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ZACKIE ACHMAT: CON SU SCRITTO "HIV POSITIVE"

20.7.2007, UNA CITTÀ n. 149 / giugno/luglio 2007

Una lotta, quella contro l’Aids, che è eminentemente politica, perché ha a che fare con i diritti umani, con la parità tra donne e uomini, con la qualità della cittadinanza, ma anche con la sessualità, la droga, la morte... Farsi il test resta la prima cosa, proprio per la persona Hiv positiva, che deve saperlo. L’incredibile successo contro le multinazionali farmaceutiche. Intervista a Zackie Achmat, premio Langer 2007.

Zackie Achmat, nato nel 1962, di origine indiana, già attivista anti-apartheid, è stato incarcerato tra il 1976 e il 1980 per azioni di protesta contro l’apartheid e per aver partecipato alla rivolta di Soweto. Nel 1998 Achmat ha fondato l’organizzazione non governativa Tac, Treatment Action Campaign, impegnata nella lotta contro il monopolio e l’alto costo dei farmaci antiretrovirali e per il diritto universale all’accesso alle cure.

Tu sostieni che la lotta all’Aids è innanzitutto una battaglia politica. Perché?
Perché sono in gioco i diritti delle persone, la parità tra le donne e gli uomini (dato che le donne sono culturalmente e economicamente subordinate agli uomini), in sostanza la “qualità” della cittadinanza e quindi la democrazia.
E’ una battaglia politica anche perché le multinazionali farmaceutiche traggono profitto a danno della povera gente, anzi di tutti. Queste compagnie europee o nordamericane, contro cui siamo in lotta, guadagnano sulla pelle della povera gente che soffre in Africa, Asia, America Latina.
Purtroppo, la comunità internazionale ancora non presta la dovuta attenzione al fenomeno. In Sudafrica lo scorso anno sono morte 300.000 persone, ma questo non fa scattare una mobilitazione. In Libano, la morte di un migliaio di persone ha fatto sì che il mondo si sentisse in diritto e dovere di intervenire. Non funziona purtroppo lo stesso meccanismo per le centinaia di migliaia di morti per Aids in giro per il mondo.
Ci sono stati dei provvedimenti, come la nascita del Global Fund to Fight Aids, Tuberculosis & Malaria, ma non c’è un vero impegno internazionale condiviso su questo piano.
La nostra battaglia è eminentemente politica anche perché lotta contro quegli aspetti delle religioni, tradizioni e culture, che possono giocare un ruolo molto negativo rispetto ai programmi di prevenzione.
L’Aids, d’altra parte, chiama in causa la sessualità, l’uso di droghe, la morte… tutti temi molto delicati, scomodi, specie quando l’atteggiamento diffuso è quello di una morale pubblica molto rigida (per quanto poi associata a un certo permissivismo privato).
Purtroppo le prime vittime di questo sciovinismo culturale e religioso, sono le donne. Secondo varie indagini, in Sudafrica le persone maggiormente a rischio di contrarre l’Hiv sono le donne sposate. Pertanto, a differenza di quanto propagandato dai religiosi fondamentalisti -siano cristiani, ebrei, o musulmani- questo dato dimostra che il matrimonio è lungi dall’essere garanzia di sicurezza e protezione. Le donne sono vittime di una doppia discriminazione, quella tra paesi ricchi e paesi poveri e quella, appunto, tra donne e uomini. Per questo è importante denunciare innanzitutto tutte le forme di discriminazione e disuguaglianza. L’Aids si combatte anche lottando contro le ingiustizie sociali.
C’è un ulteriore elemento che aggrava drammaticamente la situazione. In Sudafrica la gente muore all’inizio della vita riproduttiva e lavorativa. Questo ha già effetti tragicamente destabilizzanti sul’intera struttura socio-economica del Paese. E’ seriamente in gioco il destino delle prossime generazioni, perché la morte precoce significa bambini senza genitori, senza maestri (il 12% degli insegnanti sono infetti), senza infermieri (il 16% è infetto). Anche una percentuale significativa delle nostre forze armate e della polizia è infetta… Insomma queste società non stanno perdendo solo individui, ma un intero capitale sociale e umano: le persone designate a trasmettere i valori, la conoscenza, ecc.
Come hai cominciato?
Già negli anni 80 avevo cominciato a militare nel movimento omosessuale. Quando si iniziò a parlare di questa malattia ricordo che tra noi, scherzando, si diceva che solo un repubblicano di destra come Reagan poteva pensare che esistesse una malattia che colpiva i gay, i drogati e i neri… In sostanza una malattia che in qualche modo sceglieva e colpiva tutto ciò che la destra odia.
Io certo non ci credevo… Poi molti miei amici hanno iniziato a morire e le cose sono cambiate. Assistere alla morte di persone care ha decisamente trasformato i termini del problema, e anche il livello di presa di coscienza.
Allora, poi, non c’era solo il problema della discriminazione contro i gay. Stava prendendo piede un uso pericolosissimo del test. In Sudafrica il primo test, inventato nel 1985, veniva usato per “scegliere” i minatori (il nostro è un paese ricchissimo di miniere di diamanti, oro, carbone) in arrivo dai paesi vicini, Malawi, Mozambico, Swaziland. In particolare, quando questa gente si presentava veniva sottoposta ad alcuni esami medici, e tra questi c’è il test Hiv, se l’esito era positivo venivano esclusi…
C’era addirittura il diritto di “deportare” questi lavoratori. E’ stato grazie ad alcuni avvocati per i diritti umani e al sindacato dei minatori che si è riusciti a fermare questa vergogna.
Il test, poi veniva usato anche per escludere gli omosessuali (in questo caso della classe media) dalle assicurazioni private sulla malattia e sulla vita.
Insomma io ho sentito che si stavano toccando i diritti umani. Non si trattava solo di mettere il preservativo e prevenire il rischio di infezione, c’era una cultura dei diritti e del rispetto che era in pericolo e che andava difesa.
Come tenere assieme il diritto alla privacy dell’individuo e quello pubblico alla prevenzione e contenimento della malattia?
Come ho detto, in Sudafrica la prima generazione di test venne utilizzata non a fini medico-diagnostici, ma per escludere e discriminare la gente dall’assistenza socio-sanitaria, dal lavoro, ecc. Pertanto lì, sì, c’era un problema di privacy violata e di comportamenti molto gravi, che andavano condannati.
Detto questo, conoscere l’esito del test Hiv è fondamentale. Su questo io sono molto chiaro: farsi il test è la prima cosa, proprio negli interessi della persona Hiv positiva, che deve saperlo. Penso che il primo diritto umano sia quello alla vita, quindi…
Certo, ci vogliono delle tutele a garanzia della privacy, ma solo se io mi sottopongo al test, potrò accedere a quei trattamenti che mi aiutano a difendermi dalle possibili infezioni e soprattutto che possono migliorare la qualità della mia vita, quindi la sua durata, ecc. Bisogna partire da una concezione dell’individuo come soggetto responsabile, innanzitutto di se stesso e della sua salute.
Il test mi ha salvato la vita tante volte, perché sapere di essere Hiv positivo ha orientato i miei comportamenti. Perché quando vedi comparire una specie di herpes che provoca delle bollicine simili a quelle del morbillo nei bambini, se sei consapevole di essere Hiv positivo sai anche che il tuo corpo non reagisce adeguatamente, e che quindi se non assumi dei farmaci entro 72 ore, quel semplice herpes può diventare mortale per via delle lesioni. Io poi soffrivo di terribili mal di testa, se non avessi saputo che ero a rischio di meningite, non avrei prestato le dovute attenzioni e, di nuovo, avrei rischiato la vita… L’esito del test mi ha poi costretto a seguire la profilassi per la tubercolosi…
Certo, non è facile. Tant’è che c’è un grosso dibattito sia nell’organizzazione sia a livello internazionale su questi temi, perché molta gente ha paura, teme lo stigma, specie le donne…
Io però sono dell’idea che non possiamo permettere che questi timori diventino ulteriori ostacoli all’accesso a un trattamento adeguato. E dobbiamo anche stare attenti a che i provvedimenti a tutela della privacy (che a loro volta fanno appello alla legge e ai diritti umani) non mettano, di fatto, a repentaglio il diritto alla salute e alla vita. Sono temi delicatissimi, che non permettono semplificazioni. Per dire, anche il contesto ha un ruolo importante nelle politiche da adottare: se vivi in India, dove i medici si rifiutano di curare i pazienti positivi, beh, sarebbe assurdo chiedere alla gente di sottoporsi al test…
Ma oggi in Sudafrica, dove solo una limitatissima minoranza di medici è così folle da non trattare l’Hiv, la gente non solo deve avere l’opportunità, ma deve essere incoraggiata, guidata a sottoporsi al test…
Noi puntiamo molto sulla responsabilità dell’individuo verso se stesso. Allora, primo, solo grazie al test tu saprai se sei “infetto” o meno. Secondo, solo la consapevolezza ti permette di proteggerti adeguatamente dai rischi. Perché, ricordiamolo, non c’è solo il rischio del contagio per gli altri. Il più vulnerabile e a rischio è proprio la persona Hiv positiva. Cioè se io ho rapporti sessuali non protetti, rischio di essere colpito da un virus non trattabile, o resistente ai farmaci e quindi di morire. In questo senso noi dobbiamo tutelare il nostro diritto più importante, che è quello alla vita, e che in questo caso significa prevenire le infezioni (e quindi la malattia e la morte).
Affinché la gente trovi il coraggio di sottoporsi al test e alle relative terapie bisogna anche che si diffonda la consapevolezza che l’Hiv non è più una sentenza di morte. Questo è importantissimo. Possiamo considerare l’Hiv una sorta di malattia cronica che può essere per così dire tenuta sotto controllo. Nel 2003 io leggevo 100 pagine al giorno, proprio per passione della lettura. Dopo essermi ammalato faticavo a leggere 10 pagine al mese. Non riuscivo a concentrarmi, mi ritrovavo col 20% delle mie capacità…
Ebbene, le medicine mi hanno restituito le energie di un tempo… In una settimana ho letto la storia della guerra civile spagnola di Hugh Thomas, circa 800 pagine!
Allora, essere Hiv positivi, significa convivere con questa infezione latente, ovvero curarsi con molta attenzione, perché c’è sempre il rischio di sviluppare delle resistenze e quindi di morire. Per una minoranza poi i farmaci non funzionano, quindi evidentemente la prevenzione (ovvero fare di tutto per evitare di contrarre il virus) resta fondamentale, ma ripeto: se capita non è una sentenza di morte.
Certo, molto dipende anche dall’atteggiamento dei governi, delle agenzie internazionali perché effettivamente in certi casi possono farla diventare una sentenza di morte.
Il successo della battaglia contro le aziende farmaceutiche resta qualcosa di incredibile…
Nella vita ho imparato che niente è impossibile. Quando abbiamo iniziato la campagna anche gli attivisti dei paesi occidentali ci avevano scoraggiato. Non era pensabile di portare i farmaci nei paesi poveri: troppo costosi, e poi mancavano le risorse, non solo economiche, la gente è spesso analfabeta, mentre le terapie sono complesse, richiedono grandi attenzioni…
Ebbene, oggi in Africa ci sono più di 2 milioni di persone sotto trattamento. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza un tenace attivismo; un attivismo che, dal basso, ha mobilitato le comunità, e verso l’alto ha coinvolto il governo e infine la cooperazione e le istituzioni internazionali. I militanti hanno ottenuto anche un consenso morale sul principio che ciascuno di noi ha diritto alla vita e alla dignità. E’ stato sulla base di questo “consenso morale” che sono arrivati i soldi, i prezzi sono scesi, il mondo politico si è mosso…
Credo che se c’è una cosa che l’ultimo secolo ci ha insegnato è che il progresso sociale non è mai conquistato una volta per tutte, per cui bisogna sempre essere vigili. Oggi in Africa sono ancora in pochi a sottoporsi al test. Non c’è un atteggiamento responsabile diffuso: se tu lo ritieni opportuno, puoi andare in un consultorio e sottoporti al test. Non c’è un approccio per cui se tu arrivi in un ospedale con il braccio rotto, quando il medico si appresta a curarti ti dirà che ti farà anche il test spiegandoti che dacché viviamo in un’area endemica, bisogna fare della prevenzione e quindi è opportuno sapere se tu sei “infetto”, perché solo in quel caso potrai essere curato adeguatamente. Non funziona così e questo è un grosso problema. Comunque con l’abbassamento dei costi del test, il numero della gente che vi si sottopone è in costante crescita. Purtroppo permangono delle discriminazioni; non nel lavoro, perché sarebbe illegale; né per l’assicurazione sanitaria, ugualmente illegale, ma per le assicurazioni sulla vita e altre forme di assicurazione “sociale” privata… Resta poi un gap nell’accesso ai farmaci tra i ricchi e i poveri, per cui se appartieni alla classe media in Botswana, Namibia, Mozambico, potrai curarti perché puoi pagare, altrimenti…
Il settore pubblico è molto debole perché gli investimenti sono recenti e limitati, anche rispetto alle infrastrutture. Purtroppo oggi noi paghiamo questo ritardo con dei tassi epidemiologici drammatici.
Comunque grazie al Global Fund molte più persone si possono curare. E nel 90% dei casi oggi in Africa tale trattamento è gratuito.
Qui devo aggiungere una nota dolente. Il governo italiano è stato il peggiore in Europa rispetto all’impegno per il Global Fund. Berlusconi ha fatto grandi promesse e poi fatto pochissimo, Prodi non ha fatto grandi promesse e ugualmente ha dato molto poco. Insomma, l’effetto è stato lo stesso… Da questo punto di vista è importante che la cittadinanza italiana si mobiliti.
In generale va tenuta alta l’attenzione, perché c’è sempre il rischio di un arretramento. Oggi anche il Brasile, la Thailandia, l’India hanno ingaggiato la loro lotta contro le case farmaceutiche che non hanno aderito all’accordo del 2001 o che in qualche modo non stanno rispettando i termini dell’accordo. In India in particolare c’è un grave problema rispetto ai farmaci contro il cancro.
Da Seattle in poi l’idea dei no-global è stata quella di lottare contre le organizzazioni internazionali, come il Wto. La vostra strategia è stata quasi opposta…
In realtà noi abbiamo sempre considerato le organizzazioni internazionali degli strumenti indispensabili. In questo senso sono d’accordo sul fatto che è giunto il tempo di essere meno ideologici… E’ stata la cornice legale internazionale a sancire che i paesi hanno il diritto di produrre medicinali, tutti i paesi, non solo quelli poveri. E se c’è, non solo un’emergenza, ma una necessità pubblica di medicine, c’è la possibilità di negoziare sui brevetti, sui costi, ecc.
Il pericolo non è il Wto, bensì il blocco che si è creato attraverso accordi bilaterali. Oggi poi le grandi aziende farmaceutiche hanno un ruolo pari a quello degli Usa, quasi fossero un Paese…
Da questo punto di vista, le organizzazioni e istituzioni internazionali devono essere democratizzate e rafforzate. Non indebolite. E la pressione popolare può essere molto potente; la società civile ha un ruolo importante.
Insomma, non possiamo tornare indietro. Il mondo ormai è integrato, che non significa che siamo tutti uguali, ma sicuramente non saremmo mai riusciti a sottoporre a trattamento 300.000 persone in Sudafrica e 2 milioni in Africa, senza un movimento globale.

Intervista a cura di Rainer Girardi, Andrea Lollini, Anna Da Sacco (Bumerang)

per www.unacitta.it 

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