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YVES TERNON: L'intenzione genocida

9.2.2007, UNA CITTÀ n. 77 / Maggio 1999
Le deportazioni di massa, la distruzione di case e villaggi, di anagrafi e documenti di identità, le uccisioni di maschi adulti, provano la volontà genocida da parte dei serbi, che da tempo preparavano la soluzione del problema demografico albanese. Si sta calpestando il più elementare dei diritti, quello di poter vivere dove si abita, dove si possiede la terra. Milosevic è un assassino che va trascinato davanti al Tribunale Internazionale. Intervista a Yves Ternon.

Yves Ternon, medico chirurgo, è autore di numerosi saggi sul genocidio degli armeni. In Italia è stato tradotto da Corbaccio Lo Stato criminale. I genocidi del XX secolo. Una sua intervista è comparsa sul n. 68 di Una Città. Vive e lavora a Parigi.

Nell’intervista apparsa sul n. 68 del nostro giornale, lei preannunciava un possibile genocidio in Kosovo a danno della popolazione albanese...
Chi studia da vicino i crimini contro l’umanità e i genocidi dispone di elementi di comparazione che gli permettono di segnalare all’attenzione degli uomini politici quando una minaccia di genocidio è reale. E’ questo il caso degli eventi che si sono susseguiti nell’ex-Jugoslavia dal 1989 fino ad oggi, a partire dai famosi raduni di massa organizzati da Milosevic in Kosovo in difesa dei serbi. Almeno dal 1994-95, quando la situazione in Bosnia si andava normalizzando, era più che evidente che il Kosovo sarebbe stato il prossimo terreno di scontro fra i serbi e le altre minoranze etniche della Federazione Jugoslava. Più il territorio della Jugoslavia si restringeva, più la determinazione dei serbi si rafforzava. Il fatto che i kosovari albanesi fossero il 90% della popolazione rendeva a priori impossibile la loro espulsione o soppressione in massa. Occorrevano circostanze straordinarie perché la Serbia potesse intraprendere un’azione tecnicamente impossibile, ossia l’eliminazione, da parte del 10% della popolazione, del restante 90%. Dal 1997-98 era più che evidente che i serbi stavano puntando a una soluzione del genere; che stavano dando inizio alla politica di pulizia etnica, già attuata in altre zone dell’ex-Jugoslavia, modificando la distribuzione della popolazione all’interno del Kosovo; che cercavano di fare della parte storicamente serba del Kosovo -quella dei monasteri ortodossi che si trovano nella parte nord-occidentale della regione, nei pressi della città di Pec- il centro simbolico del radicalismo grande-serbo; che stavano progettando la riconquista progressiva dell’intera regione mediante l’espulsione dei suoi abitanti non serbi.
Di fronte a questa politica di lenta espulsione della popolazione, segnata da angherie e massacri -di proporzioni minime, certo, ma che innegabilmente esprimono una politica- la politica di resistenza passiva adottata da Rugova apparve in tutta la sua insufficienza. Tutto ciò condusse a una politica di resistenza attiva con la formazione di un esercito di liberazione popolare grazie al sostegno dell’Albania. Ma l’apparizione sulla scena dell’Uck ha reso più facile il compito ai serbi, perché ha finito per giustificare una politica di repressione ancora più dura. Molti adesso sostengono che l’intervento militare della Nato abbia accelerato il processo di epurazione etnica in Kosovo, spingendo i serbi ad accentuare la repressione con una politica di deportazioni e massacri. Questo ragionamento non mi sembra molto fondato, perché da tempo era evidente che i serbi si stessero preparando, in un futuro non troppo lontano, a cacciare gli albanesi dal Kosovo. L’avrebbero fatto in ogni caso, con o senza l’intervento della Nato. I kosovari non avrebbero avuto alcuna possibilità di vivere in pace con i serbi, anche se la Nato non fosse intervenuta.
In quello che i serbi stanno facendo alla popolazione kosovara albanese si scorgono pratiche e metodi genocidari?
In quanto storico, posso ragionare solo sulla base di documenti. Noi attualmente sappiamo due cose. In primo luogo, la totalità della popolazione albanese del Kosovo rischia di essere cacciata dalle proprie case nelle prossime settimane. E questa è una certezza perché ormai sarebbero già 900 mila gli albanesi deportati. In secondo luogo, abbiamo i racconti dei testimoni. E’ vero che si tratta di racconti raccolti nell’emergenza della deportazione, e che non sono suffragati da alcuna prova. Ma concordano fra loro. Perciò mi sembra sufficientemente provato che ci sono stati dei massacri; che ci sono state esecuzioni sommarie, in particolare di giovani uomini, sospettati di essere stati arruolati dall’Uck. Sicuramente, quando le truppe della Nato entreranno nel Kosovo, scopriranno carnai e fosse comuni. Però, in mancanza di prove certe di esecuzioni sommarie, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome.
Quella che vediamo avvenire in questi giorni è una politica di deportazione della totalità della popolazione, condotta senza precauzioni di sorta, ossia senza che le persone possano portare con sé il benché minimo bagaglio, e mirante alla distruzione volontaria dell’identità di queste persone, cosa che di per sé manifesta già un’intenzione genocida. E’ vero che per parlare di genocidio occorre che al disastro assoluto di questi giorni si accompagnino massacri indiscriminati della popolazione civile. Ma la politica attualmente portata avanti dai serbi, consistente nell’accerchiamento delle città e dei villaggi da parte dell’esercito, nell’intervento di milizie composte da uomini mascherati che cacciano i kosovari dalle loro case, uccidendone un certo numero, mi porta a dire senza ombra di dubbio che ci troviamo in presenza di un’operazione di genocidio.
La propaganda serba insiste molto sulle ragioni storiche che fanno del Kosovo un territorio serbo, lei cosa ne pensa?
Le argomentazioni della propaganda serba mi sembrano inaccettabili sotto ogni punto di vista. Per prima cosa, la propaganda serba lamenta le sofferenze che i bombardamenti della Nato causerebbero alla popolazione civile, ma non spende una sola parola sulle condizioni miserabili in cui vive la popolazione albanese, deportata e dispersa. In secondo luogo, dire che gli albanesi devono lasciare il Kosovo, serbo, e tornare da dove sono venuti, cioè in Albania, è del tutto assurdo, stante il fatto che questa regione, prima di essere unita alla Serbia (cioè nel 1913), faceva parte dell’Impero Ottomano e che le terre non venivano attribuite sulla base dell’origine etnica. D’altra parte, a mio avviso, è la proprietà della terra a fondare il diritto di qualcuno a vivere in un determinato luogo. Dire che i kosovari devono tornare in Albania, quando la loro vita quotidiana non ha nulla a che vedere con quel paese, mi pare una menzogna bella e buona.
Quando una famiglia kosovara, dopo aver risparmiato tutta una vita, acquista un pezzo di terra o una casa, ebbene si trova a casa propria, allo stesso modo in cui io e lei ci troviamo a casa nostra in questo momento. Dobbiamo pensare che quanto sta avvenendo oggi ai kosovari potrebbe capitare anche a noi. Noi non siamo affatto più sicuri nelle nostre case di quanto non lo fossero i kosovari a casa loro. E i kosovari si trovavano in casa propria. Mai avrebbero immaginato che un bel giorno un poliziotto avrebbe picchiato alla loro porta, urlando: "Avete dieci minuti per andarvene altrimenti vi ammazziamo".
Se pensiamo che questo cose possono capitare agli altri, ma non potranno mai capitare a noi, significa che non abbiamo capito nulla della storia di questo secolo.
Quindi, storicamente, i serbi non hanno alcun diritto sul Kosovo?
Vede, è un fatto che il Kosovo ha visto cambiare nei secoli la composizione della propria popolazione. Il Kosovo era abitato in prevalenza da serbi, che però nel XVII e XVIII secolo, in seguito a una grande migrazione, si spostarono a nord, in Austria e in Ungheria, e, a est, in Ucraina e in Russia, abbandonando questa regione per sfuggire all’oppressione ottomana. La loro migrazione, lasciando quasi deserto il Kosovo, permise l’immigrazione degli albanesi. Non si trattò di una migrazione forzata, come quella cui è sottoposta oggi la popolazione kosovara, ma fu causata dalla miseria della popolazione serba, che voleva restare cristiana sotto una dominazione musulmana. Non si può negare questa verità. Se si risale indietro nel tempo, ovviamente, i serbi hanno dei diritti. Ma, secondo me, non hanno alcun diritto di fare quello che stanno facendo oggi ai kosovari.
Un altro elemento su cui insiste la propaganda serba è il pericolo rappresentato dall’eccessiva prolificità della popolazione albanese...
Questo discorso è un sintomo della sindrome serba di persecuzione. I serbi, da un secolo a questa parte, sono dei nazionalisti sfrenati e pensano di essere vittime della storia, perché sono stati cacciati dalle loro case nei secoli passati; perché non sono stati dati loro i territori che meritavano; perché sono stati sempre oppressi... Non immaginano che anche le altre popolazioni possano aver sofferto, e soffrire tuttora, per causa loro. Insomma, il serbo è sempre una vittima, mai un oppressore. Quel che mi inquieta maggiormente nella situazione attuale è proprio questa mentalità, diffusa nella popolazione serba che si salda attorno al proprio capo -che è un assassino e nient’altro che un assassino, che merita solamente di essere tradotto davanti a un tribunale- perché incarna l’anima serba. Sarà molto difficile riuscire a piegare i serbi alla volontà della comunità internazionale, persuaderli che si stanno sbagliando. Temo che questo risultato non verrà raggiunto.
Secondo lei, di fronte al pericolo del verificarsi di crimini contro l’umanità è giusto intervenire con la forza?
Secondo me, non vi erano altri mezzi per salvare la popolazione albanese del Kosovo, se non con l’intervento militare della Nato. Quanto sta succedendo in questi giorni, ossia la deportazione della popolazione kosovara, non è frutto dell’intervento militare della Nato. E’ frutto della volontà di Milosevic di sradicare gli albanesi dal Kosovo. Per questo occorre che le popolazioni che sono state cacciate possano tornare al più presto nelle loro case, anche se queste fossero state distrutte. Spetterà poi alla comunità internazionale aiutarle nella ricostruzione.
Quindi, tutto quello che sta avvenendo è stato preparato...
Sì, quanto sta succedendo agli albanesi del Kosovo è stato preparato e pianificato. Se potessimo avere una mappa delle espulsioni che si stanno verificando, del modo in cui le città sono state via via circondate e la popolazione cacciata, vedremmo chiaramente come tutto sia stato pianificato in anticipo.
Si è mai notata nei discorsi di Milosevic un’intenzione genocida?
Non lo so, non conosco i discorsi di Milosevic, perché non sono mai stati tradotti in francese. Quindi, non mi posso pronunciare. Ma, anche se questa intenzione non fosse ravvisabile nei discorsi, è comunque ravvisabile negli atti e nelle decisioni di Milosevic. Non dobbiamo sbagliarci in merito all’intenzione. La frase pronunciata all’interno di un discorso non esprime che un desiderio. Quel che è importante è la decisione, l’esecuzione. E’ nell’esecuzione che si verifica il passaggio dal desiderio all’atto. Credo che non dobbiamo fermarci all’analisi testuale dei discorsi di Milosevic, andando alla ricerca di un’eventuale intenzione genocida chiaramente formulata.
Nei fatti, se sta facendo quel che sta facendo, vuol dire che l’aveva preventivato, abbia o meno espresso apertamente questa intenzione.
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