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Maria Bacchi al ritorno da Srebrenica: lettera aperta agli amici

15.9.2007, Fondazione

Cari amici, provo a mettere sulla carta subito qualche appunto su alcuni temi di Srebrenica per non perderli dentro di me.

Alen.

Alen non era a Srebrenica. Vive in un piccolo borgo a dieci chilometri da Prijedor e avrà oggi, più o meno, 16 anni. E’ il cugino di Elzada, la ‘mia’ narratrice della guerra in Bosnia. Lei ha oggi ventisei anni.

Il papà di Alen e la mamma di Elzada sono fratelli. Prima della guerra c’erano un altro fratello, lo zio Vehebia, e un nonno. Una sera nel’92 i paramilitari serbi li hanno portati via insieme ad altri uomini del villaggio e i loro corpi non sono più stati trovati. Pare che li abbiano fucilati non lontano dal villaggio e poi sepolti chissà dove. Pare che i loro corpi, come abbiamo imparato, siano stati spostati più volte e i resti disseminati in più fosse per renderne difficile il riconoscimento. Quando Elzada mi raccontava questa cosa degli spostamenti, anni fa, all’inizio della nostra amicizia, credevo che ci fosse un po’ di delirio, molta forzatura. Ma oggi si sa che hanno fatto proprio così. Ho conosciuto Alen quattro anni fa, quando con Elzada ho fatto un viaggio a ritroso attraverso i luoghi della sua fuga e delle sue origini. Lei mi ripete che questo viaggio le ha cambiato la vita perché ha ‘visto’, quello che prima cercava di non vedere quando andava a trovare la nonna. Lei e Alen sono stati molto con me in quei giorni, io avevo noleggiato un’auto per portarli dove volevano, ma loro mi portavano solo a vedere cimiteri e gli immensi capannoni dove si accumulano i resti umani che devono essere analizzati per il riconoscimento. Io mi incazzavo un po’ per questa ostinazione, ma poi ho capito che mi volevano come testimone almeno quanto io volevo che loro ‘testimoniassero’. Alen frequenta quei posti con la nonna fin da quando era piccolo, ogni tanto li chiamano per tentare di identificare i possibili resti dei loro cari. Insieme a loro ho conosciuto e visto tante cose, tante persone, altri bambini, insegnanti volonterose e un po’ ottuse. E anche qualche pasticceria, per fortuna. Alen va a scuola a Trnopolje. Credo che tu sappia che è stato uno dei lager femminili, un luogo di violenza e sofferenze per le donne musulmane ( non credo che lì ci fossero croate, non lo so con certezza). Devo averti già raccontato che il lager era organizzato nei locali della scuola elementare e media. Lì Alen ha passato settimane d’inferno, piccolissimo, aggrappato a sua madre. Non so cos’abbia visto, sua madre me ne ha solo accennato, ma posso immaginare qualcosa di loro due. Poi sono stati liberati, hanno vissuto fino al 1999 nei territori annessi alla Federazione croato musulmana, ha frequentatò lì le scuole imparando a leggere e a scrivere in caratteri latini, fra bambini prevalentemente musulmani. Quando si sono create le prime possibilità di ritorno, lui, sua madre e sua nonna ( il padre era in Slovenia) sono tornati nella vecchia casa. Ad Alen è toccato l’oltraggio di andare a scuola a Trnopolje, di tornare come unico –o quasi- alievo musulmano nel luogo dove era stato prigioniero e testimone della sofferenza di sua madre. Lì ha fatto le medie scrivendo e leggendo il cirillico, che odia, e vedendo ogni mattina il piccolo monumento ai combattenti serbi della guerra iniziata nel ’92. Quando Elzada gli ha chiesto di accompagnarmi a vedere la sua scuola, Alen ha mostrato tutta la paura che provava ogni giorno, non ha voluto scendere dall’auto, aveva paura che lo riconoscessero e gli toccasse qualche tipo di ritorsione. Aveva ( e mi dicono che ancora ha) paura ad andare in bagno da solo di notte, era inquieto anche girando con noi per Prijedor. Quando gli ho chiesto cosa vuole fare da grande, Alen a dodici anni mi ha risposto tranquillamente che, dopo aver ucciso quelli che hanno ucciso suo nonno e suo zio, andrà a fare il cameriere in Germania e sposerà una musulmana. Non so come la pensi oggi. La storia della famiglia di Elzada è il compendio delle sofferenze e delle contraddizioni tragiche dei musulmani di Bosnia, magari un giorno te la racconto; ma la cosa che è capitata ad Alen, nel quadro di una situazione positiva come il rientro e l’avvio alla convivenza, mi pare estremamente pesante.

Ci pensavo quando Dizdarevic raccontava della scuola in cui i genitori hanno concordemente deciso di far entrare i bambini croati e quelli musulmani da due ingressi differenti e di farli seguire corsi diversi e studiare su libri di storia diversi. Sul momento mi sono indignata. Poi ho pensato ad Alen. Certo, sono passati altri anni, bisognerà ben arrivare alla convivenza piena. Ma Alen ha pagato a caro prezzo questo giusto principio. E se avesse cominciato a frequentare i coetanei serbi al pomeriggio, in uno spazio per ragazzi, in una squadra di basket, in un laboratorio di ceramica…liberamente?

Confini per narrare, ascoltare, convivere

Qualcuno ha detto in questi giorni quanto sia difficile parlare ‘fino in fondo’ di quello che si prova, quando non si è certi di come la pensino gli altri. Mi accorgo di quali cautele devo avere quando parlo di guerra civile ai partigiani, di partigiani ai civili, di partigiani cattolici ai garibaldini e di garibaldini ai cattolici. E non parliamo di quel che succede quando parlo della RSI e degli ebrei con i figli dei fascisti. Per non dire di com’è doloroso far raccontare le proprie sofferenze agli ebrei o a chi, a causa della guerra, ha subito mutilazioni. Mia sorella non ha mai voluto che la intervistassi sulla sua infanzia di bambina nata nel ’42 rimasta orfana di padre nel ‘43, per lei è ancora un’ossessione. Il suo trauma (nel bombardamento che ha ucciso suo padre sono state coinvolte anche lei e nostra madre) è lì, ci convive ma non l’ha mai superato.

A Srebrenica, nell’estate del 2007, sono successe cose straordinarie; vorrei sapere dei laboratori di arteterapia con i bambini ( tutti serbi, mi diceva Anna), vorrei parlare con Mladen e farmi dire cosa ha provato, dove ha trovato la forza di dire, chi o cosa l’ha incoraggiato. So anche cos’ha provato Rada Zarkovic a sentirsi ‘non invitata’. Mi ha chiesto fino a quando dovrà sentirsi in colpa per essere nata serba, lei che perso un fratello in quella guerra e che ha fatto di tutto per combattere Milosevic e il nazionalismo e costruire convivenza. Le ho detto che per tutta la sua vita questo cono d’ombra resterà dentro di lei, ma che questa è anche la sua forza, lo stimolo a fare le cose straordinarie che ha fatto e che fa, a dar corpo ai suoi sogni. Mi pare di sentire il nocciolo duro della sua resistenza ( a me) quando le parlo. Che abbia, paradossalmente, bisogno di sentirsi ‘perdonata’ e riconosciuta, come tanti altri, come i profughi ad esempio. (Forse anch’io ho un po’ questo strano bisogno rispetto ai miei amici bosniaci) Ma la questione dei profughi mi pare davvero consistente. Chi non ha condiviso tutto l’orrore della guerra e se ne è andato –magari per non essere costretto a combattere- si trova spesso riproverato per questo; gli altri ironizzano, non capiscono il suo dolore. Mi dicono, e posso crederci, che le poche donne musulmane che da Srebrenica non se ne sono mai andate non guardano con totale serenità ‘le madri’ di Tuzla o di Sarajevo. Sembra assurdo, ma è una delle prime cose che mi sono state raccontate a Mostar, a Prijedor, a Sanski Most, a Sarajevo, tra i profughi in Italia. Come se andarsene fosse facile…

Non so dove voglio arrivare. Forse a dirvi che servirà un mucchio di tempo e che nel frattempo bisognerà stare attenti a non monumentalzzare la Memoria per non schiacciare le memorie individuali, le sofferenze singole. Dovremmo saperlo, no? Nella sterminata famiglia di una mia amica bosniaca ci sono molti segreti. L’ultimo che mi hanno raccontato, quello per loro più vergognoso, riguarda uno zio che i serbi hanno costretto ad arruolarsi con loro. Non so bene cos’abbia fatto, ma prima del ’95 è scappato in Austria e non è più tornato in Bosnia fino a quest’inverno. Moriva di nostalgia e di vergogna. Per girare per il suo paese, che non è un paesino, si è fatto prestare una divisa della polizia ed è uscito solo di sera. In famiglia hanno cominciato a riaccoglierlo adesso. Ho conosciuto serbi costretti a combattere per i loro pur odiandoli, e oggi lo raccontano con vergogna e senso di colpa; e ‘misti’ obbligati a scegliere quale perte di sé tradire e con chi combattere. Vittime costrette a collaborare con i carnefici. Cosa vi ricorda?

Una memoria monumentalizzata cancellerà queste persone dalla storia. Come i partigiani fatti fuori dai loro compagni per questioni varie, a ‘ragione’ o a torto. Su questa base tutto sarà ancora più pericoloso, lungo e contorto.

Piccoli gruppi volontari di ascolto e narrazione forse servirebbero a far ‘fiorire’ memorie complesse. Magari prima potrebbero essere gruppi ‘etnicamente omogenei’ ( provoco naturalmente, sono parole oscene), poi gruppi misti. Prima gruppi di sole donne o di soli adolescenti. Poi, solo poi, magari di adulti e giovani, di rientrati e di mai partiti, di musulmani e serbi, di ex combattenti e di gente che ha rifiutato ogni arma. Insomma gruppi che rispettino in primo luogo la necessità psicologica di avere confini, margini entro cui riconoscersi per poter parlare. E qui la figura di chi è esterno io credo sia fondamentale per ‘mediare’, per creare accoglienza, per indurre la sospensione del giudizio. Forse già lo si sta facendo. Non sono certa che lavorare solo sul prima, sulla bellezza del prima sia una buona cosa. In quel prima, ha detto Valentina, c’era il germe del male che è venuto dopo. Quel prima va narrato, narrato davvero, insieme al dopo e ai sogni di oggi. Il futuro verrà da questo. E forse anche dal lavoro degli storici, quando sarà il momento. Non so quando, non so quali storici, non so in che lingua.

Per ora è questo.

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