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Sabina Langer, Edi Rabini: Srebrenica: una sentenza politica senza verità
2.3.2007, In Mosaico di pace, aprile 2007

Compito della Corte di Giustizia internazionale dell’Aja non è quello di accertare le responsabilità penali di singoli individui, che da questa sentenza non vengono assolti, ma di dirimere le controversie tra gli Stati. A questa Corte si era rivolto il governo di Sarajevo già prima del 11 luglio 1995 mentre molte città, tra le quali Sarajevo, Srebrenica, Bihac, Goradze e Zepa dichiarate “protette” dall’ONU, erano sotto assedio delle milizie serbe sostenute dal governo di Belgrado.

Accusava la Serbia di genocidio per le uccisioni, i saccheggi, le violenze, le torture, i sequestri, gli stupri, la detenzione illegale in campi di concentramento che si stavano compiendo. Com'è successo per il Ruanda, se la Corte avesse allora tempestivamente accolto queste denunce non ci sarebbero stati alibi all’obbligo della comunità internazionale, ma anche di singoli di stati, di intervenire per impedirlo, come previsto appunto dalla convenzione per la prevenzione del genocidio.

I giudici, nella loro sentenza letta il 26 febbraio 2007, confermano che a Srebrenica si è trattato  proprio di genocidio, come d’altra parte aveva già dichiarato nel 2004 il Tribunale Penale internazionale: tra l’11 e il 19 luglio 1995 furono uccisi a freddo almeno 8000 bosniaci mussulmani maschi di età dai 12 ai 77 anni. La sentenza della Corte di Giustizia decide però che il governo Serbo non può essere considerato penalmente responsabile per il genocidio perché il fatto non può essere pienamente provato (una specie di insufficienza di prove), anche se viene moralmente condannato per non averlo impedito (omissione di soccorso) e poi per non aver cooperato con il Tribunale penale internazionale né all’accertamento delle responsabilità individuali, né all’arresto dei Mladic e Karadcic – ricercati per genocidio e crimini contro l’umanità – che avevano ricevuto documentati aiuti economici e militari dal governo di Milosevic.

Per Srebrenica non si deve parlare dunque di un “semplice massacro, come si ostinano a definirlo i negazionisti, ancora attivi, che lo imputano ad una vendetta di massa, una ritorsione per la cacciata e l’uccisione di contadini serbi nei dintorni della Srebrenica assediata, dove avevano trovato rifugio dai villaggi vicini oltre 40.000 bosgnacchi.

E’ dunque una sentenza politica che vuole accontentare tutti e lascia le cose come stanno. E’ una mezza verità che dovrebbe agevolare il ristabilimento di rapporti più normali tra Belgrado e Sarajevo. Ma è anche un pesante macigno posto sul passato e sul futuro della Republika Srbska che appare segnata dal pesante marchio del genocidio.

 

Crisi degli accordi di Dayton

 Dopo l’annuncio della sentenza la situazione a Srebrenica e tra i profughi che vivono nella diaspora si è fatta molto tesa. Il loro diritto al risarcimento viene negato. Se Milosevic fosse vivo, sarebbe stato prosciolto dall'accusa di genocidio.

Gli accordi di Dayton mostrano tutti i loro limiti. Avevano fotografato i rapporti di forza che si erano creati nel corso della guerra, garantendo un’unità statuale puramente simbolica. Hanno assicurato alla Republika Srbska all’interno di quasi metà del territorio della Bosnia-Erzegovina – territorio conquistato con le pulizie etniche - un forte potere amministrativo e legami speciali con il proprio retroterra serbo. Hanno creato un sistema bloccato in cui vengono premiate le forze più nazionaliste e separatiste e concesso un diritto di veto che viene esercitato contro ogni misura rivolta ad una progressiva integrazione dei cittadini, al di là della loro appartenenza a questo o quel gruppo. I profughi di Srebrenica intenzionati a rientrare vengono costretti a scegliere tra l’appartenenza alla Repubblica Srbska per poter votare alle problematiche elezioni municipali del 2008 o alla Federazione della Bosnia Herzegovina per non perdere l’assistenza previdenziale e sanitaria.

Così Srebrenica, pur riconosciuta città martire dalla comunità internazionale, almeno ogni 11 luglio, ha continuato a rimanere di fatto un’enclave, economicamente discriminata e senza i mezzi indispensabili a consentire il ritorno dei profughi e la ripresa di un'esistenza decorosa.

Il sindaco di Srebrenica Malkic chiede da tempo il riconoscimento di uno status speciale per la città, ma in assenza di risultati concreti si fanno sentire pressioni ben più radicali. Come quelle dei rappresentanti di un gruppo di associazioni che all’inizio di marzo hanno minacciato un abbandono di massa della città se questa richiesta non venisse accolta a breve. L’associazione delle madri di Srebrenica nella diaspora si è associata a questa richiesta radicale e ha promosso nuove manifestazioni di protesta. Minaccia di tagliare gli alberi piantati in segno di ricordo - uno per ogni persona persa a Srebrenica - e di bruciare i ritagli di stoffa sui quali sono scritti i nomi dei loro cari scomparsi e con i quali hanno silenziosamente sfilato l’11 di ogni mese da quel lontano 1995.

E’ un segno di disperazione ma anche un impulso a superare la rassegnazione diffusa e a cercare soluzioni nuove capaci di superare il braccio di ferro etnico.

E’ un grido al mondo perché Srebrenica non venga dimenticata.

  

Sabina Langer, Edi Rabini

Fondazione Alexander Langer Stiftung, Bolzano