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Ibu Robin Lim torna in Italia per presentare l'edizione italiana del suo libro e partecipare al convegno di Livorno "L'arte ostetrica" dal 25 al 27 ottobre. Una presentazione anche a Verona il 2 novembre a cura del Movimento Nonviolento
Ibu Robin Lim, premio Alexander Langer 2006, sarà a Livorno il 27 ottobre per un importante convegno internazionale promosso dal Coordinamento Collegi Ostetriche Toscana e dalla Scuola Elementale Arte Ostetrica di Firenze, sulla nascita e sulle nuove prospettive. Sono stati richiesti 6 crediti formativi. I relatori sono di fama nazionale ed internazionale. L’obiettivo di queste giornate e’ quella di favorire l’incontro e la conoscenza con altre realta’ nazionali e non, al fine di aumentare la sensibilita’ su questo tema. 

Per informazioni: www.toskanaincoming.com   

Nell'occasione verrà presentata la traduzione italiana del suo libro "Dopo la nascita del bambino", Apogeo Editore, del quale riportiamo qui la prefazione di Tiziana Valpiana.

Il libro verrà presentato a Verona venerdì 2 novembre alle ore 21 all'interno del congresso del Movimento nonviolento, presso la Sala “Comboni”, Missionari Comboniani, Vicolo Pozzo, 1

Per informazioni: Movimento Nonviolento
tel. 045 8009803, Fax 045 8009212
sito: www.nonviolenti.org

  

Prefazione di Tiziana Valpiana al libro di IBU Robin Lim

Per le donne della mia generazione, un libro come “Noi e il nostro corpo”, opera collettiva di un gruppo femminista di Boston, che affrontava per la prima volta ‘a partire da sé’ anatomia e fisiologia del corpo femminile e le intrecciava con esigenze, problemi e desideri è stato una lente attraverso cui abbiamo letto le nostre esistenze e relazioni, mettendo in discussione i ruoli imposti, la famiglia, la sessualità subordinata al piacere maschile. Ha rappresentato il fondamento di un pensiero, perché ha svelato a ciascuna donna ciò che già intimamente sapeva, ma non poteva dire nemmeno a se stessa, non poteva confrontare con le altre, resa muta da millenni in cui la sessualità del corpo e della mente di donna era stata ridotta al silenzio dal poter patriarcale. Ci ha permesso di riprendere parola, con fatica e sofferenza, sul nostro corpo, scoprendo la possibilità di narrarlo con un linguaggio autonomo rispetto a quello maschile e scientifico.

Questo testo di Robin Lim mi ha riportato a quello perché parla della maternità attraverso esperienze di donne, le offre come ricchezza di punti di vista, le raffronta senza omologazione alcuna. Anatomia e fisiologia, problemi e desideri, paure e speranze, impotenze e onnipotenze che colgono ogni donna quando diviene madre, divengono le fondamenta di un pensiero forte e rinnovato, sostengono ciascuna donna ‘a partire da sé’, per ‘inventarsi’ come madre nel corpo e nella mente, per riuscire a porsi e a porre tutti quegli interrogativi che la ‘mistica della maternità’ non permette nemmeno di pensare. Robin Lim aiuta ciascuna donna a riconoscere legittimità a ciò che intimamente sente e non può dire né a se stessa né fuori di sé, pena non essere giudicata una ‘madre sufficientemente buona’.

E anche questo libro, in qualche maniera, è un libro collettivo: nasce dalle tante realtà in cui Robin Lim ha vissuto, America, Giappone, Cina, Filippine, Germania, Irlanda, Parigi, Singapore e, ora, Indonesia e Bali. Un libro corale per l’eredità che Robin Lim ha ricevuto dalle donne che l’hanno preceduta e preconizzata: la nonna materna ostetrica filippina, la nonna paterna, figlia di un irlandese e di una nativa americana, la madre, filippina-cinese.

Un libro comunitario, testimonianza viva di tante donne, diverse ma simili, che aiutano a comprendere gli aspetti e le sfumature che tutte le madri vivono nella complessità del dopo parto pur nell’unicità di ogni donna e di ogni esperienza affettiva, familiare e sociale...

 

Il secondo aspetto che mi ha colpita in modo particolare è l’aver ritrovato nelle parole, nelle riflessioni, nell’orientamento, perfino nelle soluzioni pratiche offerte in questo lavoro, nato dall’altra parte del mondo, un impianto culturale e un approccio filosofico, addirittura gli stessi accenti, che mi hanno spinta nel 1981 a fondare, assieme ad altre donne, madri e operatrici sociali, l’Associazione “Il Melograno”. Che ha scelto come frase-guida QUANDO NASCE UN BAMBINO, NASCE ANCHE UNA MADRE, proprio a significare, così come Robin Lim sostiene con questo libro, che divenire madre non è né automatismo, né solo istintualità, ma che madri si diventa piano piano attraverso una gestazione fisica ma anche emozionale e di crescita interiore, attraverso un parto vissuto come scoperta e rispetto delle straordinarie capacità e risorse del corpo di donna, attraverso la trama intensa e appassionata della relazione con il nuovo nato.

I Melograno, così come altri gruppi di aiuto e auto-aiuto sparsi nel mondo, forti anche del pensiero di Maria Montessori, di Frederick Leboyer, di Lorenzo Braibanti, di Grazia Honegger Fresco, di Michel Odent e di tante e tanti altri, con un lavoro gratificante ma impegnativo, il più delle volte volontario, con dedizione e disciplina, con amicizia e professionalità, soprattutto con pazienza e con ‘passione’ hanno tradotto in servizi la semplice constatazione che una madre ha necessità di essere curata per poter curare, accudita per poter accudire, incoraggiata per poter riservare un’incessante premurosa tenerezza al bambino.

Le oltre 15.000 donne che hanno frequentato i Centri “Il Melograno” nelle città dove è presente in Italia, luoghi di incontro connotati al femminile e molto "pensati" per accogliere, hanno lasciato il patrimonio inestimabile dei loro vissuti ed esperienze, hanno descritto la gioia di scegliere di diventare madri, la straordinaria e unica relazione con una persona ‘nuova’, ma anche le sofferenze in cui troppe volte vivono il post-partum. Periodo prezioso, opportunità per reinventarsi come donne e come madri, sprecato e sofferto tra malessere e disagio, in silenzio e solitudine.

Il ‘lavoro’ del Melograno sembra banale, ma, come spesso accade, la semplicità richiede studi sofisticati e difficili, molteplici e diversificate competenze professionali ed è distante dallo spontaneismo. E’ “essere presenti” e saper costruire una relazione autentica con ciascuna donna. Il Melograno è lì, per ogni singola donna e per il suo bambino, non solo per un sostegno pratico e sociale, ma come supporto alla sua singolarità.

Anche a fondamento del lavoro di Robin Lim c’è la volontà di sostenere ogni donna sul piano del vissuto personale, del contatto psicologico e corporeo, delle emozioni, condividendo informazioni, pratiche, esperienze, perché ciascuna possa riappropriarsi di un sapere personale perduto, tornando a riparlare un linguaggio più umano, più sereno, più vicino alla natura.

L’incontro con una donna dello spessore di Ibu Robin costituisce realmente un regalo della vita. La sorpresa è arrivata per me e per molti altri e, soprattutto, molte altre italiane grazie a Maurizio Rosenberg Colorni, editore, trasferitosi da qualche anno nell’Isola di Bali, dove ‘colleziona’ volti per raccogliere anime.

Un dono giunto con un soggiorno a Bali, l’Isola degli dei, la cui bellezza paesaggistica è pari solo alla regalità delle sue donne, rese ancor più flessuose dall’educazione alla danza. Donne che non hanno una vita facile, ma una vita intensa. Donne che, lavorino al telaio o in risaia, drappeggiano i loro splendidi abiti per esprimere una femminilità piena e intessono in ogni condizione, anche la più difficile, lavoro e gioia, offerte agli dei, forza e bellezza.

Anche il volto di Robin Lim è bellissimo, scolpito nei secoli delle sue profonde e variegate origini, reso dolce dall’Oriente, determinato dall’Occidente.

Da Bali racconta al mondo l’unicità dell’esperienza che passa attraverso il corpo delle donne. Ci rammenta che la riproduzione è quanto di più fortemente ci riporta alla nostra parte animale, ma che la fisiologia umana è sempre in pericolo se non la si promuove attraverso un’assistenza che ponga al centro le esigenze di ogni donna, e limiti lo strapotere che la medicalizzazione ha conquistato in questi ultimi decenni.

Quel suo lavorare incessante, con l’aiuto di rimedi naturali, della medicina cinese, dell’omeopatia, per garantire un’assistenza premurosa e competente alle madri, quel suo approccio complessivo alla salute di madre e bambino con un intervento nella e con la comunità per garantire alle donne più povere il parto più naturale, più sereno, più bello in una prospettiva anti-sacrificale del corpo femminile che diviene veicolo, passaggio e matrice del cambiamento sulla Terra, sono tradotti nelle parole di questo libro, che indica la necessità vitale di un sostegno nel periodo del dopo parto.

Perché Robin Lim lavora per garantire ai poveri, alle donne povere, il diritto alla bellezza, ad essere circondate dalla cura, dalla gentilezza, a divenire soggetto e a finalizzare la creatività di un corpo che sa riprodurre la specie alla modificazione della specie stessa.

Perché Robin Lim –e forse per questo a Bali la chiamano con deferenza Ibu, il titolo di Madre, Signora, che si antepone al nome delle donne sagge e importanti- sostiene: “la Pace si fa un bambino alla volta” aiutandolo ad avere una nascita nonviolenta. Una verità semplice, difficile, tremenda che potrebbe mettere la guerra fuori della Storia.

Perché Ibu Robin rispetta quel tempo naturale che ci insegna ad essere portatrici di Pace e a tramandare al bambino e alla bambina il linguaggio necessario per costruirla.

Perché, secondo Ibu Robin, “il frutto non può mai cadere lontano dall’albero”, e ogni nuova vita nasce dalla capacità di un’altra vita, quella della madre, di “sognare” l’esistenza dell’altro, in una trasformazione di sé e del nuovo nato che avviene grazie al desiderio di rinnovamento che la relazione stessa favorisce.

L’’ostetrica dai piedi scalzi’ ha fondato Yayasan Bumi Sehat (Terra felice), un’associazione che gestisce un piccolo centro di salute e molto altro per le madri e i padri e continua ad assistere parti a domicilio, anche in Aceh, nell’isola di Sumatra, una delle regioni maggiormente colpite dallo tsunami del 2004, dove fin da subito è accorsa per una straordinaria opera di ostetricia d’emergenza.

Tratti speciali del lavoro speciale di una persona speciale che mi ha spinta nel 2006, assieme a Maurizio Rosenberg e a Grazia Barbiero del Comitato Scientifico della Fondazione ‘Alxander Langer’, a candidarla al Premio istituito da quella Fondazione, nata per ricordare il viaggio troppo leggero su questa terra dell’europarlamentare dei Verdi che ha dedicato la breve vita a ‘costruire ponti tra le persone e i popoli’. Un ‘Premio Internazionale’, attribuito ogni anno a chi, in qualsiasi parte del mondo e con qualsiasi mezzo, si adoperi a costruire quella Pace per cui Alexander Langer ha offerto in sacrificio la propria vita.

Ed è stata l’attribuzione a Ibu Robin Lim del Premio 2006 a condurla per la prima volta in Italia e a permetterle di “costruire ponti” con l’Associazione Melograno e con tutti quelli che dal suo viaggio hanno potuto apprendere da chi opera ai confini del mondo, in una società definita ‘semplice’, la regola fondante di un moderno lavoro sulla maternità: l’ empowerment, il sostegno e lo sviluppo delle capacità e delle risorse di ciascuna donna valorizzandone le competenze di madre e incrementando consapevolezza e fiducia nelle proprie capacità.

Ogni donna è unica. E’ unica la sua situazione affettiva, familiare e sociale. La sua biochimica è unica. Anche il post-partum è un’esperienza individuale e unica, ma ci sono problemi che tutte le madri vivono.

Nella famiglia allargata, certo, una madre poteva non avere alcuna privacy, ma non le mancavano aiuto e compagnia. Oggi, in una società sempre più individualista e frammentata, soprattutto in una società multietnica, dopo una gravidanza affrontata sempre più spesso senza conoscerla, un parto disturbato (il processo fisiologico del parto, diceva Lorenzo Braibanti, non si può aiutare, ma si può disturbare) nel quale la donna si è sentita ‘espropriata’ (il dolore fisico nascosto riappare come dolore psichico?), senza alcun sostegno o struttura per alleviare il post partum, alle donne è dovuto un risarcimento.

Forse questo libro di Robin Lim, che cerca di tradurre e dare voce alle parole (grida, a volte) negate delle madri e individua che cosa non funziona, quali occasioni donne, neonati, famiglie, società e politica stanno perdendo, ne è l’inizio. Ci aiuta a ricordare che il corpo per cambiare si prende i 9 mesi della gravidanza, un tempo lento che, se lo ascoltiamo, impone una riorganizzazione del tempo anche per la mente, alla ricerca della donna ‘nuova’ e per il riconoscimento del proprio figlio. Un tempo magico, la “quarantena”: chi ne parla più?

Le donne di oggi, sicuramente più informate, sono spesso povere di tempo e di sapienze.

Non possono interrompere il lavoro o bloccare la carriera perché il tempo sociale non lo consente e sono spesso costrette a rinunce.

Non possono attingere all’eredità materna (la società cambia troppo in fretta e ciò che appartiene ad un’altra generazione non è più considerato attuale), non hanno luoghi in grado di sostenerle nella costruzione del legame madre-bambino. E così, abituate a vedere più che a sentire, a rifiutare ciò che non conoscono (il dolore), davanti a un cambiamento per cui non sono attrezzate, divengono fragili, dipendenti dagli esperti, dimentiche del fatto che non si dà libertà femminile senza signoria sul proprio essere corporeo.

Ibu Robin, attraverso esperienze di donne tanto diverse tra loro l’una dall’altra, che vivono in terre, culture e situazioni distanti l’una dall’altra, ci suggerisce di quali sostegni affettivi, emozionali, ambientali, di quali difese hanno bisogno le donne quando divengono madri.

La maternità per le giovani donne occidentali di oggi da destino è diventata una scelta. Sessualità, piacere, differenza, autodeterminazione dovrebbero essere, in teoria, conosciute, praticate, acquisite, ma, della maternità, in una società in cui sono prevalenti gli approcci medicalizzati e sottaciute emozioni, vissuti, contraddizioni, paure, rimane, una parte nascosta, rimangono fragilità non dette, paura del futuro e solitudine... Perché le condizioni e i ritmi di vita attuali lasciano ogni donna sola a sperimentare la nuova funzione di madre in un ambiente di isolamento e indifferenza che a sua volta contribuisce ad aumentare lo stress, le ansie, i sentimenti depressivi, il senso di fatica fisica ed emotiva, legato anche alle difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare. E allora diventare madre, acme della ‘creatività, è vissuto come ‘perdita’: una perdita di tempo fra cose inutili, una perdita di opportunità di lavoro e di carriera, una perdita di libertà personale. Donne in teoria libere di scegliere, di decidere, di essere se stesse divengono timorose, si sentono impreparate a convivere con la forza dell’evento maternità, con il dolore e con la gioia, con la grande potenza.

E fanno meno figli, in un’età più matura e solo in un fantasmatico “momento opportuno”. L’Italia è uno dei paesi con il più basso tasso di natalità nel mondo, è il paese in Europa con il maggior numero di donne che diventano madri per la prima volta dopo i 40 anni.

Il ritmo biologico della fertilità sembra non coincidere più con il tempo del desiderio, il modo di vivere impone al nostro corpo e al nostro esistere storture che non rispettano più le scadenze, con il conseguente aumento della dipendenza dal sapere medico, dalle promesse suadenti della scienza e della tecnica. Si chiede alle donne di combattere, di divenire ‘guerriere’, di competere per il lavoro, il successo, la conquista del maschio (nella quale, a volte, anche il sesso diviene un nuovo ‘dover essere’ invece che appagante stare dentro di sé), di correre, essere efficienti… In una società che ha perso reti di rapporti, riferimenti sociali, luoghi di ritrovo e di natura, la maternità non riesce più a farsi spazio, non trova più quel tempo lungo e dilatato in cui non si sa cosa accade (un mistero che il nostro tempo offende con continue intrusioni ed esorcizza con continue pre-dizioni), diventa timida e rara. L’evento troppo a lungo posticipato è poi seguito in modo quasi esasperato dal punto di vista medico: visite continue, esami costosi, all’inseguimento di sicurezza e di “risultato”.

Le donne di Bali, ci racconta Robin Lim, non possono entrare in cucina per 42 giorni dopo la nascita, il che assicura che qualcun altro cucina per loro; i bambini di Bali per 6 mesi dalla nascita non possono essere messi a terra, il che vuol dire che tante braccia sono pronte a sorreggerli, così come il divieto per le nostre donne di stare con le mani in acqua dopo il parto aveva un significato di protezione della puerpera dai pesanti lavori domestici di un tempo.

Al di fuori dell’occidente, dove il post-partum è ancora celebrato dalla comunità, i riti incanalano la paura e rinsaldano la donna nel nuovo ruolo, mentre noi abbiamo abbandonato quelle tradizioni e quei riti che erano indirizzati a coltivare la vita, non solo quella dello spirito ma anche la vita materiale.

Robin Lim è un’ostetrica, ma è molto di più di una figura professionale e professionalizzata, perché accanto alla scienza medica ha conservato una medicina povera, legata al saper fare, a quel sapere popolare, radicato e diffuso, fondato sull’esperienza, accettato come parte del sistema simbolico e culturale. E’, –diremmo nel mio Veneto- una “co-mare”, colei che è “madre insieme”. Una parola che ha finito per indicare una figura un po’ petulante, proprio perché ha ‘sempre una risposta per tutto’.

La ‘co-mare’ Robin Lim sa ciò di cui tutte le donne hanno bisogno in gravidanza, nel parto e nel dopo parto: cose semplici ma essenziali per il benessere e la cui privazione crea grande disagio. Hanno bisogno di trovare il cibo pronto, così come hanno bisogno di rassicurazioni. Hanno bisogno di aiuto per il lavoro domestico, così come hanno bisogno di tenerezza. Hanno bisogno di baby sitter se hanno altri bambini, così come hanno bisogno di un sostegno premuroso. Hanno bisogno di succhi di frutta e tisane. Hanno bisogno di poter contare non sullo sporadico e non garantito aiuto dei familiari, ma sulla sicurezza di un supporto professionale e disponibile.

In molte altre culture, tra cui anche vari Paesi occidentali (in Olanda, per esempio, e nei Paesi del Nord dove tante nascite avvengono in casa), ma non ancora in Italia, è il servizio sanitario pubblico ad assicurare un’“assistente professionale di maternità” a domicilio. Un angelo che gestisce le visite, fa i test, risponde alle domande, supporta l’allattamento, ma anche (e solo chi ha partorito sa quanto questo sia prezioso nei primi giorni) si prende cura della biancheria, della cucina, della spesa, dei bambini più grandi, consente un sonno ristoratore…

Forse questi Paesi dell’Europa settentrionale non sono solo società incredibilmente umane, ma hanno scelto questo servizio anche in conformità a semplici calcoli economici: non c’è dubbio che sia più conveniente fornire assistenza al puerperio piuttosto che curare le complicazioni prodotte dagli esaurimenti o i maltrattamenti dovuti a negligenze e depressioni, o rimediare piccoli e grandi drammi familiari, senza ovviamente contare i costi umani. Così come non vi è dubbio, per esempio, che l'allattamento al seno non sia ‘solo’ una questione di scelta personale a breve termine, ma di salute pubblica a lungo termine: i bambini allattati al seno hanno meno probabilità di sviluppare una serie di problemi di salute sia nell'infanzia sia nell'età adulta, con conseguenti minori oneri sulla sanità pubblica.

Perché mettere al mondo un figlio, non attiene solo alla vita privata.

Quando una donna, una coppia sceglie di avere un bambino lo fa per tutti noi, per la comunità umana. Non è un faccenda privata, che possa essere lasciata a soluzioni individuali, che vanno dalla rinuncia ai figli, al rinvio della maternità, all’arrangiarsi delle reti familiari. Un nuovo nato è un dono, è per tutti un domani, un sogno, un futuro. Ed è opportuno che la società esprima gratitudine a chi di questa dote si fa intermediario, iniziando a considerare parto e nascita eventi sociali. E se ne faccia carico.

La grande competenza di cura e d’ascolto che le donne hanno maturato nei secoli e di cui l’umanità ha usufruito, va riconosciuta come valore. Invece si tende a dimenticare quanto ogni madre sia essenziale alla società perché il suo lavoro non costa nulla e non produce profitto per alcuno.

Questo testo di Ibu Robin Lim esplicita il ‘valore’ della maternità e suggerisce politiche che sappiano proteggere l’integrità del momento e rendano sostenibile e fecondo il primo periodo di vita con un bambino. E lancia anche al nostro sistema politico e sociale la sfida a trovare forme sociali e organizzative che diano spazio e riconoscimento alla maternità, assumendo l’approccio lungimirante della “nascita come bene comune”! E’ ormai doveroso considerare gInizio moduloravidanza, parto, puerperio e allattamento un continuum, momenti, oltre che della vita fisica, psicologica, sessuale, affettiva anche relazionale e sociale. E nessuna di queste prospettive può essere misconosciuta, né sacrificata agli aspetti sanitari, ma vanno garantite innanzi tutto la continuità assistenziale e il rispetto della fisiologia, riconoscendo la soggettività di ogni esperienza di maternità e rendendo concrete opportunità per opzioni diverse.

Chi ha attraversato questa esperienza, sa di quanti mondi abbia bisogno la maternità, di quanti affetti, memorie, condivisione, accoglienza, sostegni. Sa che in questa esperienza, se non si vuole prendere la facile scorciatoia della colpevolizzazione, nessuna donna può essere lasciata sola: ha bisogno di tutti, della natura, degli amici, dei familiari, della società, dell’ambiente, di una buona sorte, della provvidenza ….

“Per allevare un bambino ci vuole un villaggio” ci rammenta la saggezza di Gandhi.

Tante persone di buona volontà sparse in tutto il mondo lavorano per costruire per le donne, tutte uniche e tutte uguali, un ‘villaggio’ di relazioni. Perché di qua e di là dal mare, che è Madre, la maternità è antitetica alla solitudine.

  Tiziana Valpiana

Presidente Onoraria Associazione Nazionale ‘Il Melograno’

Senatrice,

Commissione Sanità,

Commissione Bicamerale per l’Infanzia