto in alcuni durante la settimana -, quanto di andare a caccia di tutte le opportunità possibili nella situazione concreta. Alex insegna: i rapporti fra le persone possono essere visti da tanti punti di vista: quello etnico è solo uno e spesso non  il più importante. Le solidarietà - e i conflitti - si possono ridefinire e rimodellare in tanti modi. Da questo punto di vista la Cooperativa di Bratunac è senza dubbio uno straordinario esempio positivo. Credo si debba smettere di chiedersi per prima cosa - come facevamo un po' tutti a Srebrenica, ne ho avuto piena conferma anche da altri - se l'interlocutore è serbo o mussulmano, o almeno provarci. In questo - ripeto - la tua esperienza può senz'altro essere molto utile, ma ancor più lo sarà quella della gente del posto con cui è essenziale consolidare il rapporto.

2) C'è tuttavia una questione di fondo che non può essere elusa perché - presumo - pesa fortemente sulla coscienza dei singoli, prima di tutto a Srebrenica, ma pesa anche sulla storia di noi tutti (europei). A Srebrenica c'è stato un altro genocidio dopo cinquant'anni. E allora bisogna farsi tante domande. Che cosa significa questo? Che cos'è un genocidio? Che rapporto c'è con Auschwitz? Per gli ebrei? Per gli abitanti di Srebrenica e per i bosniaci? Per noi? Quali sono le nostre responsabilità? In questo caso ha senso, come per Auschwitz, parlare solo di responsabilità storiche? Cosa possiamo fare per contribuire al chiarimento di questi problemi, noi europei, noi italiani, noi della Fondazione? Come si pone il rapporto fra la memoria dello sterminio e quella degli altri morti, serbi e non, in primo luogo a Srebrenica, ma non solo? Questo per dire che la questione non è solo - in astratto - di rimescolare le carte fra serbi e mussulmani. C'è di mezzo un macigno che va trattato in modo adeguato per evitare che, senza una chiara consapevolezza, finisca per pesare genericamente solo sul piatto dei mussulmani sbilanciando qualsiasi rapporto futuro fra tutti i soggetti in campo, noi compresi.
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