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Anna Maria Gentili: Il Sudafrica del dopo apartheid e il lavoro di Zackie Achmat

Nelson Mandela aveva definito la fine del regime di apartheid nel 1994 un “miracolo”. L’arcivescovo Desmond Tutu, della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC), salutava la promessa del “ paese arcobaleno” finalmente riscattato dal cuore di tenebra dell’apartheid.

 L’istituzione della Truth and Reconciliation Commission, ispirandosi al primato del necessario riconoscimento di verità per rendere alle vittime dell’apartheid la dignità della loro umanità violata e tramandare la memoria del loro sacrificio, nello stesso tempo avrebbe permesso la reintegrazione nella società dei perpetratori di crimini purché riconoscessero pubblicamente le proprie colpe. La TRC fu il prodotto della tensione fra le ragioni della giustizia e quelle della pace e riconciliazione. Criticata da molti come un compromesso, ha certamente contribuito a lasciare ai posteri la memoria di quanto è accaduto e a iniziare un processo faticoso di avvicinamento fra le diverse componenti la popolazione che potrebbe rappresentare un paradigma per il resto del mondo.Il Sud Africa fu allora universalmente acclamato come il più importante esperimento riuscito di transizione verso una “nuova democrazia”: quattro anni di negoziati, inaugurati dalla liberazione di Nelson Mandela (1990), in cui le componenti sociali e politiche, pur divise da appartenenze razziali e etniche, radicate in una lunga storia di regimi segregazionisti e razzisti, si erano conclusi con le prime elezioni a suffragio universale, garantite da una costituzione che sanciva l’avvio della nuova fase politica per mezzo di un governo di unità nazionale (1994-1996). Le successive elezioni si sono tenute regolarmente e in tutte l’African National Congress (ANC) ha vinto democraticamente.  La nazione arcobaleno Il miracolo della pacifica transizione del Sud Africa alla democrazia evocava l’inizio di un percorso verso l’adesione a una comune identità nazionale che doveva fondarsi sulla promozione di eguaglianza, non solo di diritti formali, ma di diritti sostanziali di cittadinanza sociale. Diritti che sono riconosciuti, anzi enfatizzati, nella costituzione e nel Bill of Rights. Dal 1994 il governo ha dovuto affrontare simultaneamente la sfida delle riforme, tentare di mettere mano agli immensi problemi della crisi abitativa, combattere l’aumento della criminalità, provvedere a programmi di riduzione della povertà. Questo in un contesto economico internazionale che esigeva l’adozione di politiche macroeconomiche ispirate al risanamento e stabilizzazione del bilancio statale. Il conflitto razziale, peraltro sempre latente e evocato nella contrapposizione fra chi ha e chi continua a non aver accesso alle risorse economiche e sociali, si è spostato sul campo di battaglia per le riforme.Trascorsi oltre dieci anni dalla fine del regime di apartheid si può affermare che in Sud Africa si è consolidato un regime politico democratico, non razziale, legittimo agli occhi di tutte le componenti della popolazione, impegnato nel mantenere stabilità economica, che gode di una forte credibilità in Africa e in campo internazionale. Nello stesso tempo la situazione sociale dimostra come ai problemi ereditati dal regime di apartheid se ne siano aggiunti di nuovi, che la politica riesce a controllare, ma non a risolvere. Povertà, immensa disuguaglianza fra le diverse componenti la popolazione, disoccupazione, mancanza di accesso alle risorse di masse crescenti di giovani, insicurezza, violenza, caratterizzano soprattutto le immense città ghetto e le aree rurali in via di impoverimento. Si calcola che circa il 23% della popolazione debba vivere con meno di due dollari al giorno e circa il 37% si collochi sotto la soglia della povertà. Il 40% della popolazione più povera riceve solo il 6,1% del reddito totale, mentre il 20% più ricco il 64%. Gli indici di disoccupazione, malgrado i molti provvedimenti per porvi rimedio, non sono migliorati e rimangono stabili al 40% della popolazione economicamente attiva. Così per masse di giovani neri, poco sensibili a messaggi ideologici, la mancata realizzazione di promesse d’istruzione e lavoro costringe a forme di marginalità di cui si nutre la crescente violenza dei ghetti urbani. Le politiche di risanamento e sviluppo sono criticate proprio per non aver potuto o voluto affrontare radicalmente la questione sociale. (con un piccolo stacco?…)La lotta della TAC e di Zackie Achmat  Fra le molte battaglie che hanno visto l’emergere di una società civile responsabile, capace di aggregare forze anche nei settori più vulnerabili della popolazione e condurle con forme di lotta civile all’interno del sistema istituzionale e giuridico a rivendicare il rispetto dei propri diritti costituzionali, ha avuto particolare rilievo l’azione per veder riconosciuto il diritto al trattamento antiretrovirale per la cura contro l’HIV/AIDS. Il Sudafrica è in Africa fra i paesi più colpiti, pur avendo un sistema sanitario più articolato ed efficiente di qualsiasi altro nel continente. La politica governativa, prima esitante a prendere atto della diffusione della malattia, lasciata trasformarsi in “epidemia” nel periodo dell’apartheid, poi tendenzialmente restio a riconoscerne le origini e i devastanti effetti, ha cambiato rotta solo in seguito alla campagna a vasto raggio delle organizzazioni della società civile. L’organizzazione non governativa TAC (Treatment Action Campaign) fondata nel 1998 da Zachie Achmat, già attivista anti-apartheid, che vede impegnati organizzazioni professionali di medici, infermieri, organizzazioni sindacali e sociali, uomini, giovani e soprattutto donne dei ghetti urbani, ha condotto una campagna a vasto raggio che si è concentrata su obiettivi concreti: contro il monopolio e gli alti costi dei farmaci antiretrovirali e per un diritto universale d’accesso alla cura. La mobilitazione di massa si è svolta nel quadro istituzionale e legale con continui ricorsi alla giustizia fino alla corte suprema, con azioni di disobbedienza civile antiviolenta. Azioni che sono state determinanti nel far cambiare indirizzo nella politica sanitaria e ammettere il diritto d’accesso alle cure per tutti, a ottenere infine che fosse adottato un programma di trattamento della malattia comprensivo e credibile. L’azione della TAC e la chiave del suo successo sta proprio nella mobilitazione di base che ha consentito di ottenere vittorie contro la discriminazione verso persone sieropositive, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, cioè a creare e affermare spazi di diritti di cittadinanza. Un’azione che ha una proiezione globale pur dedicandosi a pieno tempo alla mobilitazione e protezione dei diritti dei più vulnerabili, dei poveri dei poveri, dando loro voce nelle corti di giustizia, attivando le garanzie di quella costituzione, in cui finalmente “coloro che era consentito ignorare”, e cioè i più poveri e marginali, possano riconoscersi e con questo rivendicare la loro dignità di cittadini. 

 

Anna Maria Gentili è docente di storia e istituzioni dell’Africa sub-sahariana, Facoltà di Scienze Politiche, Alma Mater Studiorum Università di Bologna e presidente del corso di Laurea in Sviluppo e Cooperazione Internazionale (SVIC) e del Centro Amilcar Cabral (Biblioteca, emeroteca, Iniziative) su Africa, Asia, America latina a Bologna. E’ presidente del Comitato Scientifico della Fondazione.