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Srebrenica i bambini ricordano: Quando inizierà la scuola? Presentazione di Irfanka Pasagic

29.6.2005, Una città
Già all’inizio della guerra a Tuzla avevano cominciato ad arrivare colonne di profughi. Nonostante fosse territorio libero, morire per le granate era la quotidianità, la fame prendeva il suo tributo giorno dopo giorno. Un gran numero di bambini profughi era sistemato nelle aule scolastiche, spesso con centinaia di materassi o letti a castello con grigie coperte militari. Senza un giocattolo, un quaderno, colori.

La guerra ci ha colto di sorpresa. Il nostro sapere sui traumi e sulle reazioni post traumatiche si riduceva a qualche pagina di testi di psichiatria. Anche noi spaventati da quella sventura che ci era capitata, lavorando con bambini e adulti, eravamo costretti a imparare da soli ciò che riguardava il trauma, il cosiddetto Ptsd (Post Traumatic Stress Disorder), e come aiutare queste persone.
Nei libri non c’era tutto l’orrore che gli incubi notturni portano con sé, né la paura di addormentarsi e riviverli di nuovo. Nemmeno potevamo sapere che il flashback nei bambini potesse essere così frequente e farli soffrire così tanto da portarli spesso a comportamenti strani. Non potevamo sapere quanto i pensieri coatti potessero influenzare la loro vita e il loro rendimento scolastico. Abbiamo imparato nell’incontro con le vittime. Le lezioni più difficili le abbiamo apprese nell’incontro con i bambini, ai quali gli altri, volontariamente, avevano inflitto una sofferenza inimmaginabile.
Sapevamo di dover fare qualcosa. Un gruppo di volontari, psichiatri, psicologi, assistenti sociali, pedagogisti si sono trovati nei centri collettivi, nei campi profughi, nelle scuole…
Spesso anche noi, affamati e spaventati, tentavamo, nella follia che ci circondava, di portare almeno un barlume di luce e colore nelle loro vite. E li ascoltavamo, i bambini. Sapevamo che nel contesto in cui vivevano, tra centinaia di feriti come loro, spesso non avevano nemmeno la possibilità di dire una parola sulla propria sofferenza. Ljubica ha sempre saputo ascoltarli. E reagire nel modo giusto. Però io so che, dopo, anche lei soffriva molto. So che proprio in quei momenti di sofferenza sono stati scritti questi racconti. E non era facile. Anch’io dopo aver lavorato per ore con i bambini traumatizzati mi trovavo a estraniarmi dagli altri e a fissare lo sguardo nel vuoto.
L’orrore che i bambini testimoniavano talvolta era insopportabile. In quei momenti sembrava impossibile andare avanti, cercare di essere dei “veri professionisti”; in quei momenti potevamo essere solo persone e soffrire. Insieme a loro.
E’ incredibile la forza con cui i bambini cercavano di combattere l’orrore in cui si erano trovati per volontà di gente malvagia.
Ricordo la colonna di bambini arrivata all’aeroporto di Dubrave, vicino a Tuzla, dopo la presa di Srebrenica. Erano arrivati senza alcun parente maschio che avesse più di 14-15 anni. Spesso erano stati brutalmente separati dai loro padri, fratelli, cugini, davanti agli occhi dei contingenti delle Nazioni Unite. Sistemati sotto le tende, sempre sotto il controllo degli uomini delle Nazioni Unite, senza acqua e cibo sufficienti, dopo anni trascorsi a Srebrenica, nell’assedio totale, dove la morte e la fame erano un modo di vivere, abbiamo offerto loro carta e colori.
Presto, in questo grigiore delle tende e in una tragedia mai vista, è nata una mostra piena di colori. Però su quei disegni non c’erano persone né animali. C’erano tanti camini sulle case, però non usciva il fumo. Quel fumo che da noi indica che qualcuno vive in quella casa.
Devo ammettere che tutti noi siamo rimasti colpiti da una delle prime domande che i bambini ci avevano fatto: “Quando inizierà la scuola?”. Era il mese di luglio, il mese in cui tutti i bambini del mondo si godono le vacanze scolastiche. E questi bambini sofferenti che per giorni avevano vissuto la più grande tragedia sotto gli occhi di tutto il mondo, traditi dalle persone in cui credevano, chiedevano di andare a scuola. Abbiamo così compreso che la scuola, con la sua struttura, familiare ai bambini, avrebbe potuto aiutarli a conservare il controllo e l’integrità di fronte all’orrore di cui erano stati testimoni. E siamo intervenuti in fretta. Grazie all’aiuto del direttore della scuola di Dubrave, abbiamo aperto le porte della scuola che si trovava a qualche chilometro dal villaggio di tende. Così colonne di bambini si sono formate di fronte alle aule scolastiche. La maggior parte di loro non aveva nemmeno le scarpe. In fuga dalla sofferenza che li circondava nel luogo sconosciuto, nel ghetto in cui erano stati sistemati dopo essere stati cacciati da Srebrenica, almeno per poco potevano stare in un ambiente a loro noto, che non li spaventava, che dava loro un senso di sicurezza.
Spesso diciamo che i bambini sono il nostro futuro. Io dico che siamo noi il loro futuro. Se centinaia di migliaia di bambini della Bosnia Erzegovina cresceranno nella convinzione che i criminali possano restare impuniti e che la sofferenza che hanno subito non meriti una condanna, distruggeremo il loro futuro.
I bambini ricordano. Il male che è stato loro inflitto non deve rimanere impunito. Loro meritano la verità. E la giustizia. Per poter andare avanti e perché il loro futuro possa essere diverso. E con il loro quello del mondo. Questa è la nostra responsabilità.
Grazie a Ljubica per aver consegnato alla storia i ricordi dei bambini. Nella speranza che mai e per nessuno si ripeta.




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